XVIII estiva - 1964 Tokyo (JPN)

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1964 Tokyo (JPN)


Città ospitante Tokyo, Giappone
Nazioni partecipanti 93
Atleti partecipanti 5.151 (4.473 Uomini - 678 Donne)
Competizioni 163 in 19 sport
Cerimonia apertura 10 ottobre 1964
Cerimonia chiusura 24 ottobre 1964
Aperti da Imperatore Hirohito
Giuramento atleti Takashi Ono
Ultimo tedoforo Yoshinori Sakai
Stadio National Stadium

I Giochi della XVIII Olimpiade, in giapponese: (第18回オリンピック競技大会?) si sono svolti a Tokyo in Giappone dal 10 al 24 ottobre 1964. Con soli 24 anni di ritardo, dopo la cancellazione dell'edizione prevista per il 1940 a causa della seconda guerra mondiale, i Giochi approdarono di nuovo in Giappone. Eliminate Vienna e Bruxelles, nello scontro finale la capitale nipponica travolse Detroit, 34 a 10; la città del Michigan aveva già ceduto quattro anni prima nei confronti di Roma e Losanna, riproverà altre due volte, poi desisterà definitivamente. Quella di Tokyo 1964 fu una bellissima edizione dei Giochi ma allo stesso tempo algida. Gli stadi erano affollati da studenti precettati e impegnati in cori esaltanti le capacità dello sport di affratellare i popoli. Il pubblico, molto caloroso ma del tutto incompetente, applaudiva a comando senza davvero vivere le gare più belle, a differenza di quello di Roma 1960, non così numeroso ma sicuramente più intenso, eccezionale coattore e in fondo anche coautore di una manifestazione trasformata in forte e divertente psicodramma, con recita mista e sincrona di atleti, addetti all'organizzazione e spettatori. In Giappone furono invece superbi gli impianti olimpici ‒ su tutti la piscina ‒ progettati da maestri dell'architettura che da allora furono molto richiesti in Occidente proprio per l'impiantistica sportiva. Bellissimo il villaggio degli atleti, dei tecnici, dei dirigenti, dei giornalisti, formato da villette nel verde, fra le quali ci si poteva muovere utilizzando le tantissime piccole biciclette messe a disposizione di tutti. L'edizione del 1964 fu segnata anche dalla prima trasmissione televisiva in mondovisione, sulla scia della buona riuscita, soprattutto a livello di diffusione europea, dei precedenti Giochi di Roma 1960. Protagonista specialissimo di questa innovazione del mezzo televisivo fu il marciatore italiano Abdon Pamich il quale, durante la sua vittoriosa gara di marcia sui 50 km, venne ripreso dalle telecamere mobili e da quelle fisse degli operatori giapponesi durante una fermata alla quale era stato costretto per risolvere i problemi fisici determinati da una colica intestinale. La cerimonia d'apertura delle XVIII Olimpiadi dell'Era moderna si tenne il 10 ottobre 1964. La cerimonia trasmessa, in mondovisione, fu a dir poco stupefacente. Quando fu acceso il braciere olimpico diecimila tamburi iniziarono a rullare, più di diecimila palloncini vennero liberati nell'aria, e ben cinque jet con le loro scie di fumo disegnarono nel cielo gli anelli olimpici, mentre in tutto lo stadio si diffuse un intenso odore di crisantemo, il fiore nazionale del Giappone. L'ultimo tedoforo, quello che accese il braciere olimpico, era nato a Hiroshima il 6 agosto 1945, un'ora esatta dopo il lancio della bomba atomica. L'asta su cui venne issata la bandiera con i cinque cerchi, misurava 15 metri e 21 centimetri d'altezza, la stessa misura con cui all'Olimpiade di Amsterdam nel 1928, Mikio Oda aveva vinto nel salto triplo la prima medaglia d'oro olimpica giapponese. Se Roma era stata l'ultima Olimpiade dal volto umano, Tokyo - che rappresentava, per la diffusione internazionale, un