VIII estiva - 1924 Parigi (FRA)

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1924 Parigi (FRA)


Città ospitante Parigi, Francia
Nazioni partecipanti 44
Atleti partecipanti 3.089 (2.954 Uomini - 135 Donne)
Competizioni 126 in 17 sport
Cerimonia apertura 4 maggio 1924
Cerimonia chiusura 27 luglio 1924
Aperti da Gaston Doumergue
Giuramento atleti George André
Stadio Stadio Olimpico Yves-du-Manoir

I Giochi della VIII Olimpiade (in lingua francese Jeux de la VIIIe Olympiade) si sono svolti a Parigi in Francia dal 4 maggio al 27 luglio 1924.
Fu il barone de Coubertin in persona a scegliere chi avrebbe ospitato le Olimpiadi del 1924: stava per lasciare la presidenza del CIO e voleva dare una seconda possibilità alla sua città, per far dimenticare la brutta figura del 1900. Parigi non era più la grande capitale della Belle Époque, ma la Ville Lumière conservava intatto il suo fascino straordinario e così, anche grazie all'intervento del Governo, la manifestazione fu un grande successo e la Francia fu il primo Paese ad aver organizzato due edizioni dei Giochi.
Il 17 marzo 1921 de Coubertin scese in campo, con una lettera aperta ai membri del CIO, ricordando che il 1924 avrebbe segnato la ricorrenza del 30° anniversario della costituzione del Movimento olimpico e che quindi Parigi, che aveva ospitato il celebre congresso della Sorbona, aveva speciali meriti per la richiesta dell'VIII Olimpiade. In occasione della sua rinuncia a presiedere ulteriormente il CIO il barone si pronunciò nuovamente a favore di Parigi, suggerendo al contempo Amsterdam per la IX edizione (la città olandese di fronte alla possibilità di una designazione anticipata e plebiscitaria per il 1928 rinunciò subito al 1924). Parigi era ‒ a dire di de Coubertin ‒ il suo 'ultimo desiderio' e il membro cecoslovacco del CIO Guth-Jarkovsky lo trasformò in esplicita proposta alla sessione. Roma protestò, ma la proposta ricevette l'appoggio di 14 membri del Comitato, contro quattro contrari e un astenuto. La delegazione italiana, indignata, abbandonò la sessione e Losanna.
Ma ancora una volta sembrò che gli ostacoli al sogno del barone dovevano venire dalla Francia: il comune di Parigi fece venir meno il suo contributo per gli impianti, e propose di utilizzare quelli dello stadio Pershing, costruito dagli alleati durante la guerra. Di nuovo, salvò la situazione il Racing, stipulando una convenzione con il comitato olimpico francese che fece costruire lo stadio di Colombes e la piscina delle Tourelles, in cambio di metà degli incassi. Ma ci si mise anche la Senna, a ritardare i lavori inondando a più riprese Parigi nell'inverno 1923-24, finché il Racing annunciò che i lavori sarebbero stati comunque completati e le Olimpiadi realizzate.
La Germania patì ancora una volta l'esclusione dai Giochi - le accadrà una terza volta anche nel '48 - mentre l'Italia, che aveva un comitato olimpico e soprattutto un orgoglio rafforzato dalla propaganda fascista investì molto sulla preparazione ai Giochi, anche se non potè nemmeno avvicinare il bilancio di Anversa. Fra i 202 azzurri ci furono, accanto a tre tenniste, anche due ascari d'Eritrea selezionati a Busto Arsizio e mandati allo sbaraglio nei 10.000 metri, dove non fecero però molta strada.
Poco affascinante risultò essere il disegno del villaggio olimpico francese, che consisteva essenzialmente di baracche con un ristorante, una libreria e un ufficio postale. Il costo della diaria fu di 30 franchi, il soggiorno minimo 25 giorni e la residenza degli atleti doveva necessariamente essere fissata nel villaggio, nonostante le proteste di molti membri del CIO. Per 380.000 franchi fu costruita anche una linea ferroviaria di 8 km che attraverso il bosco di Colombes collegava la Gare St.-Lazare sulla Senna alla Gare Olympique.
Il 23 marzo 1923 vennero diramati gli inviti. L'unica nazione che non lo ricevette fu la Germania bandita per le vicende della Prima guerra mondiale: ancora troppo vivo era il ricordo del milione e 400.000 francesi caduti in guerra. La decisione fu ratificata dalla sessione del CIO di Roma (aprile 1923), che respinse anche la proposta di invitare i fuorusciti della rivoluzione sovietica avanzata dal membro del CIO principe Urusov. In quella sede si stabilì anche di abolire tutti i trofei accessori: le coppe offerte dai re, regine e altre personalità sarebbero andate al Museo Olimpico. Per la prima volta, si previde uno speaker per il pubblico e si allestì un sistema di trasmissione telegrafica a distanza delle informazioni, utilizzando anche il telefono per le notizie durante la maratona. E fece il suo debutto anche la radio.
