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	<title>Wikisport - Contributi dell'utente [it]</title>
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	<updated>2026-05-14T10:36:08Z</updated>
	<subtitle>Contributi dell'utente</subtitle>
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		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Beccali_luigi&amp;diff=99</id>
		<title>Beccali luigi</title>
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		<updated>2016-05-23T08:36:11Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;                 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Luigi Beccali nasce a Milano il 19 dicembre 1907. Appassionato da giovanissimo di ciclismo e atletica, scelse poi di dedicarsi esclusivamente a quest'ultima. Allenato da Dino Nai, nel 1928 Beccali si aggiudicò il titolo italiano dei 1500 metri, che confermò anche nei tre anni successivi. Nel 1932 partecipò alle Olimpiadi di Los Angeles dove vinse la medaglia d'oro nei 1500 m facendo anche segnare il nuovo record olimpico con 3'51&amp;quot;2.&lt;br /&gt;
L'anno successivo prima eguagliò con 3'49&amp;quot;2 il record del mondo di Jules Ladoumègue e poi lo migliorò portandolo a 3'49&amp;quot;0. Fece segnare anche il record mondiale nelle 1000 iarde con 2'10&amp;quot;0 e quello italiano negli 800 e 600 m rispettivamente con 1'50 e 3/5 (a soli 6 decimi da quello mondiale) e 1'20 e 2/5.&lt;br /&gt;
Nel 1934 si aggiudicò l'oro agli europei di Torino nei 1500 m, oltre ad un nuovo titolo italiano. Nel 1935, oltre al quinto titolo italiano nei 1500 m fece suo anche quello nei 5000 metri. Nel 1936 si laureò nuovamente campione italiano nei 1500 m e partecipò alle Olimpiadi di Berlino dove però, anche a causa di una ferita ad un piede, non riuscì a confermare il titolo vinto quattro anni prima, andando comunque ad aggiudicarsi il bronzo.&lt;br /&gt;
Conseguì lo stesso risultato due anni più tardi agli europei di Parigi. Nello stesso anno fece suo l'ennesimo titolo italiano dei 1500 m. Con lui venne introdotto il concetto di &amp;quot;corsa totale&amp;quot;. Abbandonata l'attività agonistica si trasferì per motivi di lavoro negli Stati Uniti. È scomparso a Rapallo, dove trascorreva le vacanze estive, nel 1990 all'età di 82 anni a causa di un edema polmonare.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
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		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Louis_Joe&amp;diff=82</id>
		<title>Louis Joe</title>
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		<updated>2016-05-23T08:31:39Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot;LOUIS JOE BARROW    Joseph Louis nacque il 13 maggio 1914 a Lafayette, nelle zone rurali di Chambers County,in Alabama. Poco si conosce della sua infanzia. Nato in una povera...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;LOUIS JOE BARROW&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Joseph Louis nacque il 13 maggio 1914 a Lafayette, nelle zone rurali di Chambers County,in Alabama. Poco si conosce della sua infanzia. Nato in una povera famiglia di mezzadri, fu il  settimo di otto figli. A 12 anni si trasferì con la sua famiglia a Detroit, nel Michigan, dove i Barrow speravano di trovare un lavoro più redditizio. Qui  Joe frequentò la Bronson Vocational School per alcuni anni e scoprì la boxe. Iniziò la sua carriera pugilistica da dilettante a 17 anni come peso mediomassimo, debuttando con un tale Johnny Miller, che gli inflisse la sua prima sconfitta. In seguito Joe collezionò una notevole serie di vittorie, aggiudicandosi vari campionati  sia nella sua città che a Chicago. Concluse la carriera da dilettante con 50 vittorie, di cui 43 per KO, e con solo 4 sconfitte. Il suo primo incontro da professionista avvenne il 4 luglio 1934 a Chicago contro Jack Kracken, il quale andò subito al tappeto al primo round. Nel 1937, sempre a Chicago, conquistò il titolo mondiale di campione dei pesi massimi contro James J. Braddock e lo conservò interrottamente, difendendolo per 12 anni: dal 22 giugno 1937 al primo marzo 1949. In questo periodo solamente 3 avversari riuscirono a resistere fino alla quindicesima ripresa e furono Tommy Farr, Arturo Godoy e Jersey Joe Walcot, mentre tutti gli altri che lo affrontarono andarono KO dopo pochi round. Per tutta la metà degli anni ’30 Louis dominò la categoria mettendo fuori combattimento, pugili del calibro di Max Baer, Primo Carnera,Tommy Farr, Bob Pastor, Billy Conn e Max Schmelling. Nel 1949 annunciò il suo ritiro, ma ritornò sul ring nel 1951 per far fronte a difficoltà economiche. Fu un errore, perché venne sconfitto varie volte. Fu battuto anche da Ezzard Charles e Rocky Marciano. Dopo questo incontro Joe Louis si ritirò definitivamente dall’attività agonistica e, considerato ancora un personaggio di fama mondiale, divenne uomo di relazioni per l’Hotel Caesar’s Palace di Las Vegas. Lavorò anche nello staff di Sonny Liston, che considerava il suo erede, e come agente di Cassius Clay. Cocaina ed eroina diventarono sue pericolose compagne di vita in questo periodo di crisi dovuto a grandi difficoltà economiche. Negli anni settanta Louis scoprì di essere ammalato: aveva una grave cardiopatia. Assistito da Rocky Marciano e Max Schmelling, che erano diventati suoi grandi amici, il 12 aprile 1981 morì per arresto cardiaco a Las Vegas a 66 anni. Grazie all’intervento del presidente Roland Reagan fu sepolto, con gli onori militari, nell’Arlington National Cemetery.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Joe Louis iniziò la sua carriera da pugile come peso mediomassimo affrontando, Johnny Miller e subendo una sconfitta. Più che un match si trattò di un autentico scandalo, poiché Miller era un dilettante esperto che rappresentò gli Stati Uniti all’Olimpiade di Los Angeles del ’32, mentre Louis era solo un giovane pugile all’esordio. Secondo una leggenda, prima dell’incontro, Louis, che sapeva a malapena leggere e scrivere firmò così grande che non ci fu posto per il suo cognome. Come risultato venne presentato con il nome di Joe Louis. Molto probabilmente Louis decise di omettere il suo cognome per tenere segreta la sua attività pugilistica alla madre. Dopo il primo disastroso incontro, Joe si riprese e terminò la sua carriera da dilettante con 50 vittorie delle quali 43 per KO, con solo 4 sconfitte.&lt;br /&gt;
Le sbalorditive prestazioni da dilettante di Joe attirarono subito le attenzioni di tantissimi manager professionisti, poiché al suo fisico placido e apparentemente pigro, contrapponeva sul ring una grande velocità e una straordinaria potenza per cui fu soprannominato “Bombardiere Nero”. Era un pugile dotato stilisticamente e tecnicamente, con una box di attacco che quasi sempre riusciva a sgretolare le difese dell’avversario. Il suo talento gli permise di scalare le classifiche mondiali a dispetto del colore della pelle, un ostacolo ancora troppo grande per un afroamericano degli anni ’30. Aveva un viso senza espressione ed uno sguardo vuoto dove era difficile leggere emozioni. Ed era quel suo sguardo che atterriva  gli avversari già al primo incrociarsi dei guantoni. Nel luglio del ’34 approdò nel professionismo. Precisamente il 4 luglio 1934 disputò il suo primo combattimento come peso massimo contro Jack Kracken, al Bacon Casino del sud di Chicago, dove terminò subito la contesa con un KO al primo round, lasciando i commentatori esterrefatti per la forza che era in grado di esprimere sul ring. Solo in quell’anno disputò 12 incontri, vincendoli tutti e portandone al termine 10 per KO. Il 19 giugno del 1936 subì la sua prima sconfitta professionale dal pugile tedesco Max Schmelling, ex campione del mondo dei pesi massimi, molto stimato da Adolf Hitler, con un KO dopo 12 riprese. Nel 1937 Louis ebbe finalmente la possibilità di rifarsi dalla pesante sconfitta dell’anno precedente e di battersi per il titolo. Non accadeva dai tempi di Jack Johnson che un pugile nero si battesse per il titolo, precisamente dal 1915.A Chicago, conquistò il titolo mondiale di campione dei pesi massimi contro James J. Braddock e lo conservò interrottamente, difendendolo 27 volte per 12 anni (record ancora oggi rimasto imbattuto nella categoria dei pesi massimi). Da questi dati sbalorditivi inizia la sua inarrestabile ascesa che lo porterà a diventare uno dei più celebri pugili di tutti i tempi. Per tutta la metà degli anni ’30 Louis dominò la categoria mettendo fuori combattimento pugili di calibro mondiale. Sempre nello stesso periodo affrontò di nuovo Max Schmelling allo Yankee Stadium di New York, nel “match del secolo”, incontro  molto atteso in tutto il mondo. Appena suonò il gong il primo destro di Louis fratturò una delle costole del pugile tedesco e il secondo colpo, un sinistro devastante, lo mise al tappeto. Lo scontro durò solo 2 minuti e 4 secondi. La furia di Joe si abbatté su Schmelling che rappresentava l’ultima barriera tra lui e la gloria. Da quel momento fu eletto “Fighter of the Year” (pugile dell’anno) dalla rivista americana Ring Magazine per ben 4 anni. La rivista lo nominò anche al primo posto nella propria classifica dei 100 migliori puncher di tutti i tempi e nel 1935 fu premiato come atleta maschile dell’anno dall’Associated Press. Nel 1949 annunciò ufficialmente il suo ritiro e di conseguenza dovette rinunciare anche al titolo. Ritornò sul ring nel 1951 per rimediare a difficoltà economiche a cui era andato incontro dopo il suo ritiro, ma fu un errore perché venne sconfitto varie volte. Tra queste sconfitte le più devastanti furono quelle con Ezzard Charles e Rocky Marciano. Proprio quest’ultimo gli inflisse una pesantissima sconfitta, al Madison Square Garden, dove venne messo al tappeto all’ottava ripresa con un potente montante seguito da un altrettanto potentissimo gancio. Tuttavia Louis fu sempre l’idolo di Marciano e dopo l’incontro nacque tra i due una sincera amicizia che portò Rocky ad aiutare il vecchio campione caduto in disgrazia.&lt;br /&gt;
