XIX inv. - 1994 Lillehammer (NOR)

Da Wikisport.

IMMAGINI

1994 Lillehammer (NOR)


Città ospitante Lillehammer, Norvegia
Nazioni partecipanti 67
Atleti partecipanti 1.737 (1.215 Uomini - 522 Donne)
Competizioni 61 in 6 sport
Cerimonia apertura 12 febbraio 1994
Cerimonia chiusura 27 febbraio 1994
Aperti da Harald V di Norvegia
Giuramento atleti Vegard Ulvang
Giuramento giudici Kari Karing
Ultimo tedoforo Haakon di Norvegia
Stadio Lysgårdsbakken

I XIX Giochi olimpici invernali (in norvegese De XIX. olympiske vinterleker) si svolsero a Lillehammer (Norvegia) dal 12 al 27 febbraio 1994.
Per la prima volta un'Olimpiade si disputò a due anni di distanza dall'edizione precedente. Questo per la scelta del CIO di sfalsare giochi estivi e giochi invernali, facendoli disputare in anni diversi. Così, ad appena due anni dall'edizione di Albertville ci si ritrovò in Norvegia, a Lillehammer, per due settimane che restarono ben impresse nella mente e nel cuore degli sportivi.
L'ambientazione da favola, la buona organizzazione, la simbiosi dei norvegesi con la natura fecero immergere in un clima più olimpico che mai ed in molti si innamorano della cittadina scandinava, tanto che ancor oggi quella di Lillehammer viene considerata l'edizione dei Giochi più riuscita.
Due giorni prima della cerimonia era saltata l’idea di una spettacolare accensione del tripode con tanto di saltatore dal trampolino impegnato ad atterrare con la fiaccola a pochi metri dall’ultimo tedoforo. L’infortunio dello stesso, proprio in un salto di preparazione, aveva fatto ripiegare gli organizzatori su qualcosa di meno spettacolare ma comunque suggestivo, grazie anche alla clamorosa nevicata avvenuta il giorno precedente alla cerimonia, che coprì Lillehammer di 132 centimetri di neve (mai precipitazione era stata così abbondante dal 1890). Fu il principe Haakon ad accendere il tripode, e suo padre, re Harald V, a inaugurare i giochi. Le nazioni presenti furono 67. Debuttarono gli stati ex sovietici di Armenia, Bielorussia, Georgia, Kazakistan, Kyrgizistan, Moldavia, Russia, Ucraina ed Uzbekistan, così come Repubblica Ceca e Slovacchia, ormai non più unite, e la Bosnia Erzegovina, con un contingente di soli 10 atleti, calorosamente incitati in ogni gara dal pubblico norvegese, come se fossero di casa. Il numero di partecipanti calò lievemente rispetto ad Albertville (1738) ma aumentò la presenza femminile, soprattutto in rapporto agli uomini, visto che praticamente un atleta su tre era donna. E se quelli norvegesi furono giochi da ricordare per tutti, lo furono ancor di più per l’Italia, che tornò da Lillehammer con 20 medaglie in tasca, un bottino mai più eguagliato: quarta potenza invernale al mondo, dietro (e di poco) a Russia, Norvegia e Germania e davanti a nazioni blasonate come Stati Uniti, Canada, Svizzera, Austria, Svezia e alla deludente Finlandia. La prima medaglia azzurra arrivò il secondo giorno, nel fondo femminile, con Manuela Di Centa prima sui 15 km, davanti alle russe Lyubov Yegorova e Nina Gavrilyuk. Quarta Stefania Belmondo, staccata di 1′49"1, tormentata dagli strascichi di due operazioni chirurgiche delicatissime all'alluce. Decima Gabriella Paruzzi, futura vincitrice nel 2004 della Coppa del Mondo alla fine di una carriera lunga e bella. Si ripropose in quell'occasione la rivalità, accesa al punto da arrivare agli insulti in gara e in allenamento, fra Di Centa e Belmondo, atlete di pari bravura ma profondamente diverse per carattere, la cui gestione lì a Lillehammer e durante tutta la loro carriera rappresentò un delicato problema per la Federazione. Le due si sfidarono direttamente soltanto pochissime volte e quando furono obbligate a gareggiare insieme nella staffetta azzurra non si passarono il testimone, coprendo frazioni lontane. Di Centa, friulana, classe 1963, si era messa in luce per prima, era atleta di spicco già a Sarajevo 1984 e dimostrò subito grande personalità, capace di dire di no a successive convocazioni in azzurro se non avessero contemplato la gestione personale della sua salute. Stefania Belmondo, piemontese, nata nel 1969, superò la rivale ad Albertville 1992 diventando la prima donna italiana vittoriosa in una prova olimpica di fondo (la 30 km). Di Centa riprese lo scettro proprio a Lillehammer, Belmondo sarebbe tornata al successo olimpico otto anni dopo, a Salt Lake City 2002. Le carriere di entrambe le atlete sono state caratterizzate da alcuni infortuni, nel caso della piemontese legati al tormentatissimo alluce valgo, per la friulana dovuti a disturbi piuttosto gravi di natura endocrina. A fine carriera Manuela Di Centa è divenuta dirigente sportiva, arrivando anche a essere membro ad interim del CIO, Stefania Belmondo è diventata la testimonial dei Giochi invernali di Torino 2006.
