XV inv. 1980 Lake Placid (USA)

Da Wikisport.

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1980 Lake Placid (USA)


Città ospitante Lake Placid, Stati Uniti d'America
Nazioni partecipanti 37
Atleti partecipanti 1.072 (840 Uomini - 232 Donne)
Competizioni 38 in 8 sport
Cerimonia apertura 13 febbraio 1980
Cerimonia chiusura 24 febbraio 1980
Aperti da Walter Mondale
Giuramento atleti Eric Heiden
Giuramento giudici Terry McDermott
Ultimo tedoforo Charles Gugino
Stadio Equestrian Stadium

I Giochi Invernali della XV Olimpiade si svolsero per la seconda volta a Lake Placid dal 13 febbraio al 24 febbraio del 1980. Lake Placid è una località dello Stato di New York, nel cuore della catena degli Adirondacks. I Paesi che presero parte alla competizione sportiva furono 37, mentre il numero di atleti risultò essere complessivamente di 1072, di cui 840 uomini e 232 donne. Le gare in programma furono 38, suddivise in diverse discipline sportive, tra cui il Biathlon, il Bob, l’Hockey, il Pattinaggio, il Pattinaggio artistico, lo Sci alpino, lo Sci nordico e lo Slittino. L'Italia, in questa occasione inviò una spedizione di 49 atleti di cui 37 uomini e 12 donne. Anche ai Giochi Invernali, seppur in maniera minore rispetto a quelli estivi, arrivarono con le tensioni internazionali che causarono boicottaggi e polemiche tra gli anni Settanta ed Ottanta. Siamo a Lake Placid, in America, paese che ospitò i Giochi per la seconda volta dopo l'edizione del 1932, e per un curioso incrocio nello stesso anno, il 1980, i Giochi estivi si svolsero agli antipodi politici, ovvero a Mosca. A Lake Placid si arrivò quindi sulla scia delle minacce di boicottaggio americane (poi avvenuto) alle Olimpiadi di Mosca, dopo l'invasione militare russa in Afghanistan. Qui per fortuna l'Unione Sovietica non rinunciò ai Giochi Invernali e l'unico boicottaggio che si verificò, fu quello di Taiwan che protestò contro la partecipazione (la prima) della Cina. Lake Placid, si presentava dunque senza un vero e proprio cuore urbano. Il paese era piccolo, gli impianti sparpagliati nei monti e nelle valli vicine. La distribuzione delle gare nei tempi e soprattutto negli spazi creò numerosi problemi logistici che si aggiunsero alle difficoltà organizzative degli spostamenti su strada e alle alterne condizioni meteorologiche. Furono insomma Giochi di alto disagio generale. Qualche sorriso arrivò però dalla pubblicazione di giornaletti locali, di stampo goliardico, dove si parlava di Lake Panic, di Fake ("fasullo") Placid, e dove, parodiando il titolo di un film importante uscito in quei mesi, si definivano i Giochi come Apocolympics Now. L'atmosfera venne inoltre aggravata da questioni politiche. Cominciava a diffondersi, sia pure senza alcuna ufficializzazione, il timore che gli Stati Uniti mettessero in atto il proposito di disertare i Giochi estivi in programma a Mosca pochi mesi dopo, per protestare contro l'invasione sovietica dell'Afghanistan. Il successo assolutamente non previsto nel torneo di hockey su ghiaccio della squadra statunitense ‒ una formazione di giovanotti sostanzialmente estranei al grande mondo professionistico del loro sport ‒ proprio sui favoritissimi sovietici ebbe un rilievo speciale anche in quell'ottica politica. L'autore del gol decisivo per il 4-3 sull'URSS (che era arrivata a condurre per 3-2), nonché capitano della giovane squadra, fu Mike Eruzione, un oriundo italiano. Per la precisione la squadra statunitense di hockey raccolse l'oro ufficialmente soltanto con una successiva e neanche troppo facile vittoria sulla Finlandia, per 4-2, ma proprio l'enfatizzazione del successo sull'URSS, che da un po' di tempo dominava tutte le massime gare di hockey, fu il sintomo della politicizzazione dei Giochi di Lake Placid in chiave antisovietica. Chiamati