Problemi con il fisco, ma, soprattutto problemi con la droga, lo portarono al declino totale, tant’è che nel 1981 venne colpito da un infarto che lo uccise.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Joe Louis è stato uno dei più popolari e prestigiosi campioni della storia della box mondiale. Soprannominato anche “Brown Bomber” e “The People’s Champ”, si costruì un’ottima reputazione come sportivo onesto, corretto e diligente in un periodo in cui regnava nello sport il gioco d’azzardo, contribuendo  a rendere la boxe una disciplina popolare. Considerato il primo afroamericano ad aver ottenuto lo status di eroe nazionale, nel 1954 è stato introdotto nella Ring Magazine Boxing Hall of Fame e nel 1990 nell’International Boxing Hall of Fame . Nel 1982 gli fu conferita la medaglia d’oro del Congresso e nel 2005 è stato nominato il miglior peso massimo di ogni epoca dalla International Boxing Research Organaization. Riconosciuto anche come uno dei più grandi pugili di ogni tempo, è stato il primo pugile dell’epoca moderna e un peso massimo che&lt;br /&gt;
ha anticipato i tempi. Il suo stile, l’intelligente preparazione del corpo e la rapida esecuzione dei colpi, gli avrebbero permesso di reggere e vincere il confronto anche con i campioni di oggi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Grande interesse ha suscitato in me la vita di quest’importante sportivo a livello mondiale. Mi ha colpito la doppia personalità di Joe Louis : pugile imbattibile, forte, potente, rapido e devastante nell’azione, dotato di tecnica sopraffina e, nel contempo, uomo, che cresciuto in un ambiente e in un periodo storico dove forti erano la discriminazione razziale e l’intolleranza, con onestà e impegno era riuscito a conquistare un posto di prestigio non solo nello sport, ma, che , alla fine, fu sconfitto innanzitutto dalle proprie debolezze. Rimane nell’immaginario di tutti un vero campione, uno dei pugili più forti, uno dei protagonisti della storia dello sport, in grado di incidere in profondità come pochissimi altri, nella cultura e nella società del suo tempo. &lt;br /&gt;
La sua storia mi ha colpito molto perché ha dovuto combattere prima contro un’America fortemente razzista per farsi strada e, poi, contro grandi campioni, per diventare, infine, il migliore. Per tutto quello che ha vinto e per come si è affermato, partendo da condizioni miserabili, io lo reputo un grandissimo atleta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
PALMARÈS&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
CARRIERA DA DILETTANTE&lt;br /&gt;
1932	Inizio carriera	vs Johnny Miller&lt;br /&gt;
1933	Vince il campionato novizio Golden Gloves&lt;br /&gt;
1934	Vince il torneo AAU di St. Louis&lt;br /&gt;
Record da dilettante: 50 vittorie(43 per ko), 4 sconfitte&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
CARRIERA DA PROFESSIONISTA&lt;br /&gt;
1934	4 luglio	Debutto nel circolo dei pesi massimi	vs Jack Kracken&lt;br /&gt;
1936	9 giugno	Subisce la prima sconfitta da professionista	vs Max Schmelling&lt;br /&gt;
1937	22 giugno	Diventa campione del mondo	vs James J. Braddock&lt;br /&gt;
1938	22 giugno	“Match del secolo“	vs Max Schmelling&lt;br /&gt;
1949	Si ritira e di conseguenza perde anche il titolo di campione &lt;br /&gt;
1951	Ritorna sul ring per far fronte a varie disgrazie &lt;br /&gt;
1951	26 ottobre	Sconfitta per ko	vs Rocky Marciano &lt;br /&gt;
69 incontri totali da professionista:66 vinti(52 per ko);3 persi(2 per ko); 0 pareggi &lt;br /&gt;
1935	Premiato come atleta maschile dell’anno dall’Associated Press&lt;br /&gt;
1936,1938,1939,1941	Eletto Fighter of the Year dalla rivista Ring Magazine&lt;br /&gt;
1982	Gli fu conferita la medaglia d’oro del Congresso&lt;br /&gt;
1990	Riconosciuto come pugile più grande di ogni tempo dall’International Boxing Hall of Fame&lt;br /&gt;
2005	Nominato miglior peso massimo di ogni epoca dalla International Boxing Research Organization&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
	</entry>
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		<title>Ghella Mario</title>
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		<updated>2016-05-23T08:29:26Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot;GHELLA MARIO     campione Olimpico ciclismo su pista  Londra 1948  Mario Ghella, da partigiano a campione Olimpico Mario Ghella, nasce il 23 Giugno del 1929 a Chieri piccolo p...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;GHELLA MARIO&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
campione Olimpico ciclismo su pista &lt;br /&gt;
Londra 1948&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mario Ghella, da partigiano a campione Olimpico&lt;br /&gt;
Mario Ghella, nasce il 23 Giugno del 1929 a Chieri piccolo paesino alle porte di Torino. Quei pochi chilometri che separavano Chieri da Torino per la precisione dodici, che venivano percorsi ogni giorno per   raggiungere l’istituto tecnico industriale sono stati cruciali per Mario Ghella. Andando alla massima velocità per non arrivare in ritardo a scuola e imparando a “scattare”, riuscendo a passare da zero a 60 Km/h in 12-13 secondi, per attaccarsi alle targhe delle macchine e così riposarsi, hanno fatto nascere in lui la passione per la bici. Cosi Mario Ghella fin dall’età di 15 anni si è specializzato nella velocità.&lt;br /&gt;
Le condizioni delle infrastrutture ai tempi in cui cominciò ad allenarsi, durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale, di certo non erano ottimali. Le piste in Italia erano molto poche e a Torino vi era un solo velodromo e quindi fui obbligato a fare anche strada.&lt;br /&gt;
La prima vittoria su circuito di Mario fu a Marrakech in Marocco, poi vinse il Gran Premio di Danimarca e di Parigi, dove conobbe Rossi di Montalera amministratore delegato dell’allora Martini &amp;amp; Rossi, oggi meglio conosciuta semplicemente come “Martini”, che ha ancora oggi la sua sede più importante proprio a  Chieri, rappresentando così il marchio in numerose gare in Nord Africa: Tunisi, Casablanca, Algeri, Tripoli.  &lt;br /&gt;
Nelle Olimpiadi vinte da Ghella, essendo le prime dopo la guerra, la nazionale italiana aveva poche risorse economiche. Non avevano né le ruote, né le gomme buone. E in qualche caso lo spirito di solidarietà fra gli atleti superò la rivalità. La squadra azzurra infatti frequentava molti sudamericani che partecipavano alle Olimpiadi e con loro avevamo instaurato un rapporto di amicizia. Mario concorse con l’allora campione venezuelano Julio Cesar León ai quarti di finale battendolo.&lt;br /&gt;
Dopo la gara, il ciclista vinto andò verso Ghella e fece un gesto inaudito: gli propose di usare le sue gomme per la finale. Ovviamente l’azzurro non ci pensò due volte ed accettò. Nell’ultima prova concorse con l’allora campione del mondo, un “baronetto”, il britannico Reginald Harris. Riuscì a vincere le prime due competizioni contro di lui e così non si svolse neanche la terza, aggiudicandosi la medaglia d’oro. Fece un buon tempo considerando la non  alta qualità della pista, sicuramente le gomme furono di grande aiuto, pesavano solo 250 grammi, erano tubolari di seta  molto leggere. &lt;br /&gt;
Oggi la sua maglia di quella vittoria, contrassegnata dal tricolore, la bandiera iridata e i cinque cerchi olimpici, è conservata presso la Madonna del Ghisallo, a Magreglio nel comune di Como.&lt;br /&gt;
Come afferma lo stesso Ghella, quando si corre su pista i dettagli sono fondamentali, l’esito di una gara dipende, oltre che dalla qualità dello sportivo, anche dalla parabola del velodromo, dalla bicicletta e dall’abbigliamento. Oggi i corridori fanno tempi più brevi rispetto a quando gareggiavo io, perché le bici, composte da titanio, alluminio o fibra, sono molto più leggere e i vestiti di materie plastiche permettono una migliore penetrazione nell’aria. Per poter osservare le novità di questo sport, Ghella desidera recarsi alle Olimpiadi del 2012 che si svolgeranno ancora una volta a Londra, nella stessa città in cui vinse sessantadue anni fa.&lt;br /&gt;