passo indietro, a causa della mancata copertura televisiva europea - lanciò i Giochi della tecnologia, con un velodromo smontabile che venne impacchettato dopo i Giochi, e perfino i ventilatori per far sventolare le bandiere negli impianti coperti... La fiaccola fece quasi il giro del mondo: 24mila km da Olympia, passando per India e Thailandia, con 870 tedofori solo per arrivare a Tokyo, e addirittura 100.603 per coprire con il sacro fuoco l'intero territorio giapponese. Straordinari furono i personaggi nell'atletica, da Hayes a Brumel, a Snell e in piscina con la scoperta del mostro Schollander e il terzo oro consecutivo della Fraser nei 100 stile libero. Proprio a Tokyo, inoltre, Larisa Latynina-Dirii si incoronò regina assoluta dei Giochi d'ogni epoca e d'ogni sesso: nessun uomo e nessuna donna, prima o dopo di lei, poté dire d'aver vinto tanto ai Giochi dell'era moderna. Ucraina, di Kherson, nata il 27 dicembre 1934, si era dedicata fin da quando aveva 11 anni al balletto, e poi alla ginnastica, diventando sedicenne la miglior sovietica a livello giovanile. Debuttò all'estero ai Mondiali di Roma, quattordicesima, nel '54; a Melbourne all' età di 21 anni, passò in secondo piano nei confronti dell'ungherese Keleti, che superati i drammi del suo Paese decise di rimanere in Australia. Eppure, vinse in Australia 4 ori, compreso l'individuale complessivo, ottenendo anche un argento e un bronzo; a Roma quattro anni dopo, Laura, come la chiamano gli amici, gareggiò incinta di tre mesi (nascerà dopo i Giochi la piccola Tanya, che ne seguirà solo in parte le orme, diventando ballerina) e si accontentò di tre ori, due argenti e un bronzo. Tokyo le fece completare uno straordinario bottino personale, con altre sei medaglie, due per ogni metallo, e benedì l'ascesa della nuova stella, Vera Caslavska, ceca: saranno le ultime due donne vere della ginnastica, che dalla Korbut di Monaco in poi diverrà terreno di conquista delle bambine terribili. Con 18 medaglie complessive, la Latynina diverrà la più medagliata di sempre dell'Olimpiade moderna: farà il c.t. della Nazionale, si ritirerà nel '91. Oggi vive con il ciclista Yury Feldman e gioca a tennis, rimirando ogni tanto la medaglia dell'Ordine Olimpico che Samaranch le consegò nel 1989. Le due medaglie d'oro italiane più significative di Tokyo 1964 furono quelle di Pamich nella marcia e del ventitreenne ginnasta romano Franco Menichelli (fratello minore di Giampaolo, calciatore della Roma, della Juventus e della nazionale) nel corpo libero. Già vincitore quattro anni prima del bronzo nella stessa categoria e nella prova a squadre, Menichelli a Tokyo fece anche secondo agli anelli, con un verdetto della giuria che favorì il giapponese Takuji Haytta e che venne contestato dallo stesso pubblico nipponico, nonché terzo alle parallele. Nel corpo libero arrivò al punteggio altissimo di 9,80, superando il sovietico Viktor Lisitskiy e il giapponese Yukio Endo, vincitore della classifica generale. Quattro anni dopo, cercando la stessa medaglia d'oro ai Giochi di Città del Messico, Menichelli si romperà in piena competizione il tendine di Achille che segnerà l fine non solo del sogno di un bis, ma della carriera. In questa edizione quattro furono le nazioni imbattibili (USA, URSS, Germania Ovest ed Est insieme con spietate selezioni interne, e Giappone) e per l'Italia finire al quinto posto fu un grande risultato. Senza poter far ricorso al fattore campo come nei precedenti Giochi, la squadra azzurra disputò una bella serie di gare e vinse 10 ori, 10 argenti, 7 bronzi (contro 16 ori, 5 argenti, 8 bronzi