XVII estiva - 1960 Roma (ITA)

Da Wikisport.

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1960 Roma (ITA)


Città ospitante Roma, Italia
Nazioni partecipanti 83
Atleti partecipanti 5.338 (4.727 Uomini - 611 Donne)
Competizioni 150 in 19 sport
Cerimonia apertura 25 agosto 1960
Cerimonia chiusura 11 settembre 1960
Aperti da Giovanni Gronchi
Giuramento atleti Adolfo Consolini
Ultimo tedoforo Giancarlo Peris
Stadio Stadio Olimpico di Roma

I Giochi della XVII Olimpiade si sono svolti a Roma in Italia dal 25 agosto all'11 settembre 1960. Roma si era già aggiudicata l'organizzazione dei Giochi Olimpici del 1908, ma a seguito dell'eruzione del Vesuvio del 1906 rinunciò a tale evento, cedendo l'onore dell'organizzazione alla città di Londra.
Oltre mezzo secolo dopo la rinuncia all’organizzazione della III Olimpiade, Roma fu il teatro dei Giochi del 1960, che per la bellezza degli scenari, il clima favorevole, la funzionalità delle strutture (12 impianti stabili, 5 temporanei, un Villaggio di circa 1500 appartamenti) e la qualità delle competizioni è ricordata come una delle edizioni meglio riuscite. Tra le novità: la massiccia partecipazione dell’Africa post-coloniale e la totale copertura televisiva della manifestazione, con oltre 100 ore di programmazione complessiva.
“E’ con gran compiacimento e concorde, sincero entusiasmo che l’Italia si appresta ad ospitare la XVII Olimpiade. Questa adunanza di atleti che, provenienti da ogni parte del mondo, converranno a Roma animati non solo da saldi propositi agonistici, ma anche da sentimenti di reciproca stima e lealtà, si colloca certamente fra i più importanti eventi che caratterizzano il 1960; ed io sono particolarmente lieto di rivolgere un cordiale saluto a tutti coloro che ne prenderanno parte. Possano i Giochi Olimpici essere di felice auspicio per quell’avvenire di pace e di progresso, nella libertà e nella giustizia, che è al sommo delle aspirazioni dei popoli!”.
Con queste parole l’allora presidente della Repubblica Giovanni Gronchi pochi giorni prima della cerimonia di apertura, accolse le Olimpiadi romane.
Il ritorno dell'Olimpiade a Roma ebbe, poi, un forte valore simbolico. Proprio Roma aveva, difatti, raccolto la fiaccola dello sport greco e nella capitale dell'Impero si erano tenuti per secoli i Giochi. La tradizione fu interrotta dall'imperatore Teodosio, con il celebre editto del 393 d.C. ma se la ricchezza architettonica, monumentale, storica di Roma si collegava e coniugava perfettamente con la tradizione antica, gli organizzatori si ponevano tuttavia il grande problema di attrezzare la città ai Giochi moderni. La capitale italiana era, difatti, povera d'impianti. Gli unici esistenti erano un lascito del fascismo e anche quelli, pur essendo in alcuni casi di notevole valore, dovevano essere ammodernati, essendo le esigenze del 1960 del tutto diverse dai bisogni e dalle sensibilità d'anteguerra.
L'ingegner Pier Luigi Nervi, uno dei più quotati progettisti del tempo, ebbe l'incarico di sovrintendere a molti lavori, tra i quali quelli di ammodernamento del vecchio Stadio Olimpico, costruito negli anni di Benito Mussolini sul modello di quello di Berlino per contenere 100.000 spettatori. La capienza venne un poco ridotta, la struttura alleggerita e il rinnovato stadio ‒ collegato con sottopasso al vicino Stadio dei Marmi ‒ fu il cuore dei Giochi, ospitando le cerimonie d'apertura e chiusura, oltre alle gare di atletica. Con qualche ritocco, ma mantenendo intatta la vecchia costruzione fascista, l'attiguo Foro Italico costituì una sorta di centro olimpico, con la piscina per le gare di nuoto e di tuffi, e alcuni impianti di allenamento e per il riscaldamento degli atleti. Tra le nuove opere si realizzarono il velodromo, per 20.000 spettatori, il Palazzetto dello Sport, per le gare di basket, con una capacità di 5000 spettatori, e il villaggio olimpico, a distanza di passeggiata dal complesso del Foro Italico e a pochissimi passi dal Palazzetto dello Sport. Il villaggio olimpico, nel quale lavorarono durante i Giochi quasi 300 cuochi, ospitò 5338 atleti, tra cui 611 donne (11% del totale), in rappresentanza di 83 paesi.