È convinto inoltre che il ciclismo, oltre a beneficiare delle nuove tecnologie, è anche uno degli sport che più soffre delle conseguenze delle invenzioni moderne. Il doping, per cui sono stati sanzionati tanti atleti negli ultimi anni, è uno degli effetti negativi. Oggi le capacità individuali hanno un valore minore rispetto ai suoi  tempi. Nelle competizioni entrano in gioco tanti soldi che inquinano lo sport, incidendo sulle decisioni dei corridori, dei patrocinanti e delle squadre nazionali. Le istituzioni, come il CONI nel caso dell’Italia, hanno il compito di coltivare i valori atletici. Poi citando uno dei più grandi scienziati della storia, Archimede, afferma con rassegnazione: “L’uomo è ignobile e grossolano, la sua etica viene inquinata molto facilmente”.&lt;br /&gt;
Negli anni dell’adolescenza e della guerra Ghella fu partigiano. Il suo ruolo era rifornire gli uomini della Resistenza che si nascondevano nelle colline della provincia di Torino di armi e di mezzi trasporto. In quegli anni vi era una grande carenza di benzina e spesso i partigiani non riuscivano ad approvvigionarsi. Così si ingegnò e inventò il primo motore che usava un bio-combustibile: la grappa. Poi costruii un motore composto da due cilindri che funzionava con il gas prodotto dalla combustione del legno.&lt;br /&gt;
Il ciclista-inventore girò per quasi tutti i continenti del mondo gareggiando oltre che in Europa, in Australia, in Africa e in Sudamerica. &lt;br /&gt;
All’età di 29 anni decise di stabilirsi in Venezuela, fra i motivi della scelta di questo paese vi era anche l’invito del suo amico venezuelano León, il ciclista che gli aveva prestato le gomme per gareggiare a Londra. A Caracas fondò una fabbrica di biciclette e un’impresa di decorazione di interni.&lt;br /&gt;
La nuova sfida di Ghella all’età di 82 anni è di progettare la migliore casa ecologica per il maggior numero di persone. Questo l’obiettivo nobile di Mario Ghella: risolvere il problema delle “barrios” che si inerpicano sulle colline delle città venezuelane e aumentare la qualità di vita della gente. Fin dai primi anni dell’adolescenza con l’invenzione del primo bio-combustibile, l’ex ciclista italo-venezuelano si è ingegnato per mettere a punto un motore pulito che rispetti l’ambiente. Oggi sulla base delle scoperte pregresse ha progettato una “casa nuova” che si caratterizza per due elementi: il minor costo di costruzione e manutenzione e minor inquinamento.&lt;br /&gt;
Ghella si definisce discepolo di Archimede poiché lo scienziato di Siracusa fu il primo nella storia a utilizzare l’energia solare: si dice infatti che riuscì a respingere l’invasione dei romani in Sicilia incendiando le loro imbarcazioni con uno specchio ustore. E la scelta del titolo dell’ultimo progetto delle abitazioni sostenibili di Ghella si intitola “Duemilatrecento” proprio perché sono trascorsi più di due secoli dalla nascita del grande matematico dell’antichità.&lt;br /&gt;
Sul tavolo di legno Ghella ha disposto tutti i modelli delle sue ultime creature: torri, turbine, macchinari, edifici. Ogni pezzo è stato costruito dalle sue mani ormai rugose, ma sempre pazienti e precise nell’eseguire il lavoro. “Ha progettato dei condomini da costruire su dei piani terrazzati sulla collina che si trova al km 14&lt;br /&gt;
della strada Caracas-La Guaira. Tutti gli appartamenti saranno autonomi e funzioneranno sfruttando unicamente l’energia naturale” racconta facendo muovere delicatamente i marchingegni da lui inventati.&lt;br /&gt;
Ghella spiega che la torre che genera l’energia per tutti i condomini si troverà sulla cima della collina.&lt;br /&gt;
A questa nuova generazione di abitazioni sarà garantita elettricità, acqua, sicurezza e mezzi di trasporto senza utilizzare energie esterne. La prima sarà prodotta dal generatore e la seconda dal condensatore sempre della torre. L’acqua inoltre verrà riscaldata con l’energia solare raccolta dalle vecchie tubature di impianti petroliferi che saranno disposte sul tetto” afferma giustificando il suo progetto con dati matematici. L’ex corridore ha pensato proprio a tutto: anche a utilizzare i rottami di vecchie industrie che altrimenti rimarrebbero abbandonati nelle campagne.&lt;br /&gt;
Adesso sta costruendo un modello sia di una cabinovia per trasportare gli abitanti fino agli immobili in cima alla collina, sia di una gru scavatrice per costruire gli edifici”. La sicurezza, infine, si otterrebbe attraverso la trasparenza degli spazi pubblici e l’eliminazione di vicoli, muri e ripari presenti nei “barrios”. Tutto il complesso 2300 sarebbe sorvegliato da un vigilante meccanico che volerebbe in un girocoptero”.&lt;br /&gt;
Lo sguardo dell’ex campione olimpico arriva lontano, riesce a scrutare il futuro proiettandosi al di là di ciò che la maggior parte delle persone immaginano. Vuole trovare soluzioni concrete ai problemi attuali della società, come la perdita delle abitazioni dovuta alle recenti inondazioni che hanno colpito migliaia di venezuelani. Vuole che al più presto venga costruito un tunnel per evacuare l’acqua piovana che si accumula nella capitale, altrimenti dice gli smottamenti aumenteranno.&lt;br /&gt;
L’uomo dai capelli bianchi, ormai ottantaduenne, dal portamento deciso e gli occhi illuminati dalla saggezza non è solo un inventore, ma è anche un conoscitore della storia e un’artista. Così provano le sculture esposte nel salone, fra queste vi è la moneta con il volto di Carlo Magno che mostra il lato poco conosciuto dell’imperatore o l’altro lato della medaglia: l’uomo che dispose la deportazione di migliaia di persone.&lt;br /&gt;
Con l’obiettivo di sperimentare i suoi progetti carichi di lungimiranza e sensibilità per le problematiche dei più deboli, Ghella è alla ricerca di un finanziatore o di un imprenditore che metta a disposizione uno spazio della propria fabbrica per realizzare i suoi progetti lungimiranti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Vittorie più importanti per Mario Ghella:&lt;br /&gt;
•	Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra 1948&lt;br /&gt;
•	Campione del mondo dilettanti Amsterdam 1948&lt;br /&gt;
•	Campione italiano pista dilettanti 1945-46-47-48&lt;br /&gt;
•	Campione italiano pista individuale elitè 1951&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Gamba_Ezio&amp;diff=68</id>
		<title>Gamba Ezio</title>
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		<updated>2016-05-23T08:28:21Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot;GAMBA EZIO    Ezio Gamba, nato a Brescia il 2 dicembre 1958, è un ex judoka, diventato poi allenatore di judo. Ezio Gamba è un ex judoka diventato poi allenatore di judo ita...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;GAMBA EZIO&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ezio Gamba, nato a Brescia il 2 dicembre 1958, è un ex judoka, diventato poi allenatore di judo.&lt;br /&gt;
Ezio Gamba è un ex judoka diventato poi allenatore di judo italiano nato a Brescia il 2 dicembre 1958&lt;br /&gt;
Il judo è un'arte marziale, uno sport da combattimento ed un metodo di difesa personale  giapponese formalmente nato in Giappone con la fondazione del Kōdōkan da parte del Professore giapponese  Jigorō Kanō, nel 1882. I praticanti di tale disciplina sono denominati judoisti o più comunemente judoka&lt;br /&gt;
Ezio Gamba ha partecipato con  la Nazionale italiana di judo in quattro edizioni dei giochi olimpici estivi che sono una manifestazione sportiva multidisciplinare, internazionale, a cadenza quadriennale : &lt;br /&gt;
Montréal 1976 parteciparono 178 atleti di cui tre italiani Felice Mariani  (63 kg) primo italiano a vincere una medaglia olimpica nel Judo, Ezio Gamba (70 kg) si è classificato settimo e Mario Vecchi (93 kg) allenati dal giapponese Masama Matsushita.,&lt;br /&gt;
 Mosca 1980 è l'Olimpiade del boicottaggio americano per l'invasione sovietica dell'Afghanistan,&lt;br /&gt;
qui Ezio Gamba ha vinto la medaglia d'oro nella categoria maschile dei pesi leggeri (71 kg), battendo in finale il britannico Neil Adams.&lt;br /&gt;
A Los Angeles 1984,ha conquistato la medaglia d'argento nella stessa categoria, sconfitto dal sudcoreano Ahn Byeong-Keun&lt;br /&gt;
A Seoul 1988,  edizione che ha visto il ritorno del tennis,ma nessuna medaglia dell’Italia nella disciplina judo.&lt;br /&gt;
Gamba ha vinto i Campionati Europei di judo a Rostock in Germania nel 1982,ottenendo anche due secondi posti ai campionati mondiali di judo e due secondi posti più un terzo posto ai campionati europei di judo.&lt;br /&gt;
