IX inv. - 1956 Cortina d'Ampezzo (ITA)

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1956 Cortina d'Ampezzo (ITA)


Città ospitante Cortina d'Ampezzo, Italia
Nazioni partecipanti 32
Atleti partecipanti 821 (687 Uomini - 134 Donne)
Competizioni 24 in 4 sport
Cerimonia apertura 26 gennaio 1956
Cerimonia chiusura 5 febbraio 1956
Aperti da Giovanni Gronchi
Giuramento atleti Giuliana Minuzzo
Ultimo tedoforo Guido Caroli
Stadio Stadio Olimpico del Ghiaccio

I Giochi invernali della IX Olimpiade si svolsero per la prima volta a Cortina d’Ampezzo, (Anpezo o Ampëz in ladino, Hayden in tedesco, desueto) comune italiano della provincia di Belluno in Veneto, dal 26 gennaio al 5 febbraio del 1956. Soprannominata la "regina delle Dolomiti", è il più grande e famoso dei 18 comuni che formano la Ladinia, nonché rinomata località turistica invernale ed estiva e teatro di numerosi eventi sportivi di rilevanza internazionale legati alla montagna e agli sport invernali.
I Paesi che presero parte alla competizione olimpica del 1956 furono 32, mentre il numero degli atleti risultò essere di 821 unità, di cui 687 uomini e 134 donne. Le gare in programma furono 24, suddivise in diverse discipline sportive tra cui il Bob, l’Hockey, il Pattinaggio, il Pattinaggio artistico, lo Sci alpino e lo Sci nordico. L'Italia, in questa occasione inviò una spedizione di 65 atleti di cui 53 uomini e 12 donne. La vicenda della candidatura di Cortina d'Ampezzo a ospitare i Giochi Invernali si può collegare benissimo a quella degli sport invernali in Italia, soprattutto dello sci alpino, dello slalom e della discesa. La storia per la verità non certifica con esattezza quando, come e dove ebbe inizio l'attività sciatoria italiana. Il primo paio di sci fu portato in Italia nel 1670 da un parroco di Ravenna, don Francesco Negri, alla fine di un suo viaggio, per quei tempi coraggioso, a Capo Nord. Per trovare quattro paia di sci da discesa, peraltro cauta, più adatti a una passeggiata alla maniera nordica, bisognerà aspettare il 1896: li esibirà a Torino un ingegnere svizzero, Paul Kind, che li andrà a provare sulle nevi di Sauze d'Oulx nell'Alta Valle di Susa. Lo Ski Club Torino fu fondato invece nel 1899 e nel 1905 la Valle di Susa ospitò i primi corsi di sci, sia pure riservati ai militari. Nell'inverno di quell'anno sulla strada da Pocol a Cortina alcuni giovanotti ampezzani provarono uno slittino a due e anche a quattro posti, e nacque così, almeno per l'Italia, il bob, che proprio a Cortina ebbe la sua prima pista nel 1923. Quanto al pattinaggio, bisognerà tornare a Torino, per la nascita nel 1911 di una pista sul ghiaccio di un laghetto nel parco del Valentino, riguardo invece la nazionale italiana di hockey venne realizzata soltanto nel 1924 a Milano. Per quanto riguarda l'approdo a Cortina della massima manifestazione di sport invernale si deve al conte Alberto Bonacossa, di nobile famiglia milanese, fu tra i primi praticanti in Italia del pattinaggio artistico, disciplina in cui dal 1914 al 1928 fu campione nazionale; per tre anni detenne anche il titolo della specialità a coppie con la moglie Marisa, a sua volta campionessa nazionale individuale dal 1920 al 1928. Bonacossa praticò anche il bob, contribuendo alla creazione di un equipaggio italiano per i primi ancorché non subito ufficializzati Giochi Invernali, quelli del 1924 a Chamonix e fu pure alpinista e sciatore di fondo e di discesa. Membro del CIO dal 1925, fu il presentatore ufficiale davanti al conseso olimpico della candidatura di Cortina, la località dolomitica preferita per le sue pratiche sportive, a organizzare i Giochi del 1944. Cortina - quota 1224 m, in una splendida conca circondata da montagne quanto mai adatte allo sci alpino, dotata di molte piste per lo sci di fondo e il pattinaggio di velocità, nonché di alcuni impianti già validi per gli sport del ghiaccio, anche se lo stadio per pattinaggio artistico e hockey era ancora un puro progetto - ebbe 16 voti nella prima e nella seconda decisiva votazione, e furono più che sufficienti per battere Montreal che non superò i 12 e Oslo che ne ebbe solo 7. Ma era il 1939 e la guerra bloccò anche tutte le grandi iniziative dello