Dal 25 agosto all’11 settembre 1960 Roma fu la grande protagonista, la città sola al comando, sotto gli occhi di tutto il mondo ospitò 5338 concorrenti, 20 discipline sportive, 150 competizioni olimpiche, 275 concorrenti italiani e 13 medaglie d’oro conquistate dalla squadra azzurra, furono solo alcuni dei numeri che fecero diventare questa una delle più importanti Olimpiadi nella storia moderna dei giochi. Un’Olimpiade che rappresentò un grandissimo cambiamento storico non solo dal punto di vista sportivo, ma ancor di più sotto il profilo comunicativo culturale, che fissò nel 1960 un anno che con i suoi eventi, innovazioni e ribellioni,diventerà il pioniere di un periodo di svolte e cambiamenti cui la rassegna sportiva romana diede inizio.
Resteranno per sempre impressi i nomi di coloro che fecero questa XVII Olimpiade, da Giancarlo Petris, il giovanissimo ultimo portatore del fuoco olimpico, ad Abele Bikila, che conquistò a piedi nudi, la più spettacolare delle gare, la maratona, fino a Cassius Clay, vincitore del titolo nei pesi medio massimi, il più grande pugile della storia, un nero- americano, che di lì a poco sarebbe diventato musulmano facendosi chiamare Mohammed Alì.
E poi ancora, sarà anche l’anno in cui fu inaugurata la prima edizione dei Giochi Paraolimpici che da allora sarebbero stati sempre affiancati ad ogni olimpiade moderna. La fiamma olimpica attraversò l'Egeo e la Magna Grecia richiamando alla memoria i campioni dell'antichità. Alla vigilia della inaugurazione gli atleti si riunirono in Piazza San Pietro per ricevere la benedizione di Giovanni XXIII. Il giuramento fu pronunciato da Adolfo Consolini, che in quell'occasione stabilì il record assoluto di partecipazioni olimpiche (quattro).
Il bel tempo aiutò il raggiungimento di buoni risultati tecnici, basti pensare ai venti primati olimpici e ai quattro primati mondiali migliorati nell'atletica leggera maschile e ai dodici olimpici e tre mondiali in quella femminile. Nelle gare veloci, dopo trent'anni di predominio gli statunitensi persero l'oro sui 100 metri consegnandolo al primatista tedesco Armin Hary; nella distanza doppia per la prima volta prevalse un mediterraneo, Livio Berruti, che eguagliò il record mondiale; nel salto in alto apparve il sovietico Valeri Brumel, che con la tecnica ventrale risulterà uno dei migliori esponenti in assoluto della disciplina; nella velocità femminile si mise in luce Wilma Rudolph (oro nei 100 metri piani, 200 metri piani e staffetta 4 x 100 metri) colpita da poliomielite nella prima infanzia e ricca di talento e volontà.
Lo stesso trend si ebbe nel nuoto, con tre record mondiali in campo maschile e quattro in quello femminile e con un dominio complessivo degli australiani e degli statunitensi.
Miglioramenti tecnici si ebbero anche nel sollevamento pesi, dove proseguì la supremazia della scuola dell'Europa orientale mentre nel ciclismo su pista gli italiani si misero molto in evidenza. La disputa della prima medaglia d'oro risultò fatale al venticinquenne ciclista danese Knud Enemark Jensen che durante la cronometro a squadre crollò in terra colpito da un'insolazione.
Nella scherma, gli atleti sovietici si inserirono nella spartizione delle medaglie rompendo la tradizionale egemonia latina; l'introduzione del fioretto elettrico premiò qualità come la resistenza degli atleti a scapito dell'eleganza e dell'astuzia.
Nella ginnastica si assistette al consueto dominio dello squadrone sovietico, contrastato efficacemente solo dai sorprendenti ginnasti giapponesi, che misero al collo ben quattro ori.
Non ci fu soltanto sport agonistico, però, ai Giochi di Roma. Il Comitato organizzatore affiancò difatti alle competizioni una serie di rassegne culturali e storiche. Di grande interesse fu, in particolar modo, l'esposizione "Lo sport nella storia e nell'arte", che fu allestita nel nuovo Palazzo delle Scienze all'EUR. A capo di questa iniziativa fu nominato il professor Guglielmo De Angelis d'Ossat: in tre anni, il professore e i suoi assistenti misero in piedi una mostra di altissimo valore, che illustrava ‒ attraverso la raccolta di libri, pitture, sculture, mosaici, poesie ‒ il ruolo dello sport nella cultura e nella vita italiana dagli etruschi sino al 20° secolo. Nel complesso la XVII Olimpiade, oltre ad essere stata una tra le più affascinanti, coinvolgenti e spettacolari del 20° secolo, fu anche la più pacifica, giacché nessuna protesta (fatto salvo un minuscolo cartello sollevato per pochi secondi dal portabandiera di Formosa con la scritta under protest, "sotto protesta") la turbò, prima, durante e dopo il suo svolgimento. Ciò è da ascrivere, almeno in piccola parte, a merito dell'Italia, e della politica di amicizia che il nostro paese seguiva ‒ pur essendo membro fedele dell'Alleanza Atlantica e legato agli Stati Uniti ‒ con tutti i paesi, tanto dell'area comunista come del terzo mondo. La particolare situazione di Roma, poi, come sede del Vaticano e la presenza del Papa aggiunsero qualcosa di unico ai Giochi: Giovanni XXIII dette udienza a tutti gli atleti nella sua residenza vaticana.