Dopo l'attività agonistica, smessa nel 1988 dopo Seoul, Gamba è stato allenatore della nazionale italiana di judo fino al 2004. Poi responsabile tecnico del Judo nella Federazione Africana di Arti Marziali per circa un anno. Dal 2009 si è poi trasferito in Russia, dove è allenatore della nazionale di judo; nel 2010 è stato anche insignito del premio di miglior allenatore europeo dell'anno.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
	</entry>
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		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Galiazzo_marco&amp;diff=61</id>
		<title>Galiazzo marco</title>
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		<updated>2016-05-23T08:27:12Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot;GALIAZZO MARCO  Campione olimpico che ha vinto l’oro  ad Atene nel 2004      L'arciere italiano Marco Galiazzo nasce a Padova il giorno 7 maggio 1983. Con la sua medaglia d'...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;GALIAZZO MARCO&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Campione olimpico che ha vinto l’oro  ad Atene nel 2004&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'arciere italiano Marco Galiazzo nasce a Padova il giorno 7 maggio 1983. Con la sua medaglia d'oro alle Olimpiadi di Atene 2004 è diventato il primo italiano campione olimpico nella storia del tiro con l'arco nazionale.&lt;br /&gt;
Ha iniziato intorno ai 10 anni a esercitarsi a tirare quando i suoi genitori gli hanno regalato un vero arco con le frecce perché erano stufi di vederlo in giardino tutto solo a setacciare rami per costruire degli archi di fortuna. Da quel giorno non ha più lasciato l’arco, da quell'inatteso e gradito regalo, la sua vita e quella dell'arco sono un tutt'uno. Di buon mattino, inizia una preparazione meticolosa e si allena per 3-4 ore al giorno. A volte anche 6 ore. Marco Galiazzo definisce l'arco, il suo principale strumento di lavoro e vita  e lo tratta come se fosse un violino. Vorrebbe sempre allenarsi vicino casa infatti si allena per affinare il suo occhio infallibile  e renderlo capace di centrare un bersaglio da 70m a Ponte San Nicola, un pugno sparso di poche case, immerso nella campagna veneta, a quattro chilometri da Padova. È qui che, si destreggia con l'arco, tra campi i di grano, in mezzo alle balle di fieno, è legato alla natura, al suo territorio e al suo accento veneto che lo ritiene un marchio di fabbrica.&lt;br /&gt;
«L'arco è tutta una questione di fortuna, dipende dal vento che può soffiare a favore o contrario». Parole e musica di Marco Galiazzo.&lt;br /&gt;
 La sua prima vittoria fu ai Giochi della gioventù, a 14 anni. A sedici fu convocato per la prima volta in Nazionale Italiana di Tiro con L’Arco. La sua prima società è stata la Compagnia Arcieri Padovani con la quale ha conquistato la medaglia olimpica, mentre attualmente fa parte della società A.S.D. arcieri Rio. Arruolatosi il 3 febbraio 2006 nell'Aeronautica Militare fa parte del Centro Sportivo dell'Aeronautica Militare. Ha nel suo curriculum un secondo posto ai mondiali juniores indoor del 2001 e un primo posto ai campionati europei del 2004. È il più giovane campione olimpico in carica della sua specialità, ma lo nasconde con una apparente banalità: infatti è la sua semplicità che lo ha reso così popolare. Marco Galiazzo ha fatto fuori un avversario dopo l’altro facendo appassionare tutti gli italiani che seguivano per televisione i vari avvenimenti. Il 19 agosto 2004 giorno della finale tenutasi a Panathinaiko Stadium arena dove si tenne la prima Olimpiade dell’ era moderna nel 1896. Galiazzo nella gara maschile individuale supera il giapponese Hiroshi Yamamoto, in un'appassionante gara al limite della concentrazione. Una bellissima medaglia d'oro per lui e per l'Italia intera. Dopo alcuni insuccessi italiani fin lì visti ai Giochi, la medaglia di Galiazzo arriva inattesa, anche per lui stesso, e quindi ancor più bella, lo sconosciuto allora ventunenne atleta padovano dava l'impressione di essere capitato per caso sul gradino più alto del podio. Umiltà e successo. Un binomio non così frequente in un mondo, quello dello sport, sempre più condizionato dalle regole dello show business.&lt;br /&gt;
Nella circostanza c'è da riportare anche la grande delusione giapponese; La Gazzetta dello Sport scriveva: &amp;quot;Galiazzo colpisce al cuore un'intera nazione, il Giappone, accorsa con decine di inviati, fotografi e cameraman per celebrare la gloria di Hiroshi Yamamoto, a caccia dell'oro - a 41 anni - cinque lustri dopo il bronzo di Los Angeles. Niente da fare, l'inno lo fa suonare il ragazzone 21enne di Padova (90 kg di peso forma su 182 cm di altezza), un pezzo di ghiaccio con occhiali da vista (solo una diottria di deficit, però) nascosto insieme alle proprie emozioni sotto un cappellino calcato sulla testa come un elmo.&amp;quot; Tornato in patria Marco viene nominato Commendatore, con Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal presidente Ciampi. &lt;br /&gt;
Dopo la conquista dell'oro di Atene entra a far parte della società A.S.D. Arcieri Rio.  A gennaio conquista il primo posto ai Campionati italiani di Reggio Emilia. A marzo ribadisce a tutti di essere in forma vincendo il titolo di Campione Europeo Indoor, agli XI Campionati Europei e del Mediterraneo, che si sono disputati a Torino.&lt;br /&gt;
Il suo grande obbiettivo erano  le Olimpiadi di Pechino 2008, ma prima il 18 aprile 2008 a Parenzo, in Croazia durante la seconda tappa della Meteksan World Cup, stabilisce il nuovo record italiano a squadre insieme a Mauro Nespoli e Ilario Di Buò. L'11 agosto dello stesso anno, insieme a Mauro Nespoli e Ilario Di Buò, nella prova a squadre vinse  l'argento a Pechino 2008, perdendo in finale contro la Sud Corea. Due giorni dopo però nelle qualificazioni del singolo non riescì ad accedere alle finali, sconfitto 110 a 109 dall'inglese Alan Wills, perdendo così la possibilità di confermare l'oro olimpico conquistato quattro anni prima.&lt;br /&gt;
A parte Pechino, Marco Galiazzo ha un occhio rivolto al suo futuro e dichiara di  Voler  un giorno poter insegnare questo sport ai bambini, esattamente come ha fatto suo padre con lui. Suo padre pur di stare con lui, lo segue dal 1999 come allenatore. Lui è un vulcano, mentre Marco Galiazzo non parla quasi mai, dicono che è per questo che si capiscono al volo. Ha quasi sempre il cappello da pescatore, quello che gli ha nascosto gli occhi ad Atene, si prepara nella postazione alla la linea di tiro, prende bene la mira e riesce a far quasi centro,  e batte il suo avversario, ma non sempre è cosi poiché il tiro con l’arco richiede grande concentrazione e sono tanti i fattori che influiscono sulla buona riuscita di un tiro. Marco Galiazzo è un grande atleta che ci ha regalato delle belle sensazioni, per cui non possiamo che fare il tifo per lui alle prossime olimpiadi e augurargli buona fortuna!&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Fiorillo_Mario&amp;diff=48</id>
		<title>Fiorillo Mario</title>
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		<updated>2016-05-23T08:23:49Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot;FIORILLO MARIO Mario Fiorillo, in nazionale di pallanuoto maschile dell’Italia, napoletano, ha partecipato a tre Olimpiadi, allenato da Rudic ha vinto a Barcellona nel 1992....&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;FIORILLO MARIO&lt;br /&gt;
Mario Fiorillo, in nazionale di pallanuoto maschile dell’Italia, napoletano, ha partecipato a tre Olimpiadi, allenato da Rudic ha vinto a Barcellona nel 1992. Con il suo club, il Posillipo, ha conquistato sette scudetti, ha allacciato la calottina azzurra per 452 volte.&lt;br /&gt;
E’ cresciuto nel Vivaio del Posillipo dove ha seguito tutta la trafila dalle giovanili fino all’esordio in serie A che è avvenuta nel 1979. Si mise in mostra e venne chiamato dall’allora CT Lonzi in Nazionale e vi è rimasto ininterrotamente fino al 1994, dopo i Mondiali di Roma. Nel 1983 è stato terzo in Coppa Fina e alle Olimpiadi di Los Angeles, nel 1984 è stato settimo. Argento ai Mondiali di Madrid nel 1986, è stato bronzo agli Europei di Strasburgo. Nel 1988 dopo aver vinto il Campionato per il Posillipo si trasferì a Pescara dove rimase sino al Campionato del 1990 (7° Olimpiadi 1988 di Seoul, 3° Campionati Europei 1989 di Bonn, 2° alla Coppa del Mondo Fina 1989 di Berlino, vincitore nel 1989 della Coppa delle Coppe e della Coppa Italia) Nel 1991 ritornò al Posillipo. In quell’anno fu 6° ai Mondiali ed agli Europei, vinse i giochi del Mediterraneo di Atene, nel 1992 l’alloro olimpico. Nel 1993 stagione d’oro: si è affermato agli Europei di Sheffield, ai Mediterranei di Francia e si è aggiudicato la Coppa Fina. Nel 1994 toccò ai Mondiali, battendo in finale a Roma la Spagna. In campo nazionale si è aggiudicato sei scudetti, nel 1985, nel 1986, nel 1988 e nel 1993-1996. La Coppa delle Coppe nel 1987 e la Coppa Campioni nel 1997.&lt;br /&gt;