dei padroni di casa), puntando sulle discipline in cui era più forte. Il ciclismo, per esempio, ottenne grandi successi nel velodromo olimpico che si trovava ad alcune ore di treno dalla capitale. Giovanni Pettenella vinse nella velocità in finale su Sergio Bianchetto, il quale si aggiudicò insieme ad Angelo Damiano il titolo del tandem. Soprattutto Mario Zanin trionfò nella corsa individuale su strada, l'unica prova non vinta dagli azzurri quattro anni prima. Coinvolto in una caduta del gruppo di testa a pochi chilometri dal traguardo, si rialzò, tornò fra i primi e vinse una volata lunga sul danese Kjell Åkerstrøm Rodian e sul belga Walter Godefroot. Al dodicesimo posto, intruppato nel plotone, giunse un promettente belga, Eddy Merckx. Zanin fu poi folgorato dalla "maledizione del dilettante" in vigore allora, quella per cui se si vinceva un titolo mondiale o un titolo olimpico dei dilettanti la carriera finiva praticamente lì, senza speranze di passare al professionismo. Gli unici in grado di sfatare questo tabù furono campioni come Ercole Baldini, vincitore a Melbourne 1956, e Merckx, maglia iridata a Sallanches (Francia) in quello stesso 1964, poco prima di partire per i Giochi in Giappone. Come al solito, il medagliere fu dominato dalle superpotenze USA e URSS, con gli americani che si ripresero la leadership con 36 ori, benché il computo complessivo (90 a 96) fosse ancora appannaggio dei sovietici. Terzo il Giappone, con 16 ori (tra cui quello nella pallavolo femminile, all’esordio assoluto), e quindi la Squadra Unificata Tedesca, che comprendeva gli atleti di Germania Est ed Ovest. I Giochi di Tokyo, nonostante il fuso orario e la mancata teletrasmissione in Europa, sono ricordati ancora oggi per diverse performance straordinarie: quella dell’australiana Dawn Fraser, che vinse in Giappone il terzo oro consecutivo nei 100sl, unica donna della storia a riuscirci; il collega di vasca statunitense Don Schollander, 4 ori nello stile libero; Joe Frazier, campione nei pesi massimi nonostante una mano rotta; e Abebe Bikila, che bissò il trionfo di Roma.
Gesta eccezionali, che tuttavia vengono parzialmente ridimensionate da quella compiuta dalla ginnasta sovietica Larisa Latynina. Alla fine dei Giochi di Tokyo lo statunitense Avery Brundage fu rieletto presidente del CIO per la quarta volta. Brundage aveva mantenuto la carica di padrone dello sport mondiale per due tornate di quattro anni e la vittoria della terza elezione sulla base del regolamento che permetteva un'ulteriore permanenza di quattro anni. Per la quarta elezione venne utilizzato invece un escamotage molto particolare: lo statuto del CIO recitava in francese che dopo due elezioni si poteva ancora rimanere eccezionalmente in carica solo per un ulteriore periodo di quattro anni, ma il testo inglese si limitava a parlare di rieleggibilità per periodi di quattro anni. Sebbene la regola dicesse che, in caso di contrasto fra le due versioni, quella in francese (la lingua di de Coubertin, comunque fortemente anglofilo) doveva prevalere, per Brundage venne imposta la versione inglese, fra l'altro con votazione all'unanimità sul suo nome, nonostante si parlasse del suo scarso impegno nella lotta al razzismo dentro lo sport e si ricordassero persino sue antiche simpatie hitleriane. Nessuno ne tenne conto e in quel 1964 il CIO non solo preferì l'inglese al francese del suo fondatore ma si avviò a farne la sua lingua ufficiale, senza peraltro che i francesi, impegnati nel loro inutile tifo per gli atleti, protestassero.

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Fonti