XVIII inv. - 1992 Albertville (FRA)

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1992 Albertville (FRA)


Città ospitante Albertville, Francia
Nazioni partecipanti 64
Atleti partecipanti 1.801 (1.313 Uomini - 488 Donne)
Competizioni 57 in 7 sport
Cerimonia apertura 8 febbraio 1992
Cerimonia chiusura 23 febbraio 1992
Aperti da François Mitterrand
Giuramento atleti Surya Bonaly
Giuramento giudici Pierre Bornat
Ultimo tedoforo Michel Platini, François-Cyrille Grange
Stadio Théâtre des Cérémonies

I XVIII Giochi olimpici invernali (in francese XVIIIes Jeux olympiques d'hiver) si sono svolti ad Albertville (Francia) dall'8 al 23 febbraio 1992.
Nel 1992 per l'ultima volta i Giochi estivi e quelli invernali si disputarono nello stesso anno. Infatti il CIO nel 1986 aveva deciso di sfalsare le date dei due avvenimenti per dare una maggiore visibilità ai Giochi invernali.
Nella Val d’Isère si presentarono 1801 atleti, di cui poco più di un quarto, per l’esattezza 488, furono donne. Il numero delle nazioni iscritte sulì a 64: l’Unione Sovietica non c’era più, al suo posto partecipò la “Comunità di Stati Indipendenti”, una rappresentativa provvisoria che fu presente anche ai giochi estivi di Barcellona e per la quale gareggiarono atleti provenienti da cinque nuovi stati (Russia, Ucraina, Bielorussia, Kazakistan e Uzbekistan) sorti sulle ceneri sovietiche. Della C.S.I. non fecero parte le tre repubbliche baltiche di Estonia, Lettonia e Lituania, le prime a staccarsi da Mosca e che avevano fatto in tempo a costituire un proprio comitato olimpico, ricevendo così il via libera da parte del CIO per partecipare con i propri colori. Anche la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, falcidiata da drammatiche guerre civili, partecipò divisa ai giochi, con il debutto delle due nazioni indipendenti di Slovenia e Croazia, mentre corsero unite la Germania, per la prima volta dal 1964 ma stavolta in rappresentanza di un’unica nazione, e la Cecoslovacchia, per l’ultima volta prima della separazione in Repubblica Ceca e Slovacchia che avverrà il 1° gennaio dell’anno seguente. In effetti ad Albertville mancò un po' quell'ambiente olimpico che avrebbe dovuto fare da collante dei cinque cerchi. Nonostante questo lo spettacolo fu spesso straordinario, come per la discesa libera che si corse su una pista nuova di irripetibile fascino e difficoltà che premiò l'austriaco Patrick Ortlieb.
Da questa edizione entrano nel programma lo short track, il freestyle e il biathlon femminile. Contemporaneamente il mutato panorama internazionale impose paesi nuovi come le repubbliche baltiche, la Croazia e la Slovenia uscite dalla ex-Jugoslavia, mentre l'Unione Sovietica, ormai disgregata, gareggiò sotto la sigla di CSI.
Ad Albertville Alberto Tomba divenne il primo al mondo, nello sci alpino, capace di rivincere il titolo olimpico nello slalom gigante dopo quattro anni, ma non fu quello il solo evento importante realizzato dagli atleti azzurri: Stefania Belmondo fu la prima donna italiana vincitrice di una medaglia d'oro nel fondo, e in una prova, quella sui 30 km, introdotta in quei Giochi e definibile anche come la prima vera maratona bianca per donne. Accadde il 10 febbraio; tre giorni dopo Deborah Compagnoni si affiancò a Belmondo vincendo il supergigante. Sul piano statistico forse l'impresa della Belmondo ebbe la massima rilevanza anche per aver 'profanato' riserve di caccia che sembravano essere delle scandinave e delle sovietiche e casomai delle cecoslovacche e delle tedesche, portando direttamente il nostro fondo femminile dalla zona fuori medaglie all'oro e prevalendo su una schiera di avversarie forse mai come in quell'Olimpiade di tanto valore. La vittoria di un'italiana in una gara di sci alpino, seppure brillantissima, non costituì invece una novità assoluta (Paoletta Magoni aveva vinto a Sarajevo otto anni prima nello slalom). Comunque Deborah Compagnoni trionfò con quasi un secondo e mezzo di vantaggio sulla francese Carole Merle che correva in casa; terza l'austriaca Katja Seizinger, quarta un'altra austriaca, Petra Kronberger, nella quale molti vollero vedere la sciatrice di quei Giochi, perché capace di vincere la combinata (prima nella discesa, terza nello slalom) e lo slalom speciale.
Dal pattinaggio di velocità arrivò invece la bella storia di Johann-Olav Koss, vichingo di Drammen, città a pochi chilometri da Oslo. Durante la cerimonia d’apertura dei giochi, Koss era ricoverato in ospedale per un’infiammazione al pancreas. Per lui sembrava impossibile persino partecipare alle gare, ma riuscì a strabiliare il mondo: quattro giorni dopo fu settimo nella gara d’assaggio, quella dei 5.000 metri vinta dal compagno di squadra Geir Karlstad. Passarono altri tre giorni e Johann-Olav fece suo, per soli cinque centesimi, l’oro dei 1.500, sbalordendo l’intero pubblico. Vinse anche l’argento sui 10.000 alle spalle dell’olandese Bart Veldkamp, gettando le basi per quello che costruirà due anni più tardi, nelle olimpiadi di casa a Lillehammer. Le gare veloci dei 500 e 1.000 metri vennero vinte tutte dalla Germania, con Uwe-Jens Mey ed Olaf Zinke che portarono due ori in cascina alla loro rinata nazione, entrambi di misura strettissima, rispettivamente per quattro e per un centesimo, sui velocissimi pattinatori orientali. Meglio fecero le loro connazionali che con due doppiette ed una tripletta tra 1.500, 3.000 e 5.000, monopolizzarono l’anello di velocità. L’atleta simbolo fu Gunda Niemann, argento alle spalle della connazionale Jacqueline Börner nella più breve delle tre distanze e doppio oro nelle altre due. Solo due bronzi per le atlete tedesche invece nelle gare sprint, entrambi vinte dall’americana Bonnie Blair davanti alla cinese Ye Qiaobo.
