XVI inv. - 1984 Sarajevo (YUG)

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1984 Sarajevo (YUG)


Città ospitante Sarajevo, Jugoslavia
Nazioni partecipanti 49
Atleti partecipanti 1.272 (998 Uomini - 274 Donne)
Competizioni 39 in 6 sport
Cerimonia apertura 8 febbraio 1984
Cerimonia chiusura 19 febbraio 1984
Aperti da Mika Špiljak
Giuramento atleti Bojan Križaj
Giuramento giudici Dragan Perović
Ultimo tedoforo Sanda Dubravčić
Stadio Stadio Asim Ferhatović Hase

I XVI Giochi olimpici invernali (in bosniaco XVI zimske olimpijske igre) si sono svolti a Sarajevo (Jugoslavia) dall'8 al 19 febbraio 1984.
Quando, nel 1984, Sarajevo accolse con un calore straripante le Olimpiadi Invernali nessuno avrebbe immaginato che quella città festante dopo pochi anni sarebbe stata martirizzata dalla guerra.
La scelta del CIO di assegnare le Olimpiadi a Sarajevo fu certamente sorprendente perchè la Jugoslavia poteva vantare una tradizione sportiva praticamente nulla in fatto di sport invernali, tanto da non aver mai conquistato nessuna medaglia in sessant'anni di Giochi. Nel 1978, il governo jugoslavo, guidato dal maresciallo Tito, concretizzò l’idea, già aleggiante da alcuni anni, di ospitare nella sua Repubblica i Giochi Olimpici Invernali. La candidatura della città bosniaca vantava l’esperienza maturata nell’organizzazione di varie manifestazioni, come la Settimana dello sport invernale studentesco (genitrice delle moderne Universiadi invernali), la Coppa dei Paesi alpini e la Coppa Europa giovanile, e poteva altresì contare sulle capacità organizzative di Artur Tokac, noto dirigente sportivo jugoslavo già artefice del successo dei campionati europei di atletica di Belgrado 1962. La rivale numero uno era Sapporo, già sede olimpica nel 1972 e forte dei voti compatti del blocco occidentale. A far pendere l’ago della bilancia dalla parte di Sarajevo furono però i voti dei membri svedesi, che, vista cadere la candidatura di Goteborg al primo turno di votazione, confluirino compatti verso la Bosnia. La votazione finì 39 a 36 e, per la prima ed unica volta nella storia, i Giochi invernali vennero assegnati ad un paese del blocco socialista.
In quei Giochi l'Italia conquistò solo due medaglie, ma entrambe d'oro, e di forte valore emblematico. La prima fu quella dello slittinista altoatesino Paul Hildgartner, che a Sapporo dodici anni prima aveva già conquistato un oro nella prova biposto, in coppia con Walter Plaikner (a Sarajevo responsabile tecnico della preparazione dei materiali di gara) ed ex aequo con un equipaggio tedesco orientale. Hildgartner, trentaduenne (peso piuma, fra l'altro, e la zavorra consentita non lo portava certo alla stazza complessiva dei rivali più forti), fu bravissimo in tutte e quattro le manche, andando in testa sin dalla prima. Quando all'ultima discesa la prudenza avrebbe potuto spingerlo a una gara cauta, per ben amministrare il vantaggio, specie dopo il crollo nella terza prova del tedesco orientale Michael Walter, sin lì grande avversario, Hildgartner volle invece tentare tutto, come per onorare la gara al massimo, anche con il rischio e il fascino della temerarietà. Due sovietici salirono sul podio, approfittando della 'disfatta' inflitta da Hildgartner ai tedeschi orientali. Nella prova biposto, quasi per una nemesi innescata dall'italiano, vinse la coppia della Germania Ovest, su una coppia dell'URSS e una della Germania Est.
L'altro oro azzurro fu ottenuto nello slalom speciale femminile, sulla collina di Jahorina, il 17 febbraio, a Giochi avviati quasi alla conclusione, da una giovane italiana nata a Selvino, che decise nella seconda manche di tentare il tutto per tutto, in quella che considerava la prova della sua vita. Paola Magoni fu anche la prima italiana a conquistare l'oro olimpico nello sci alpino. In seguito onorò la prodezza di quel giorno a Sarajevo arrivando anche a un bronzo mondiale. In quello stesso slalom Maria Rosa Quario fu settima e Daniela Zini nona. Più Italia del previsto, insomma. I Giochi volgevano alla fine e riuscire a ottenere una seconda vittoria fu importante per gli azzurri, specialmente considerando quanto poco lo sci alpino aveva dato sin lì, e considerando che anche nelle altre specialità, slittino a parte, l'Italia non aveva ottenuto risultati soddisfacenti.