E’ rimasto nell’ambiente come direttore sportivo della Roma.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Nazionale di pallanuoto maschile dell’Italia è la squdra di pallanuoto che rappresenta l’Italia nelle competizioni internazionali; è posta sotto la giurisdizione della Federazione Italiana Nuoto. E’ conosciuta anche con il soprannome di Settebello.&lt;br /&gt;
La fama del Settebello comincia durante le Olimpiadi di Londra del 1948 dove gli italiani della pallanuoto, laureatisi campioni d’Europa l’anno prima, conquistano il primo oro olimpico.&lt;br /&gt;
Secondo Mario Fiorillo per vincere un’Olimpiade l’ingrediente in più è la forza mentale, la capacità di gestire i momenti difficili che prima o poi capitano in un torneo così stressante.&lt;br /&gt;
Da un’intervista rilasciata ad un quotidiano Mario Fiorillo così parla della nazionale di pallanuoto e del suo allenatore“..Non si deve mai cedere alla tensione, vince chi ha i nervi saldi e riesce a mantenersi freddo nelle situazioni più calde. Noi fallimmo all’Olimpiade di Seoul nel 1988 perché nei frangenti cruciali non c’eravamo con la testa.. La squadra di Rudik mi piace come gruppo e come individualità. E’ una formazione equilibrata, non vedo lati deboli. Conoscendolo, Rudic cura particolarmente la preparazione fisica e tecnica. L’arma in più dell’Italia: da un lato la meticolosità con cui Rudic prepara la squadra, dall’altro il carisma.”&lt;br /&gt;
Il 1980 segnò un debutto importante nel nostro Settebello.&lt;br /&gt;
Il talento di Mario Fiorillo, promettente ragazzino di un circolo napoletano, il CN Posillipo, colpì il CT Gianni Lonzi, ma non fu aggregato alla spedizione olimpica che andò a Mosca. Giochi passati alla storia grazie al boicottaggio degli Stati Uniti che non vi presero parte.&lt;br /&gt;
“…Modesta Olimpiade, giungemmo solo ottavi. La serie nera del nostro Settebello si chiuderà nel 1988 a Seoul.&lt;br /&gt;
Infatti, come nelle due edizioni precedenti non superammo neppure il girone eliminatorio..”&lt;br /&gt;
Anni novanta nuovo valzer sulla panchina azzurra: lascia Dennerlein, arriva Rudic.&lt;br /&gt;
Scelta vincente della Federnuoto, ma non deve essere assolutamente sottovalutata la svolta che Fritz Dennelein ha dato alla pallanuoto mondiale. Fritz non ha inventato soltanto la zona, gli schemi, ma ha pure e, soprattutto, valorizzato la fantasia di talenti naturali tra cui quello di Mario Fiorillo, che il suo successore Rudic sfrutterà fino in fondo. L’unica sfortuna di Dennerlein fu quella di trovarsi di fronte a squadre stellari come la Jugoslavia e l’Unione Sovietica Russia che di lì a poco si disintegreranno, facilitando la cavalcata azzurra in tutte le manifestazioni, Giochi, Europei, Mondiali.&lt;br /&gt;
Premessa necessaria per presentare i Giochi del 1992, storico anno per l’Italia. Dodici le squadre al nastro di partenza a Barcellona, divise in due gironi. &lt;br /&gt;
Esordio tranquillo con l’Ungheria, quindi una vittoria senza patemi con l’Olanda, poi ancora una vittoria, questa volta sofferta, con Cuba, il pareggio con la Spagna e la vittoria sulla Grecia.&lt;br /&gt;
Italia imbattuta in semifinale.&lt;br /&gt;
Qui si toccò la CSI, ossia quello che restava della Russia divisa.&lt;br /&gt;
…”Fu battaglia, vincemmo 9-8, ma dimostrammo di essere squdra di carattere e di sapere superare  i momenti difficili. Per tre volte andammo sotto di due reti, per tre volte recuperammo. Nel quarto tempo andammo ancora sotto: ci volle una prodezza di Campagna, che prima pareggiò, poi trasformò il rigore concesso a due minuti dal termine. Vincemmo 9-8 grazie alla caparbietà di Mario Fiorillo, capitano della squadra, all’audacia di Sandro Campagna. Eravamo in finale. Settebello, mai appellativo tanto apropriato a quella squadra che conquistò il terzo olimpico. La squdra era così formata: Francesco Attolico, Gianni Averaimo, Alessandro Bovo, Paolo Calderella, Alessandro Campagna, Marco d’Altrui, Massimiliano Ferretti, Mario Fiorillo, Ferdinando Gandolfi, Amedeo Pomilio, Francesco Porzio, Giuseppe Porzio e Carlo Silipo.” &lt;br /&gt;
L’era Rudic proseguì tra medaglie e rivoluzioni.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Falco_Ennio&amp;diff=43</id>
		<title>Falco Ennio</title>
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		<updated>2016-05-23T08:22:27Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot;Tiro a Volo : FALCO ENNIO                                                                       Il tiro a volo ha un’ origine antichissima, esiste sin dalla preistoria quand...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Tiro a Volo : FALCO ENNIO &lt;br /&gt;
                                                                   &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il tiro a volo ha un’ origine antichissima, esiste sin dalla preistoria quando l’uomo aveva il bisogno di cacciare; poi con il passare dei secoli è diventato uno sport olimpico. Dal 1996 la gara di tiro a volo si suddivide in : &lt;br /&gt;
FOSSA OLIMPICA ( TRAP)&lt;br /&gt;
SKEET&lt;br /&gt;
DOUBLE TRAP&lt;br /&gt;
Fu proprio ad Atalanta nel 1996 che il giovane ENNIO FALCO vinse la medaglia d’oro alla XXVI edizione dei Giochi Olimpici con la sua specialità : &lt;br /&gt;
lo SKEET.&lt;br /&gt;
Lo skeet ha origine da una specialità americana “Around  The Clock”. Nello skeet ci sono 8 pedane situate lungo un semicerchio dove alle due estremità sono posizionate due macchine lanciapiattelli a diversa altezza : a sinistra chiamata PULL, la più alta; a destra chiamata MARK, la più bassa. L’altezza e la direzione dei piattelli sono costanti, varia solo la posizione del tiratore. I piattelli vengono lanciati singolarmente o contemporaneamente ed è possibile sparare un colpo a piattello dove il tiratore non conosce il tempo di uscita del piattello. &lt;br /&gt;
Il campione ENNIO FALCO residente a Capua , ha vinto:&lt;br /&gt;
 Giochi Olimpici&lt;br /&gt;
1° Atlanta 1996&lt;br /&gt;
14° Sydney 2000&lt;br /&gt;
21° Atene 2004&lt;br /&gt;
14° Pechino 2008&lt;br /&gt;
Campionati mondiali&lt;br /&gt;
3° Fagnano Olona 1994&lt;br /&gt;
2° Lima 1997&lt;br /&gt;
2° Cairo 2001&lt;br /&gt;
3° Lahti 2002&lt;br /&gt;
2° Lonato 2005&lt;br /&gt;
Campionati europei&lt;br /&gt;
3° Sipoo 1997&lt;br /&gt;
1° Zagabria 2001&lt;br /&gt;
1° Lonato 2002&lt;br /&gt;
1° Brno 2003&lt;br /&gt;
1° Nicosia 2004&lt;br /&gt;
1° Maribor 2006&lt;br /&gt;
Coppa del Mondo&lt;br /&gt;
2° Monaco 1992&lt;br /&gt;
2° Monaco 1993&lt;br /&gt;
1° Monaco 1994&lt;br /&gt;
1° Montecatini 1996&lt;br /&gt;
3° Montecatini 1997&lt;br /&gt;
1° Doha 2001&lt;br /&gt;
3° Lonato 2002&lt;br /&gt;
1° Roma 2003&lt;br /&gt;
2° Granada 2006&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo vedremo ancora in campo a Londra 2012. &lt;br /&gt;
La passione gli venne trasmessa dal padre Giuseppe, ideatore e creatore del campo di tiro di Sant’Angelo In Formis ( Ce). Ennio Falco attua come professione l’agente forestale, dedito alla caccia nel tempo libero, ed è il proprietario del campo di tiro.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Bottino_Filippo&amp;diff=38</id>
		<title>Bottino Filippo</title>
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		<updated>2016-05-23T08:20:45Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot;FILIPPO BOTTINO Filippo Bottino (9 Dicembre,1888 – 18 ottobre 1969) è uno dei precursori della pesistica italiana, e il primo italiano a battere un record mondiale di solle...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;FILIPPO BOTTINO&lt;br /&gt;
Filippo Bottino (9 Dicembre,1888 – 18 ottobre 1969) è uno dei precursori della pesistica italiana, e il primo italiano a battere un record mondiale di sollevamento pesi, era un colosso genovese che gareggiò nella categoria dei massimi (+82,5 kg), scrivendo una delle pagine più gloriose della pesistica italiana, conquistando la medaglia d’oro ai Giochi di Anversa nel 1920 con un totale di 265 kg sollevati. Secondo il regolamento del tempo la gara comprende tre esercizi: strappo a un braccio, slancio con l’altro, slancio a due braccia. La vittoria di Bottino coincide con il ritorno della pesistica nel programma olimpico dopo l’esclusione dai Giochi di Londra nel 1908 e di Stoccolma nel 1912, cui ha fatto seguito la pausa dovuta alla Grande Guerra.&lt;br /&gt;
Nel libro Vita al sole di Alberto Bonacossa, scritto dal figlio Cesare, si accenna al confronto svoltosi nel cortile di “Casa Italia”, dove alloggiano i nostri atleti durante l’Olimpiade del 1920. Aldo Nadi (fratello minore di Nedo Nadi), provocato da Bottino, lo sfida a un singolare duello, cui assistono molti azzurri: il pesista dovrà imbracciare una trave e cercar di colpire lo schermidore, armato solo di un leggero frustino. Al via dell’arbitro si ode un sibilo nell’aria e subito un grido di dolore si leva dal terreno di scontro: le mani di Bottino bruciano, la trave imbracciata con sicurezza cade al suolo. Il frustino di Nadi ha colpito la mano del pesista, in modo rapido e implacabile disarmandolo.&lt;br /&gt;