alla Casa Bianca dal presidente Jimmy Carter, orgogliosissimo di loro, gli hockeysti statunitensi furono i testimoni della prima dichiarazione formale concernente il boicottaggio. Il 13 Febbraio del 1980 vennero comunque ufficialmente aperti i XV Giochi Invernali di Lake Placid, in cui Gustavo Thoeni, alla sua terza Olimpiade, vincitore di una medaglia d’oro e due d’argento, fu l’alfiere della squadra azzurra. Il grande sciatore italiano si confermerò ancora fra i migliori slalomisti del mondo, concludendo all’ottavo posto. Il 14 febbraio 1980, la Whiteface Mountain – pista maledetta che l’anno prima volle il sacrificio umano del povero Leonardo David – ospitò i draghi della velocità nella prova che aprì l’appuntamento a cinque cerchi. Lo svizzero Peter Muller, dominatore delle due ultime stagioni di Coppa del Mondo vestì i panni del favorito, ma dovette vedersela in prima persona con il canadese Ken Read che aveva già conquistato la gloria di Kitzbuhel e di Wengen e che si presentava con un spiccatissimo senso dello spettacolo (capofila di quei “crazy canucks” che si affidavano per l’occasione anche all’audacia di Steve Podborski, Dave Murray e Dave Irwin). Tra i pretendenti alla medaglia ci fu anche l’azzurro Herbert Plank, nel pieno della maturità agonistica e che spesso trovava posto sul podio, così come il norvegese Erik Haker, che poteva vantare solo un successo in Val Gardena ma che era fortemente abbonato alle prime piazze. Riguardo agli austriaci, Klammer, re olimpico quattro anni prima a Innsbruck ma fuori condizione da un paio di stagioni, aveva sofferto vicissitudini familiari e ne aveva pagato dazio al cambio d’attrezzo. Il Wunderteam bianco-rosso invece aveva nondimeno uno squadrone, col giovane ma già vincente Peter Wirnsberger, il campione del mondo Josef Walcher, il possente Werner Grissmann e l’altra promessa Harti Weirather. Ma la prova del giorno precedente la discesa olimpica, che in casa-Austria valeva come selezione, promosse a sorpresa l’uomo che nessuno si aspettava, ovvero Leonhard Stock, non ancora ventiduenne, reduce da un infortunio alla spalla e presente per lo slalom gigante, fece segnare il tempo migliore. La notte portò consiglio e il trainer Karl Kahr optò per l’esclusione di Walcher: sarà una scelta azzardata ma che si rivelerà trionfale. Weirather fu il primo a scendere, con pista immacolata nonostante vento e nevischio e numero 1 di pettorale, il tempo al traguardo fu di 1minuto 47secondi 70centesimi tanto da valergli solo il nono posto finale, mentre Plank poco dopo riuscì a migliorare il cronometro sciando in 1minuto 46secondi 63centesimi. Non ci riuscirà invece Haker, che sommando un errore dopo l’altro finì ben lontano dai primi, neppure l’altro azzurro Giuliano Giardini avvicinò il tempo del compagno di squadra. Invece Stock, pettorale numero 9 presentandosi con un forte feeling con il manto ghiacciato della neve, pennellò le curve nella parte alta e andò molto veloce lungo il tratto di scorrimento. La sua prestazione fu esente da pecche, non conobbe alcuna sbavatura, l’intermedio lo premiò da subito balzando al comando col parziale di 1minuto 45secondi 50centesimi, sopravanzando nettamente Plank. Casa-Austria fece un sussulto, tanto più che il concorrente successivo, il favorito Muller, restò distante di 1secondo 25centesimi rimanendo solo ai piedi del podio. La sfida risultò essere molto aperta, Grissmann fece segnare intermedi da medaglia ma perse terreno prezioso nella parte conclusiva terminando solo settimo, ed allora la vicenda olimpica si risolse con le discese in successione di Wirnsberger, Read e Podborski. L’austriaco disegnò una prima parte ricca di incertezze, recuperando magistralmente ma risultando secondo staccato di 62centesimi, la sfortuna si accanì