I Giochi del 1924 seppero dunque cancellare la brutta immagine che Parigi aveva lasciato a causa della pessima organizzazione dell'edizione del 1900, e furono caratterizzati anche da un buon successo di pubblico. vennero affrontate diverse innovazioni tecniche: la distanza della maratona fu fissata a 42,195 km (26,219 miglia), dalla distanza percorsa alle Olimpiadi a Londra nel 1908 e questa fu la prima Olimpiade a utilizzare la piscina standard di 50 m con le corsie marcate. Per la prima volta venne utilizzato il motto "Citius, Altius, Fortius" ("Più veloce, più alto, più forte") e, al termine della cerimonia di chiusura, furono issate tre bandiere: quella olimpica, quella del paese nel quale si erano svolti i Giochi e quella del paese che li avrebbe ospitati per l'edizione successiva. Anche questa, nel corso degli anni, divenne una tradizione.
Tra i circa tremila atleti in gara, un posto speciale nel cuore di critici e tifosi lo conquistò "il finlandese volante": Paavo Nurmi si era già fatto notare ad Anversa, ma adesso si consacrava come uno dei più grandi sportivi di tutti i tempi, vincendo 5 ori, di cui due a soli 90 minuti l'uno dall'altro. Inoltra a Parigi, sarà l'ultima volta del rugby come disciplina Olimpica, cancellato per la violenta rissa scoppiata dopo la finale in cui gli Usa batterono la Francia: a scontrarsi furono sia i giocatori che il pubblico e per gli organizzatori fu veramente troppo. Una curiosità che riguardò questi Giochi Olimpici fu che più di mezzo secolo dopo il 1924, un film avrebbe commosso milioni di spettatori ricostruendo una strana storia di sport e religione che aveva legato in quella occasione due atleti della VIII Olimpiade, i velocisti inglesi Eric Liddel e Harold Abrahams. Il film fu intitolato: “Momenti di Gloria”, il grande capolavoro di Hugh Hudson vincitore di 4 Premi Oscar.
Liddell e Abrahams erano due inglesi, entrambi sprinter, molto amici e grandi favoriti dei 100 metri. Erano diversissimi però in quanto a carattere: Liddell era uno schivo studente di teologia, Abrahams invece era estroverso e un po' spavaldo. La finale dei 100 metri, però, si disputò di domenica e questo fece rinunciare Liddell, religiosissimo, che lasciò campo libero all'amico avversario che andava a vincere l'oro. Liddell provò a rifarsi nei 200 metri ma gli americani Scholz e Paddock gli erano davanti e sembrarono cancellare i sogni del britannico di vincere un oro olimpico. Il capo della spedizione britannica, però, lo iscrissee anche alla gara dei 400 metri, dove pure Liddell non aveva tempi che lo collocavano tra i primi. Il favorito era l'americano Alfred Fitch, ma Liddell partì fortissimo e la sua sofferta, ormai leggendaria, resistenza finale gli regalò la medaglia d'oro. Dopo i Giochi Abrahams dovette però lasciare l'attività agonistica per un incidente, mentre Liddell, vent'anni dopo, morirà in un campo di concentramento giapponese, dopo essere stato missionario in Cina.
L'atletica offrì anche altri momenti di gloria: ciò che non era riuscito a Thorpe, andò a merito di Harold Osborn, americano, che al decathlon affiancò il successo anche in una prova individuale, l'alto, nonostante i giudici storcessero la bocca per la sua 'rotazione costale', che nel 1925 gli avrebbe fatto perdere un record del mondo. Nel lungo arrivò invece il primo oro di un atleta di colore, grazie a William DeHart Hubbard, un modesto 7,44 m ottenuto perdendo molti cm in battuta. Nel pentathlon Robert LeGendre, sempre battuto da Hubbard e nemmeno iscritto alla gara individuale, aveva saltato 7,76 m, sicuramente aiutato dal vento; ma l'anemometro non c'era e la misura diventò il nuovo record del mondo. Fra i finlandesi, Nurmi, Ritola e i loro compagni da una parte, e gli americani dall'altra fu una dura lotta: alla fine la spuntarono gli USA con 12 ori contro 10.
Questa edizione Olimpica vide anche l'ultima apparizione del tennis: troppe star, troppi professionisti dichiarati, come Bill Tilden che non rinunciò al suo incarico di giornalista e non fu ammesso. Susanne Lenglen che aveva trionfato ad Anversa lasciò lo scettro alla sua rivale Helen Wills. Sul campo di gara, in pessime condizioni fra sabbia, buche e fondi di bottiglia, si affacciarono i primi interpreti dellera dei moschettieri' di Francia, Henri Cochet che si arrese in finale al britannico Vincent Richards, mentre Jean Borotra cedette il bronzo a Umberto de Morpurgo.
Il nuoto rivelò invece uno dei campioni più grandi della storia di questo sport, l'americano Johnny Weismuller, che poi sarà anche un famoso attore nel ruolo di Tarzan. Nei 100 stile libero, Weismuller, dovette vedersela col connazionale Duke Paoa Kahanamoku, l'hawaiano che aveva già vnto nel 1912 e nel 1920. Weismuller cancellò l'avversario siglando il primo tempo olimpico sotto il minuto, poi fece anche la doppietta nei 400 stile libero battendo lo svedese Arne Borg e trascinando la staffetta all'oro davanti all'Australia. Come se non bastasse l'americano, si diede anche alla pallanuoto, ma qui dovette "accontentarsi" della medaglia di bronzo. Quattro anni dopo, ad Amsterdam, sarà ancora lui, e ancora di più, l'indiscussa stella della piscina.
A prescindere da questi strascichi, Parigi chiuse bene, anche se c'era ancora molto da lavorare per razionalizzare il programma. Assolutamente inadeguate apparivano fra l'altro le norme sul dilettantismo.

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Fonti