Il 6 novembre 1921, al Veloce Club di Milano, Bottino partecipa al primo incontro della Nazionale di pesi contro la Svizzera, perso con uno scarto di 68 kg. Gli altri azzurri sono Luigi Gatti (che all’ultimo momento deve sostituire Conca), Silvio Quadrelli, Ermanno Callegari e Giuseppe Merlin. Quattro gli esercizi eseguiti dagli atleti: strappo con il braccio destro e con il sinistro, distensione e slancio a due braccia.&lt;br /&gt;
Scrive il celebre giornalista Arturo Balestrieri sulla Gazzetta dello Sport: «Una dimostrazione tangibile dell’ammirazione degli atleti avversari per la stilistica italiana la si è avuta in riguardo alle alzate di forza, o lente. Dopo aver assistito ai corretti sollevamenti della nostra squadra nazionale, che si diversificano assai da quelli degli svizzeri per compostezza e per applicazione di regolamenti, i pesisti elvetici hanno deciso ad unanimità di modificare d’ora innanzi la denominazione del sollevamento anzidetto. Finora, infatti, essi avevano applicato a questa specie di esercizio l’aggettivo “alla francese”. Da domani in poi l’alzata di forza avrà l’appellativo “all’italiana”».&lt;br /&gt;
Il 5 giugno 1922, a Genova, solleva 116 kg e stabilisce il record mondiale di distensione a due braccia, superando di 2 kg il precedente primato del lussemburghese Josph Alzin, atleta da lui battuto ad Anversa. Il record mondiale è migliorato dall’austriaco Franz Aigner il 16 agosto 1925 (119,5 kg), il record italiano da Giuseppe Tonani solo nel 1931 (120 kg).&lt;br /&gt;
All’epoca del primato Bottino ha 34 anni. Operaio della manifattura dei tabacchi, si è accostato ai pesi a 18 anni, dopo un breve passato di ginnasta. Conquista i suoi successi grazie alla ferrea volontà, sottoponendosi a duri allenamenti con un impegno e uno spirito di abnegazione notevoli. Vanta 6 titoli italiani nei massimi e 5 nell’assoluto, diversi primati nazionali e il citato record mondiale nella distensione a due braccia. Nel 1924 si classifica 6° all’Olimpiade di Parigi. Il 21 giugno 1916, tra l’altro, con 145 kg batte a Genova il record italiano di slancio a due braccia detenuto da Enrico Scuri. Vince anche una decina di titoli ai campionati di sollevamento pesi della Federazione Ginnastica.&lt;br /&gt;
Riceve importanti riconoscimenti per la sua brillante carriera: Cavaliere della Repubblica, Medaglia d’oro CONI al Valore Atletico, Medaglia d’Onore al Merito Sportivo e Membro d’Onore della Federazione.&lt;br /&gt;
Ha scritto di lui Felice Palasciano su Il veterano sportivo del marzo 1965: «Rispettoso ed educato, si fece sempre ammirare per esemplare volontà, in ogni competizione. Uomo laborioso ed onesto, che dallo sport ha attinto l’essenza migliore. Un campione olimpico che non ha menato vanto della sua impresa, che pure fu grande. Un campione modello come forse lo pensava il barone De Coubertin».&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
IL SOLLEVAMENTO PESI&lt;br /&gt;
Il sollevamento pesi (o pesistica) è uno sport nel quale i concorrenti tentano di sollevare pesi montati su un bilanciare d’acciaio&lt;br /&gt;
Le gare di sollevamento pesi sono diffuse sin dai tempi antichi (sembra che fossero incluse nei giochi delle Olimpiadi antiche), ed erano parte del programma dei primi Giochi olimpici moderni nel 1896&lt;br /&gt;
Dagli anni cinquanta agli anni ottanta, molti sollevatori di successo arrivavano dall’Europa orientale specialmente da Bulgaria,Romania e Unione Sovietica. Da allora, sollevatori provenienti da Cina,Grecia e Turchia hanno dominato questo sport e le nazioni con i migliori atleti ai Giochi Olimpici sono Russia, Bulgaria e Cina&lt;br /&gt;
Attualmente ci sono due specialità del sollevamento pesi:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo “strappo”, nel quale gli atleti devono sollevare il bilanciare sopra la loro testa, in un unico movimento. Tra quelle previste sia prima che dopo il 1972, questa è la specialità che porta a sollevare pesi minori.&lt;br /&gt;
Lo “slancio”, nel quale si porta prima il bilanciere all’altezza delle spalle (con un movimento detto “girata”) e poi si solleva il peso al di sopra della testa con un movimento rapido detta spinta. La spinta si può effettuare in divaricata frontale o sagittale, dove il bilanciere viene portato sopra la testa con l’aiuto delle gambe e braccia&lt;br /&gt;
Fino al 1972 il sollevamento pesi consisteva invece in tre specialità; comprendeva infatti un ulteriore esercizio chiamato “distensione lenta”. Nella prima fase (la girata) la “distensione lenta” era uguale allo “slancio”; mentre differiva nella seconda fase in quanto il peso doveva essere spinto dal petto oltre la testa con l’aiuto delle sole braccia, senza intervento degli arti inferiori che rimanevano allungati. Questo esercizio, che portava ovviamente a sollevare pesi minori rispetto allo strappo, venne eliminato a casa della difficoltà nel giudicare se il sollevamento veniva eseguito in maniera corretta.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Bolognesi_Aureliano&amp;diff=36</id>
		<title>Bolognesi Aureliano</title>
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		<updated>2016-05-23T08:19:25Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot; BOLOGNESI AURELIANO   ( PUGILATO LEGGERI )         Aureliano Bolognesi è un pugile italiano, appartenente alla categoria dei pesi leggeri. Nasce a Sestri Ponente il 15 novem...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt; BOLOGNESI AURELIANO &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
( PUGILATO LEGGERI ) &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Aureliano Bolognesi è un pugile italiano, appartenente alla categoria dei pesi leggeri. Nasce a Sestri Ponente il 15 novembre 1930.&lt;br /&gt;
    Inizia la sua carriera nel pugilato molto giovane, all’età di 16 anni, nel 1946, il giovane Aureliano vuole imparare la boxe, quindi viene accompagnato dal padre alla presenza del maestro Speranza, istruttore di boxe nonché egregio scopritore di talenti. Il maestro capisce subito che il ragazzo ha stoffa di qualità e personalità, quindi decide di istruirlo e fargli fare esperienza per migliorarne la tecnica. &lt;br /&gt;
   Nel 1951 il maestro Speranza accompagna Aureliano agli assoluti, campionato italiano di boxe, organizzato quell’anno a Bologna nei primi di marzo, il giovane Bolognesi non rientrava tra i favoriti, ma quando gli addetti ai lavori seppero che nei campionati liguri si era imposto su Savio e Tripodi, due pugili molto esperti e poco inclini a lasciare spazio ai giovani, lo tennero particolarmente d’occhio. Infatti fu lui a conquistare il tricolore nei leggeri, battendo il sardo Mattuzzi, il romano Profeta e in finale il fortissimo piemontese Maffeo, ricevendo inoltre i complimenti alle premiazioni da Tiberio Mitri.&lt;br /&gt;
   Quello stesso anno, a settembre, fu chiamato da Natalino Rea, responsabile della nazionale, per la prima convocazione a Portorecanati. Due mesi dopo fu ricontattato per il suo primo debutto in nazionale a Perugia contro la Germania, dove sconfisse Grabazar, campione tedesco.&lt;br /&gt;
   Questo “battesimo del fuoco” diventa la sua rampa di lancio verso la sua titolarità nella categoria dei 60kg. Infatti ai successivi campionati italiani, Bolognesi riesce a battere Bruno Visintin, talento della boxe che all’età di soli 18 anni si era imposto agli assoluti del 1950 di Parma. Ai successivi assoluti Aureliano incontra in semifinale il romano Di Iasio, anche lui talento del pugilato, riuscendo a sconfiggerlo, per poi incontrare in finale Mario Vecchiatto, anche lui componente della squadra delle nazionali.&lt;br /&gt;
   Dopo aver  vinto questo secondo titolo, Natalino Rea assicurò ad Aureliano che avrebbe puntato su di lui alle olimpiadi, anche se questa in realtà non era la vera intenzione di alcuni politici di Roma, che avevano altri progetti. Infatti, in un primo momento alle selezioni di Impruneta in Toscana fu proposto il romano Rosini, ma in seguito ad un incontro tra i due, in cui l’arbitro dovette fermare il match alla seconda ripresa a causa della messa a tappeto del romano per ben tre volte, fu confermato Bolognesi.&lt;br /&gt;
   Alle olimpiadi di Helsinki la nazionale italiana di pugilato era formata da : Pozzali nei pesi mosca, Dell’Osso nei pesi gallo, Caprari nei pesi piuma, Bolognesi nei leggeri, Visintin nei super leggeri, Vescovi nei welter, Guido Mazzinghi nei welter pesanti, Sentimenti nei pesi medi, Alfonsetti nei mediomassimi e Di Segni nei pesi massimi. Le punte italiane di quell’olimpiade (i più quotati per la vittoria dell’oro) erano Pozzali, Dell’Osso, Di Segni, Visintin e Caprari; ma la rivelazione dell’olimpiade si dimostrò proprio Aureliano Bolognesi che fu l’unico a riuscire a conquistare l’oro.&lt;br /&gt;