inoltre con Read a cui dopo pochi secondi di gara si aprì un attacco costringendolo all’abbandono, Podborski invece andò sul podio, solo terzo, seppur prima medaglia olimpica della storia dello sci alpino al maschile per il Canada. Quel che successe poi non mutò volto alla classifica, l’americano Patterson giocò in casa e chiuse quinto, proprio davanti a Plank, tra i migliori dieci si inserì il sovietico Tsyganov, ottavo, con grande sorpresa. L’oro olimpico cinse dunque il collo di Leonhard Stock, l’intruso che nessuno si aspettava che vinse la sua prima gara in carriera nel giorno più importante. Dovrà aspetterà altri nove anni per tornare davanti a tutti. Ma l’Austria, che puntava su altri stalloni, sorrise comunque.
Riguardo invece lo slittino azzurro, da sempre ai massimi livelli mondiali, non tradì neanche questa volta, a Lake Placid offrì all’Italia le emozioni e le soddisfazioni maggiori. Le sole medaglie dei XV edizione dei Giochi Olimpici Invernali, infatti, vennero da questa specialità che trovò le sue naturali radici nel nord Italia e che nella velocissima pista del Monte Van Hoevenberg confermò le sue caratteristiche da brivido. I risultati italiani, con un po’ più di fortuna, sarebbero stati anche migliori: tuttavia, la scuola del nostro Paese, insieme a quella della Germania Est, dettarono legge dominando la tensione di quattro terribili giorni di gare -in verità troppi-, forte di una preparazione molto accurata sia sul piano fisico che su quello tecnico. Paul Hildgartner, già medaglia d’oro nel doppio a Sapporo, conquistò l’argento nel singolo otto anni dopo, vendicando parzialmente la sfortuna di Ernst Haspinger vincitore fino alla terza discesa e vittima di un incidente alla pericolosissima curva 12, che aveva già punito nella terza manche il campione del mondo Detlef Guenther, tedesco orientale e nella prima il nostro Karl Brunner e costretto a concludere in 52’’556, che gli valse soltanto il ventunesimo posto. Haspinger, quinto prima della prova conclusiva, scese magistralmente, concentrato al massimo, senza lasciarsi prendere dal terrore per la gara dello sfortunato compagno di squadra, superò anche il tedesco occidentale Winklere vincendo l’argento dietro al tedesco orientale Bernhard Glass, un gigante di quasi cento chili, capace di grandi imprese e di meschini giochi psicologici, come quello di intimidire Haspinger prima della finale. Karl Brunner, carabiniere di Valdaora si prese così la sua rivincita nel doppio. Insieme a Peter Gschnitzer di Vipiteno conquistarono il secondo argento per l’Italia dietro alla coppa Rinn-Hann della Germania Est. L’altro doppio azzurro terminò invece al quinto posto. Gli italiani in questa Olimpiade furono più che altro spettatori, raccogliendo appena due medaglie d'argento, entrambe nello slittino. Vi fu poi un quarto posto nello slalom speciale ad opera di Maria Rosa Quario, a soli 3 centesimi dal bronzo, e davanti per 1,20″ a Claudia Giordani, che era stata già medaglia d'argento quattro anni prima. Non mancarono inoltre le recriminazioni, e soprattutto le tante confessioni di debolezza, di ritardo nello stare al passo con i tempi che sempre più chiedevano ricerca scientifica, impegno tecnologico, coltivazione ottimale degli eventuali talenti e che non permettevano nessun adagiamento sui cosiddetti allori. Ci furono anche delle polemiche interne, coperte a stento dai dirigenti federali. Brigitte Fink, commissario tecnico degli slittinisti azzurri, rimproverò Mario Cotelli, che era stato fra gli artefici della 'valanga azzurra' quando Thoeni era ai massimi livelli, di avere permesso una fornitura di nostri tessuti speciali da discesisti (molto validi ai fini aerodinamici) agli slittinisti tedeschi orientali.

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