Ad incantare la Zetra Ice Hall fu anche la ventunenne pattinatrice Katarina Witt, avvenente tedesca dell’est che conquistò tra i Balcani il primo dei suoi due ori olimpici, deliziando il pubblico e superando di pochissimo (grazie alla preferenza di cinque giudici contro quattro) la statunitense Rosalynn Summers. Gli americani si rifecero con l’oro maschile di Scott Hamilton, mentre i sovietici, che nella danza si erano dovuti accontentare dei due gradini più bassi del podio dietro agli inarrivabili Torvill-Dean, conquistarono l’oro nella gara a coppie con Elena Valova e Oleg Vassiliev, rinnovando un dominio che per lo squadrone russo durava incontrastato da ormai Innsbruck 1964. Sullo stesso ghiaccio raggiunsero la laurea olimpica ancora gli atleti dell’Urss di hockey, che, quattro anni dopo la batosta di Lake Placid, ristabilirono le gerarchie conquistando un attesissimo oro davanti a cecoslovacchi e svedesi.
Per trovare l’atleta più medagliato di Sarajevo 1984 bisognerà spostarsi sull’anello del fondo di Veliko Polje, dove la finlandese Marja Liisa Hämäläinen non lasciò nulla, se non le briciole, alle avversarie: oro nella 5, nella 10 e nella 20 km e bronzo con la staffetta finlandese alle spalle di Norvegia e Cecoslovacchia. Bella storia, la sua. Quella di una ragazzina che salì sugli sci a quattro anni per volere del padre (il campione olimpico di Squaw Valley, Kalevi Hämäläinen) e di un talento inespresso, almeno fino al 1983, anno in cui alla soglia dei 28 conobbe il compagno di una vita, il connazionale Harry Kirvesniemi, ed iniziò ad allenarsi con lui. Dall’unione scaturirono sei medaglie a Sarajevo (oltre alle sue i due bronzi di Harry), un matrimonio e due biondissime figlie, oltre a tutti i successi futuri della sua seconda vita da sciatrice, arrivata fino alle soglie dei 40 anni.
Il 13 febbraio 1984 Gunde Svan divenne inevce il più precoce campione olimpico della storia nel fondo. Il ragazzone svedese, a soli 22 anni, veramente pochi per uno sport di fatica come lo sci nordico, si affermò in rimonta nella 15 km, solo tre giorni dopo il bronzo nella 30 dietro al fuoriclasse sovietico Nikolai Zimiatov. E non finì qui: nella staffetta fu autore di una strepitosa rimonta in ultima frazione che portò la Svezia dal quarto al primo posto, e nella 50 km cedette il passo solamente al suo connazionale Thomas Wassberg, conquistando un argento che lo incoronó re del fondo di Sarajevo.
Tra le azzurre, da ricordare i piazzamenti di Manuela Di Centa, la giovane friulana in ascesa che destò clamore rifiutando la pratica dell'autoemoperfusione e rivelando un carattere forte e libero. Ventiquattresima sui 5 km, ventottesima sui 10, ventiseiesima sui 20, sembrava pronta a raccogliere il testimone da una grande pioniera presente lì a Sarajevo, Guidina Dal Sasso. Veneta di Asiago, poi trapiantata in Piemonte, nella Val d'Ossola, Dal Sasso fu ventiquattresima sui 5 km con lo stesso tempo di Di Centa, sedicesima sui 10, decima sui 20. In staffetta le due, con l'aiuto assolutamente non eccezionale di Klara Angerer e di Paola Pozzoni, colsero il nono posto. L'hockey, infine, fu anch'esso giocato al riparo dalle intemperie. Il podio risultò tutto europeo con URSS, Cecoslovacchia e Svezia, al quarto posto un Canada mutilato dal reclamo statunitense per la posizione decisamente professionistica di alcuni suoi componenti. Fra l'altro l'inchiesta del CIO, innescata appunto dall'iniziativa USA, causò l'esclusione dal torneo di due azzurri, Corsi e Bragnale, acquisiti dall'Italia in virtù del loro doppio passaporto di canadesi oriundi. L'Italia dunque, che rientrava nel torneo olimpico di hockey dopo vent'anni, non poté esprimersi al suo massimo preventivato e finì nona, dopo avere battuto la Polonia e avere perduto contro Svezia e Germania Ovest.

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