sport mondiale. L'Italia ritrovò una federazione dello sci funzionante nel 1946, sotto la presidenza di Giovanni Nasi (sindaco del Sestriere, appartenente alla grande famiglia Agnelli). Nel 1947 - i Giochi dell'anno seguente erano stati però già assegnati a St. Moritz, che offriva le garanzie di tranquillità e organizzazione di una Svizzera rimasta estranea al conflitto mondiale - Cortina si ripropose per il 1952, ma nella sessione del CIO di Stoccolma ebbe soltanto 9 voti, la metà di quelli che raccolse Oslo. Gli ampezzani tornarono all'attacco nella sessione del CIO che si tenne a Roma nel 1949 e, sfruttando anche il fattore-campo, con un CONI forte pure sul piano diplomatico, vinsero a larga maggioranza raccogliendo 31 voti contro i 7 di Montreal. Naturalmente il conte Alberto Bonacossa, insieme con il conte Paolo Thaon di Revel, membro del CIO, fu uno dei nostri attivisti più impegnati. Sarebbe morto il 30 gennaio 1953, a 70 anni, tre anni prima dei 'suoi' Giochi di Cortina. Il Comitato organizzatore fu presieduto da Thaon di Revel, il Comitato esecutivo da Giulio Onesti, presidente del CONI, con alla vicepresidenza Ottorino Barassi, il presidente della FIGC, che grazie agli incassi del Totocalcio garantiva al CONI stesso un flusso di denaro in continuo aumento. Il primo grosso problema fu dettato però dalla scelta della data dei Giochi, tenendo conto della situazione meteorologica abituale della zona, si optò per il 26 gennaio come data di apertura e il 5 febbraio per quella di chiusura.
Il servizio stampa organizzato per i Giochi disponeva di 420 posti nella quarta gradinata dell’edificio tribune mentre la RAI-TV aveva a disposizione 22 cabine di trasmissione. Le comunicazioni telefoniche, urbane e interurbane, per le esigenze olimpiche furono assicurate da 100 linee con 34 cabine telefoniche e 2 centralini. La pista fu illuminata da un gruppo di 126 riflettori mentre l’illuminazione interna venne assicurata da cavi illuminanti a luce indiretta. L’impianto di riscaldamento delle tribune e degli spogliatoi utilizzò invece l’acqua calda proveniente dai condensatori del macchinario di rifrigerazione. Per alcuni settori delle gradinate e per gli atleti in sosta venne anche usato il riscaldamento a raggi infrarossi.
Questi Giochi Invernali segnarono una tappa epocale per due motivi nella storia delle Olimpiadi: per la prima volta la manifestazione sportiva venne trasmessa in diretta televisiva grazie alla RAI e in secondo luogo vi fu la forte attesa per il debutto dell'Urss, che già si era fatta vedere con grandi risultati ai Giochi estivi del 1952 a Helsinki. Riguardo invece le competizioni sportive, molto interessante fu soprattutto la gara che vide come protagonista il pattinaggio di figura. La gara a coppie fu vinta dagli austriaci Sissy Schwarz e Kurt Oppelt mentre in quella maschile fu tripletta degli Stati Uniti che continuavano il loro dominio, tra l’altro coi fratelli Hayes Alan e David Jenkins rispettivamente oro e bronzo. Incredibili furono le storie delle prime due classificate, anch’esse statunitensi, dell’artistico femminile. La 20enne Tenley Albright, oro, a 12 anni venne colpita da una leggera forma di poliomielite ma con l'aiuto del padre chirurgo trovò nel pattinaggio il modo per mettersi alle spalle un possibile handicap fisico e per arrivare alla gloria sportiva, infatti riuscì a vincere l’argento a Oslo e poi due ori e un argento mondiali, ma a due settimane dai Giochi di Cortina, mentre si stava allenando proprio nella Perla delle Dolomiti, cadde e col pattino sinistro si ferì seriamente alla caviglia destra, la lama le tagliò lo stivale e una vena che andò ad intaccare l'osso. Il padre, avvertito tempestivamente, piombò due giorni dopo all'ospedale dove fu ricoverata la ragazza e la rimise in piedi con una speciale protezione. Tenley riprese ad allenarsi poco dopo e incredibilmente riuscì a vincere il titolo davanti alla 16enne connazionale Carol Heiss che gareggiò col pensiero alla mamma gravemente malata, la quale morì nell’ottobre successivo. Carol perciò in quella occasione decise di non ritirarsi e di continuare fino alle successive Olimpiadi per provare a dedicarle un oro alla memoria.