In questi GO la stella più ammirata dell'Olimpiade romana fu una giovane afroamericana: Wilma Rudolph. Vincitrice dei 100 m e dei 200 m e della staffetta 4 x 100 m, eguagliò le tre medaglie d'oro di Betty Cuthbert a Melbourne. La grazia e l'eleganza di Rudolph ‒ la ventesima di 22 figli di un modesto agricoltore del Tennessee che, da bambina, era stata colpita dalla poliomielite sino a perdere l'uso della gamba sinistra ‒ conquistò non soltanto i romani, ma il mondo intero attraverso le immagine televisive.
Mentre un'italiana, la torinese Giuseppina Leone, ottenne a Roma qualcosa mai più raggiunto da un'atleta azzurra: la medaglia di bronzo sui 100 m. La staffetta veloce ‒ composta da Letizia Bertoni, Sandra Valenti, Piera Tizzoni e Leone ‒ fu invece quinta: anche questo il miglior piazzamento nella storia olimpica per l'Italia.
L'Italia dominò inoltre il pugilato e nessuno poté sollevare il minimo dubbio sulla preparazione e sulle qualità di quei pugili. Non ci furono trucchi o inghippi di arbitri. Soltanto ammirazione generale per la vittoria nei pesi welter di Giovanni 'Nino' Benvenuti, uno dei pugili più eleganti e certamente il più grande nella storia della boxe italiana, come avrebbe confermato con il suo passaggio al professionismo e i titoli mondiali conquistati nella categoria dei pesi medi. Assieme a Benvenuti, divennero campioni olimpici Francesco Musso nella categoria piuma e nei pesi massimi Franco De Piccoli che pareva avviato ‒ almeno ciò pensavano in molti ‒ a rinnovare il mito di Primo Carnera. A completare il trionfo della scuola italiana contribuirono le medaglie d'argento di Primo Zamparini tra i pesi gallo, di Sandro Lopopolo nella categoria pesi leggeri e di Carmelo Bossi tra i medi leggeri.
Per la prima volta, ai Giochi di Roma, la televisione coprì l'intero programma di gare, la Rai produsse ben 106 ore di trasmissione, riprodotte anche in tutta Europa, una quantità smisurata considerata l'esistenza, comune praticamente in tutta Europa, di un solo canale. Con la forte concorrenza della diretta televisiva, al cinema ormai servivano inediti percorsi per mantenere fermo e saldo il primato pubblico mediatico e della spettacolarità audiovisiva, tanto che si decise di affidare al regista marchigiano Romolo Marcellini l'incarico di realizzare il film sulla XVII Olimpiade. Egli aveva lavorato a Cinecittà già nel 1935 e decise di focalizzare il suo lavoro giocando molto su aspetti quali “il sentimento” e “lo show”. Come prima cosa utilizzò per le riprese un colore molto vivace, impegnando generosamente ogni strumento disponibile ad esempio la peculiarità dello scope o schermo dilatato e assecondando scenograficamente il fascino delle antiche rovine e delle imponenti architetture romane. Il titolo del film fu “La grande Olimpiade”, una pellicola di due ore e mezza che condensava al suo interno la versatilità di numerose gare in più campi, piscine, pedane e piste disposte in vari luoghi della città stessa.
L'obiettivo del regista fu quello di realizzare un film che risultasse una festa della pace; un nobile documento di amicizia fra i popoli; e, al tempo stesso, uno spettacolo divertente e sensazionale. Il lungometraggio fu realizzato dall'Istituto Luce per il Coni e fu il primo ad avvicinarsi all'opera della Riefenstahl per tipologia di lavorazione, ci vollero due anni preparatori, oltre trecento persone tra dirigenti, collaboratori e quadri tecnici, ottanta mila metri di pellicola impressionata (di cui solo un ventesimo utilizzata) e soprattutto tre ostacoli materiali sapientemente risolti sul piano espressivo e tecnologico: la continuità delle riprese dell'intera maratona, l'illuminazione supplementare per i palazzetti e gli esterni-notte e gli appositi carrelli natanti su cui montare le macchine da presa per il canottaggio sul lago di Albano.

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