Dal pattinaggio su pista lunga arrivarono invece altre due storie significative. Quella che più interessò il pubblico di casa, ovvero di Johann-Olav Koss, il pattinatore di ferro che due anni prima, nonostante una brutta infiammazione al pancreas, era riuscito a conquistare due medaglie. Ad Hamar, nella Vikingskipet Arena, Koss arrivò al culmine della forma e si rese autore di prestazioni incredibili. Vinse l’oro nei 1.500, 5.000 e 10.000 metri, stabilendo in tutti e tre i casi il record del mondo. Impressionante quello sulla distanza più lunga, nella quale eliminò il suo precedente primato di ben 13 secondi, lasciando i rivali a distanza siderale. Dopo i giochi Koss, che aveva devoluto ai bambini bosniaci l’intera somma dei premi vinti a Lillehammer, diventò membro del CIO prima, ambasciatore Unicef poi e fonderà quindi un’associazione non governativa a scopo benefico. Nei 500 metri arrivò l’oro russo di Aleksandr Golubev, mentre la storia più bella riguardò i 1000 metri.
Il protagonista fu Dan Jansen, pattinatore statunitense. Nel 1984, a Sarajevo, Dan aveva cominciato la rincorsa all’alloro olimpico, giungendo quarto. Quattro anni più tardi a Calgary si presentò nelle vesti di favorito sulla distanza dei 500 metri. Il clima che c’era intorno a lui, però, non era certo dei migliori. Dan aveva lasciato a casa sua sorella Jane, gravemente malata di una leucemia che la stava pian piano consumando. Alla vigilia dei 1.000 metri, Dan ricevette l’incitamento telefonico di Jane, il cui quadro clinico stava precipitando. Lui scese comunque in pista, ma, privo della dovuta concentrazione, sbagliò e cadde. La notizia della morte di Jane arrivò poche ore più tardi. Jansen si faece forza, provando a mantenere la promessa fatta alla sorella ma nella gara dei 500 la testa fu altrove e un’altra caduta gli pregiudicò il risultato. Passarono altri quattro anni e ad Albertville il copione si ripeté . Era il favorito sui 500, ma uno svarione gli fece perdere tempo e sogni di gloria: sarà quarto a soli 32 centesimi di secondi dall’oro. Dan decise di provarci un’ultima volta e tenne duro altri due anni fino a Lillehammer. Nei 400 era ancora fuori dal podio e ancora per colpa di un piccolissimo errore che lo fece scivolare all’ottavo posto, a soli 35 centesimi dalla vetta.
Arrivarono i 1.000 metri. Non erano la sua gara: ad Albertville era stato addirittura ventiseiesimo e il morale, dopo il mancato podio nei “suoi” 500, era sotto le scarpe. Furono la moglie Robin e la figlioletta, chiamata Jane come la sorella, a ridargli la serenità. Jansen si presentò sulla riga di partenza dei 1.000 metri senza nulla da perdere né da chiedere ad una prova che raramente l’aveva visto protagonista. Fu la sua ultima gara olimpica in dieci anni di carriera e c'erano altri sulla carta più forti di lui, ma di quella carta Dan non volle sentir parlare. Se i pronostici fossero stati legge, avrebbe dovuto già smettere di gareggiare dopo Albertville con tre titoli olimpici in tasca e nient’altro da dimostrare e fu per questo motivo che Dan decise di riscrivere la storia. Primo nei 1.000 metri, medaglia d’oro olimpica e record del mondo abbassato sotto gli occhi di 12 mila spettatori deliranti e sotto lo sguardo commosso della moglie. Oggi Daniel Jansen è attivo nel volontariato con una fondazione a suo nome impegnata nella lotta alla leucemia, il cui motto, significativo più di mille parole, è: “Give is gold”, dare è oro.
Per l'Italia questa fu un'Olimpiade indimenticabile, ancora superiore a quella già eccellente di Albertville. Si conquistarono la bellezza di 20 medaglie, di cui 7 d'oro. Oltre ai successi dell'alpino e del fondo esplose lo short track, il pattinaggio su pista corta nel quale la staffetta dei 5000 metri Carnino, Cattani, Fagone, Herrnhoff, Vuillermin conquistò l'oro e quest'ultimo anche l'argento dei 500 metri. Purtroppo di lì a poco un tragico destino si abbattè su questa splendida squadra: nel 1997 un incidente in moto costretto Orazio Fagone alla sedia a rotelle e Mirko Vuillermin a chiudere la carriera. Da allora Fagone si è impegnato nel curling per diversamente abili.
Altri due ori arrivarono anche dal tradizionale slittino con Gerda Weissensteiner tra le donne e il doppio maschile Kurt Brugger-Wilfried Huber. In quest'ultima gara fu doppietta: argento a Hansjoerg Raffl e Norbert Huber, fratello di Wilfried. Si vide anche Armin Zoeggeler, uno dei più grandi slittinisti di sempre che fece la sua prima apparizione olimpica e conquistò il bronzo nella gara che incoronò per la terza volta di fila il tedesco Hackl. Per la famiglia Huber ci fu anche un'altra medaglia, il bronzo conquistato da Gunther nel bob a due insieme a Stefano Ticci. Quattro anni più tardi, con un nuovo compagno, farà ancora meglio.
Infine l'hockey vide una pesante sconfitta (1-7) della nazionale italiana da parte di quella statunitense. Un particolare curioso riguardò il fatto che la rappresentativa americana schierò alcuni oriundi italiani. Il torneo fu vinto dalla Svezia, davanti a Canada e Finlandia.

Vedere anche


Fonti