Nell’alpino maschile il vincitore, anzi, il trionfatore, fu uno solo: Toni Sailer, 20enne austriaco di Kitzbühel, primo ad aggiudicarsi nella stessa edizione dei Giochi tre ori nello sci alpino. Si cominciò col gigante dove rifilò l’incredibile (e mai più eguagliato a livello olimpico) distacco di 6”2 al connazionale Andreas Molterer, per proseguire poi con lo slalom prima del quale non sentì la sveglia. Per la fretta Sailer dimenticò il pettorale e arrivò all’ultimo momento al cancelletto di partenza, scese per quindicesimo con un pettorale curioso rimediato all’ultimo minuto, il 135, e pur senza aver fatto la ricognizione chiuse ugualmente in testa alla prima manche e alla fine riuscì anche a trionfare davanti alla prima medaglia giapponese ai Giochi invernali, Chiharu Igaya. Un episodio molto curioso che riguardò sempre questo atleta fu quello legato alla discesa sull’Olimpia delle Tofane. A pochi minuti dalla partenza, a Sailer, mentre si stava allacciando gli scarponi, una delle stringhe si ruppe, panico, nessuno sembrava in grado di aiutarlo ma il suo salvatore arrivò dalla nazionale italiana, Hans Senger, tecnico (austriaco) dei nostri, il quale togliendosi una delle sue cinghie dai scarponi e consegnandola, Sailer riuscì a prendere il via in tempo. La sua discesa fu spettacolare e arrivato al punto cruciale, “Rumerlo”, divaricando gli sci a mo' di spaccata, riuscì ad evitare miracolosamente di cadere e a gettarsi sul traguardo tagliandolo col tempo di 2'52"2 che gli valse una storica tripletta d’oro. Sailer con questa impresa divenne un divo planetario tanto che nel 1958 ai Mondiali di Bad Gastein riuscirà a vincere anche tre ori e un argento. Le uniche medaglie per l’Italia in questi suoi primi Giochi di casa arrivarono solo dal bob. Lamberto Dalla Costa, 35enne maresciallo dell’aeronautica, sfruttò alla perfezione la sua conoscenza metro per metro della pista “Ronco” e trionfò col suo frenatore, il palermitano Giacomo Conti, primo medagliato dell’Italia meridionale ai Giochi Invernali. I battuti furono i cortinesi Eugenio Monti e Renzo Alverà, Monti, 28 anni, per la verità nato a Dobbiaco ma risiedente nella Perla delle Dolomiti conosceva anche lui alla perfezione la pista, era una grande promessa dello sci alpino ma dopo un grave infortunio in allenamento al Sestriere per continuare a provare l’ebbrezza della velocità ripiegò sul bob, in cui in questi Giochi riuscì a vincere comunque un argento nella gara a quattro, preceduto dall’equipaggio dello svizzero Max Angst. Infine il giorno 5 febbraio alle ore 17,30 ebbe inizio la solenne cerimonia di chiusura dei Giochi. Dopo l’annuncio fatto dagli araldi, i portabandiera delle nazioni partecipanti ai giochi fecero il loro ingresso sulla pista dello Stadio Olimpico. Il presidente del C.I.O., accompagnato dal presidente del comitato organizzatore e dal sindaco di Cortina d’Ampezzo, si diresse verso il podio collocato sulla pista. Al suono dell’inno greco la bandiera ellenica venne issata sul pennone di destra: al suono dei rispettivi inni nazionali salirono sul pennone centrale la bandiera d’Italia e sul pennone di sinistra la bandiera degli Stati uniti, paese organizzatore degli X Giochi Olimpici Invernali. Il presidente del C.I.O., alle ore 17,48, proclamava così la chiusura dei IX Giochi Olimpici. Egli consegnò poi al sindaco di Cortina la bandiera Olimpica di Oslo. Questa bandiera sarà conservata nel Palazzo Municipale di Cortina d’Ampezzo fino al 1960, allorquando vennero celebrati i Giochi di Squaw Valley. Alle 17,55 la bandiera Olimpica scese lentamente dal pennone centrale dello stadio mentre si spegneva la fiamma di Olimpia. Una grandiosa festa di fuochi di artificio salutò quindi in maniera gioiosa la chiusura dei Giochi Olimpici di Cortina d’Ampezzo.

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Fonti