Con 14 medaglie (4 ori, 6 argenti, 4 bronzi) l'Italia finì al quinto posto per nazioni, preceduta da Austria, Norvegia, Squadra Unita cioè ex URSS e, qui sta la novità grossa, Germania: una sola rappresentativa tedesca, dopo la caduta del muro di Berlino, e subito la sensazione di una nuova superpotenza (10 ori, 10 argenti, 6 bronzi). Come numero di medaglie l'Italia si lasciò indietro Stati Uniti (5 ori, 4 argenti, 2 bronzi) e Francia (3 ori, 5 argenti, 1 bronzo). L'oro di Stefania Belmondo fu, come si è detto, il più importante di tutti perché non solo Belmondo diventò la prima azzurra salita sul podio dello sci nordico (e addirittura subito con la medaglia d'oro), ma vinse la 30 km, cioè la maratona per le donne, la gara più difficile. Fu sempre in testa, e soltanto nel corso del 19° chilometro sembrò poter essere rimontata da Lyubov Yegorova, siberiana, che le arrivò a 10 secondi. Poi il ricorso a tutte le energie, ma senza trascurare la coordinazione. La gara venne definita 'a tecnica classica', essendo stata decisa, proprio a partire da Albertville 1992, l'assegnazione di ori olimpici a seconda dello stile adottato dai concorrenti (e anche questa spartizione contribuì all'aumento del numero delle prove e dunque delle medaglie). Le distanze a tecnica classica venivano coperte secondo il tradizionale procedere dei fondisti, detto passo alternato, le distanze a tecnica libera prevedevano e in pratica comandavano il nuovo passo, il pattinaggio, a lungo avversato dagli scandinavi, sacerdoti da sempre dello sci nordico e nemici dei 'riti' moderni, fra l'altro spesso premianti la forza delle braccia su quella delle gambe. Belmondo vinse, sulla distanza lunga e a passo alternato, dunque con la classicità del procedere spinta e incrementata dalla volontà e dal sacrificio, su due grandissime competitrici, Yegorova e Yelena Välbe. Quest'ultima sarebbe stata nel futuro un grande intralcio per l'attività di Stefania, collezionista di successi, togliendole per scarti minimi grandi soddisfazioni a livello di campionati mondiali.
Parlarono invece tedesco, come da tradizione, le piste di bob e slittino. Gli svizzeri Gustav Weder e Donat Acklin furono i padroni del bob a due davanti a Germania-1 e Germania-2, mentre il podio del bob a quattro vide l’affermazione, per soli due centesimi di secondo, dell’equipaggio austriaco guidato da Ingo Appelt, a scapito del bob pilotato da Wolfgang Hoppe, già quattro volte medagliato a cinque cerchi con i bolidi azzurri dell’ex Ddr. L'Austria fu davanti anche nello slittino femminile con le due sorelle Doris e Angelika Neuner a spartirsi i primi posti del podio. I Tedeschi furono sulla cresta della pista sia nel singolo, con il fuoriclasse Georg Hackl, che nel doppio, grazie alla coppia composta da Stefan Krausse e Jan Behrendt. Ottimi i riscontri degli italiani con due quarti posti nei due singoli (Norbert Huber e Gerda Weissensteiner) ed il bronzo, proprio nel doppio, della coppia altoatesina Hansjörg Raffl-Norbert Huber. Per i colori italiani fu solo un assaggio di quello che sarebbe accaduto due anni più tardi.
Infine la gara di hockey venne vinta stavolta dalla squadra dell'ex URSS, capace di ripristinare la sua supremazia nonostante le molte defezioni verso il professionismo. Secondo il Canada, terza la Cecoslovacchia davanti agli Stati Uniti. E sempre sul ghiaccio ci fu ancora uno sport dimostrativo, il curling, quel lancio di pietre speciali, circolari, che imita il gioco delle bocce e prevede l'uso di scopette per segnare sul ghiaccio la strada alla pietra e creare con l'attrito una pellicola liquida utile allo scivolamento (gesti non altamente atletici ma soprattutto non comportanti né rischio né necessità di ardire). Più bravi gli svizzeri, fra gli uomini come fra le donne. Mentre lo sci di velocità assoluta non ce la fece ad entrare ufficialmente nel programma olimpico, il curling invece sarà introdotto nel 1998.
Albertville visse e offrì una edizione dei Giochi ispirata ancora ai vecchi, grandi temi dello sci: quasi che lo spettacolo inaugurale, la cerimonia di apertura con uno show circense, avesse voluto rivendicare il diritto dei Giochi a essere ancora un po' bambini, a coltivare gli stupori di una volta.

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Fonti