   Al suo primo incontro in quelle olimpiadi, Bolognesi si trovò ad affrontare l’americano Bickle, considerato uno dei più forti pugili del mondo. Scontro non troppo facile per Aureliano che nel primo round finisce una volta al tappeto, ma la forza di non arrendersi lo porta a recuperare e vincere l’incontro. In seguito incontra l’ungherese Juhasz, poi in semifinale il finlandese Pazkanen, dominandolo nettamente. Arrivato in finale incontra il polacco Antkiewicz, vincendo per due punti su tre assegnatigli dai giudici dopo aver quasi anche messo k.o. il suo avversario.&lt;br /&gt;
In seguito Aureliano rimase nei dilettanti ma non più nei pesi leggeri in quanto fu bocciato dalla bilancia agli assoluti del 1953. A quel punto partecipò ai mondiali militari a Monaco di Baviera, battendo l’americano Campbell e il belga Eddy, scontro in cui si fratturò il pugno destro, infortunio che gli negò di disputare la finale. Dopo mesi di stop si scontra a Milano contro Giancarlo Garbelli, scontro che finisce in parità. Più tardi riesce a battere il belga Hoefler, portandosi a 12 vittorie e un pareggio in azzurro.&lt;br /&gt;
Nel 1954, nonostante il consiglio di Natalino Rea di rimanere tra i dilettanti, per andare alle successive olimpiadi del 1956, Aureliano Bolognesi passa tra i professionisti sotto la guida di Aldo Spoldi, procuratore italiano tornato in quel periodo dagli “U.S.A.”.&lt;br /&gt;
   Il suo debutto tra i professionisti lo vede scontrarsi a Genova contro Felice Ceriani, incontro vinto per k.o. al secondo round. A questo punto Bolognesi si trasferisce a Milano dove si allena nella palestra Ravasio con l’allenatore Vigorelli. In nove mesi disputa 13 incontri, con altrettante vittorie, nel frattempo Spoldi lo passa ad un nuovo allenatore, Zambardieri, chiamato dagli amici “Raffa”. &lt;br /&gt;
   Il 1955 inizia con una sfida in trasferta, a Stoccolma, contro Leo Lindberg, incontro finito in pareggio. Continua con una serie di incontri, riuscendo a battere facilmente Ballabio, un po’ meno facilmente il francese Sarkissian, finché dopo un mese dall’incontro col francese perde per k.o.&lt;br /&gt;
   La fine della sua carriera risulta tutt’altro che esaltante, un pari contro Ganadu e in fine la seconda sconfitta contro Mafaldo Rinaldi a Cremona. Dopo quell’incontro, nel 1956, Aureliano Bolognesi, all’età di soli 26 anni, decide di appendere i guantoni al chiodo, pensando potesse essere la migliore decisione, finendo quindi la sua carriera con un totale di 21 incontri, di cui 17 vinti (3 per k.o.), 2 persi (entrambi per k.o.) e due pareggiati.&lt;br /&gt;
   Dopo il ritiro dal pugilato agonistico Aureliano Bolognesi decide tornare a lavoro e di diventare allenatore di pugilato. Al giorno d’oggi, andato in pensione, si occupa ancora di iniziative umanitarie, ha donato la medaglia d’oro di Helsinki al centro tumori di Genova e la sua maglia azzurra ad un santuario nel genovese, inoltre si interessa ancora di boxe, anche se non più come un tempo, dando ancora consigli ai pugili nella palestra della Celano boxe, dove è ancora il maestro.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
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		<title>Busa' luigi</title>
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		<updated>2016-05-23T08:17:29Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot;BUSA’ LUIGI  Luigi Busà nasce ad Avola  (Siracusa) il 9 ottobre del 1987 , karateka italiano , campione di assoluto valore mondiale nella specialità del kumite ( combattim...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;BUSA’ LUIGI&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Luigi Busà nasce ad Avola  (Siracusa) il 9 ottobre del 1987 , karateka italiano , campione di assoluto valore mondiale nella specialità del kumite ( combattimenti).  Inizia a praticare il karate alla sola età di 4 anni, grazie al padre che era un maestro in questa disciplina. Fin dalla prima volta che il padre lo condusse al Dojo, si 'innamora subito di questo sport e da quel giorno inizia il suo lungo viaggio. Infatti dal 1993 viene tesserato FIJLKAM (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali con la società Centro Arti Marziali Associazione Sportiva Dilettantistica.  Nel 2003 con il grado di cintura nera 5° Dan conseguito per meriti agonistici, fa il suo primo ingresso nella Nazionale Italiana Giovanile e ne diventa titolare e Capitano.  Appena 18enne approda alla Nazionale Seniores raggiungendo traguardi senza precedenti sempre allenato dal papà Nello. Un ragazzo umile dal fascino fanciullesco, cresciuto per strada a pane e karate, è consapevole di essere il migliore, il numero uno, ma soprattutto è un combattente con un grande rispetto dell’avversario indipendentemente dal suo livello.   Si è laureato per ben tre volte consecutive campione europeo nel 2006-2007 e 2008, nessun atleta è riuscito in questa impresa. Lo scorso anno ha conquistato l’argento ai Giochi del Mediterraneo di Pescara e il 14 febbraio scorso si è laureato Campione d’Italia nella categoria 76kg a Biella portando a cinque i tricolori conquistati nella sua carriera. “La gara è andata molto bene ho vinto tutti gli incontri prima del tempo e la finale l’ho gestita bene con un atleta azzurro dell’Esercito – ha detto Luigi raccontando l’ultima sua impresa- Una gran faticaccia ho disputato ben sei incontri e dopo dieci ore di competizione ho indossato la maglia di campione italiano. Sapevo che sarebbe stata dura ma il programma di allenamento svolto mi aveva dato riscontri positivi”.&lt;br /&gt;
Arruolato nelle fila del Gruppo Sportivo Forestale nel 2008 insieme alla sorella Lorena che proprio a Biella tra l’altro ha conquistato il suo primo tricolore assoluto nella categoria 68 kg raccogliendo l’eredità preziosa ma pesante di un’altra grande del karate forestale, Roberta Minet.&lt;br /&gt;
Come abbiamo già accennato Luigi proviene da una famiglia di appassionati di questa disciplina sportiva ed è fidanzato con Laura Pasqua anche lei forestale e una delle migliori specialiste azzurre, ha ricevuto anche l’invito a partecipare al 1° Martial Arts e Combat Sport Games in programma a Pechino dal 28 agosto al 4 settembre 2014. &lt;br /&gt;
Una “Olimpiade degli Sport di Combattimento” nella quale si confronteranno i “top eight”, i migliori otto al mondo.  “Per noi atleti non olimpici finalmente si realizza un sogno – ha detto Busà - essere invitato a far parte dei migliori otto al mondo mi riempie d’orgoglio e rappresentare la mia nazione in una gara così importante è uno stimolo grande a far bene e dare il massimo”.&lt;br /&gt;
Luigi ha sempre affermato che in questo sport occorrono tre punti fondamentali: la testa, il cuore, e tanto coraggio . &lt;br /&gt;
-	La testa: Perché un campione è qualcuno quando pensa ai dettagli e non si ferma mai, un campione è sempre in continua evoluzione.&lt;br /&gt;
-	Il cuore: Perché praticare questo sport, facendo sacrifici, diete, essendo coerente per un lungo periodo richiede un cuore appassionato. Senza cuore non si può vincere.&lt;br /&gt;
-	Il Coraggio: Perché quando si combatte su un tatami, per esempio nei campionati del mondo a Parigi, con 20'000 persone urlanti, si ha realmente bisogno di tanto coraggio Senza coraggio, non si raggiungeranno mai  livelli più alti. &lt;br /&gt;
Il kumite ovvero il combattimento insegna una grande quantità di autocontrollo. Le tecniche vengono eseguite a velocità molto elevata, ma sempre con il controllo. Tutto si concentra sul fare grandi attacchi, grandi tecniche; ma non bisogna mai dimenticare di difendersi, per bloccare, perché vero un campione è colui che vince mentre riceve il minor numero di colpi possibile - non quello che compie il maggior numero di attacchi. E 'colui che riceve meno danni&amp;quot;. Lo stesso Busà in diverse interviste afferma che quando si ottengono medaglie ai tornei bisogna cercare di non restare incatenati a questi successi ma di continuare nella formazione, perché quando si vince un mondiale , si pensa di essere il migliore, ma per continuare ad esserlo, è necessario restare con i piedi per terra, godersi la vittoria sicuramente ma tornare a chiedere sempre più a se stesso . Luigi Busa’ nel 2012 vince i Campionati del Mondo WKF finale di Parigi, contro Rafael Aghayev dall'Azerbaijan. Vince nonostante un infortunio ad una gamba nel Bercy Stadium, con 20'000 spettatori  in 4 tempi, dopo essere diventato 11 volte Campione Europeo e Mondiale, alla fine dell’incontro improvvisa sul tatami una tale danza ( davanti a una folla plaudente a Parigi, con grande costernazione del suo avversario sconfitto  e lungo tempo rivale Rafael Aghayev ), stile Gangnam, ricca di emozioni che resta nella storia di questa disciplina .&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
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		<title>Beccali luigi</title>
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		<updated>2016-05-23T08:12:04Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot;Luigi Beccali                      Luigi Beccali nasce a Milano il 19 dicembre 1907. Appassionato da giovanissimo di ciclismo e atletica, scelse poi di dedicarsi esclusivament...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Luigi Beccali                    &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Luigi Beccali nasce a Milano il 19 dicembre 1907. Appassionato da giovanissimo di ciclismo e atletica, scelse poi di dedicarsi esclusivamente a quest'ultima. Allenato da Dino Nai, nel 1928 Beccali si aggiudicò il titolo italiano dei 1500 metri, che confermò anche nei tre anni successivi. Nel 1932 partecipò alle Olimpiadi di Los Angeles dove vinse la medaglia d'oro nei 1500 m facendo anche segnare il nuovo record olimpico con 3'51&amp;quot;2.&lt;br /&gt;
L'anno successivo prima eguagliò con 3'49&amp;quot;2 il record del mondo di Jules Ladoumègue e poi lo migliorò portandolo a 3'49&amp;quot;0. Fece segnare anche il record mondiale nelle 1000 iarde con 2'10&amp;quot;0 e quello italiano negli 800 e 600 m rispettivamente con 1'50 e 3/5 (a soli 6 decimi da quello mondiale) e 1'20 e 2/5.&lt;br /&gt;
Nel 1934 si aggiudicò l'oro agli europei di Torino nei 1500 m, oltre ad un nuovo titolo italiano. Nel 1935, oltre al quinto titolo italiano nei 1500 m fece suo anche quello nei 5000 metri. Nel 1936 si laureò nuovamente campione italiano nei 1500 m e partecipò alle Olimpiadi di Berlino dove però, anche a causa di una ferita ad un piede, non riuscì a confermare il titolo vinto quattro anni prima, andando comunque ad aggiudicarsi il bronzo.&lt;br /&gt;
Conseguì lo stesso risultato due anni più tardi agli europei di Parigi. Nello stesso anno fece suo l'ennesimo titolo italiano dei 1500 m. Con lui venne introdotto il concetto di &amp;quot;corsa totale&amp;quot;. Abbandonata l'attività agonistica si trasferì per motivi di lavoro negli Stati Uniti. È scomparso a Rapallo, dove trascorreva le vacanze estive, nel 1990 all'età di 82 anni a causa di un edema polmonare.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
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		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Baresi_franco&amp;diff=16</id>
		<title>Baresi franco</title>
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		<updated>2016-05-23T08:10:50Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot;BARESI FRANCO   Franco Baresi nasce a Travagliato (Brescia) l’8 Maggio 1960, è un ex calciatore italiano, nel ruolo di difensore o libero.  Sposato con Maura Lari, diedero...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;BARESI FRANCO &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Franco Baresi nasce a Travagliato (Brescia) l’8 Maggio 1960, è un ex calciatore italiano, nel ruolo di difensore o libero. &lt;br /&gt;
Sposato con Maura Lari, diedero alla luce un figlio di nome Edoardo nel 1991 e successivamente, nel 1997, adottarono un bambino a cui gli viene attribuito il nome di Giannandrea. &lt;br /&gt;
E’ considerato uno dei più grandi calciatori italiani della storia. &lt;br /&gt;
Cominciò a giocare fin da piccolo e all’età di 15anni sostenne un provino con l’Inter ma venne scartato per via delle sue caratteristiche fisiche. &lt;br /&gt;
Successivamente venne integrato nella squadra Milan. &lt;br /&gt;
Il 23 Aprile 1978 ci fu il suo esordio durante la partita Verona-Milan. &lt;br /&gt;
Durante la stagione 1978-1979 ebbe la possibilità di giocare con grande frequenza tanto da collezionare numerose presenze in coppa Uefa e vincere lo scudetto con il Milan. &lt;br /&gt;
Nel 1980, dopo la vicenda calcio scommesse il Milan retrocesse in serie B ma Baresi dichiarò di non voler abbandonare il club. &lt;br /&gt;
Il 20 Agosto 1980 segnò il suo primo gol con la maglia del Milan contro l’Avellino. &lt;br /&gt;
Nella stessa stagione vince il campionato di serie B, ma nel campionato 1981/1982 dovette star fermo per circa 4 mesi a causa di una malattia del sangue, ritornò per la fine del campionato ma non riuscì ad evitare la retrocessione. &lt;br /&gt;
Nel 1982 la sua carriera svoltò completamente, infatti vince con la Nazionale Italiana il campionato del Mondo. &lt;br /&gt;
Nello stesso anno divenne capitano del Milan e contribuì alla promozione alla serie A della sua squadra. &lt;br /&gt;
Grazie all’arrivo del presidente Silvio Berlusconi e all’ allenatore Arrigo Sacchi, il Milan cominciò a vincere. &lt;br /&gt;
Nel 1987-1988 vinse lo scudetto, il primo da capitano e nella stagione successiva vinse la Coppa Campioni contro la Steaua Bucarest e la Supercoppa Italiana contro la Sampdoria. &lt;br /&gt;
L’anno dopo vinse la supercoppa UEFA, Coppa Intercontinentale e Coppa Campioni. &lt;br /&gt;
Si laureò capocannoniere della Coppa Italia con 4 gol. &lt;br /&gt;
Nell’ anno 1990-1991 Baresi vinse ancora la Supercoppa UEFa e la Coppa Intercontinentale. &lt;br /&gt;
A causa del cattivo rapporto con il suo allenatore, Baresi con buona parte dello spogliatoio, decise di mandar via Arrigo Sacchi. &lt;br /&gt;
Con l’ arrivo di Capello sulla panchina del Milan, Baresi ricominciò a tornare sui suoi livelli grazie alla libertà di movimento a lui concessa. &lt;br /&gt;
Nel 1991-1992 vinse lo scudetto e l’anno dopo la Supercoppa Italiana. &lt;br /&gt;
Successivamente vinse nuovamente la Coppa Campioni e ben due Supercoppe Italiane. &lt;br /&gt;
Il 26 Agosto 1995 Franco Baresi realizza l’ultimo goal in carriera con il Milan mentre il 6 Aprile 1996 raggiunge le 501 presenze nel campionato italiano eguagliando Gianni Rivera. &lt;br /&gt;
Complessivamente col Milan militò per venti stagioni ed è secondo nella classifica delle presenze del club. &lt;br /&gt;
Con la Nazionale Italiana, oltre al già citato Mondiale del 1982, vanta una militanza di quattordici partecipando quindi a tre campionati mondiali (1982, 1990, 1994) e due campionati europei (1988, 1992). &lt;br /&gt;
Durante il mondiale 1994 si infortunò al menisco ma riuscì a tornare in tempo per la finale contro il Brasile disputando, a detta dei giornali sportivi, una partita quasi perfetta. &lt;br /&gt;
Durante i calci di rigore della stessa partita, sbagliò il primo rigore condannando la sconfitta dell’ Italia. &lt;br /&gt;
A partire dal 1992 diventò capitano della Nazionale e rimase tale fino al 1994, ovvero fino al ritiro. &lt;br /&gt;
In Nazionale, Baresi totalizzò 81 presenze e 1 gol mentre con il Milan totalizzò 719 presenze e 33 gol. &lt;br /&gt;
Dopo il ritiro dal calcio giocato divenne dirigente del Milan e del Fulham, 2006 al 2008 allena le giovanili del Milan. &lt;br /&gt;
Attualmente fa parte della direziona marketing del club Milan. &lt;br /&gt;
Nel 2004 è stato incluso nella FIFA 100, selezionata da Pelé, e nel 2013 è entrato a far parte della Hall of Fame del calcio italiano. &lt;br /&gt;
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Franco_Baresi&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
	</entry>
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		<title>Baggio roberto</title>
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		<updated>2016-05-23T08:09:50Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot;BAGGIO ROBERTO  Roberto Baggio, uno dei più grandi campioni che l'Italia abbia avuto, uno dei più noti a livello mondiale, nasce il 18 febbraio 1967 a Caldogno, in provincia...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;BAGGIO ROBERTO&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Roberto Baggio, uno dei più grandi campioni che l'Italia abbia avuto, uno dei più noti a livello mondiale, nasce il 18 febbraio 1967 a Caldogno, in provincia di Vicenza. È un devoto buddhista, aderente alla Soka Gakkai, dal 1º gennaio 1988, tanto che ha aperto una sala di riunione a Thiene,ed è anche proprietario di una azienda agricola in Argentina nella quale si reca spesso per trascorrere dei periodi di relax e per praticare la caccia, uno dei suoi hobby preferiti, mentre dal 1991 al 2012 ha gestito un negozio di articoli sportivi a Thiene, chiamato Roberto Baggio Sport, chiuso a causa della crisi economica. E' un ragazzino quando il padre tenta di trasmettergli l'amore per il ciclismo. Ma Roberto giocava a calcio e lo faceva già con grande fantasia, tecnica ed estro. Inizia a giocare nella squadra della sua città. All'età di 15 anni passa al Vicenza, in serie C. Non ancora maggiorenne, nella stagione 1984/85, segna 12 reti in 29 partite e aiuta la squadra a passare in serie B. Alla serie A non sfugge il talento di Roberto Baggio: viene ingaggiato dalla Fiorentina. Esordisce nella massima serie il 21 settembre 1986 contro la Sampdoria. Il suo primo gol arriva il 10 maggio 1987, contro il Napoli. L'esordio in nazionale risale al 16 novembre 1988, contro l'Olanda. Rimane con la Fiorentina fino al 1990, diventando sempre più il simbolo di un'intera città calcistica. Come è prevedibile il distacco è traumatico, soprattutto per i tifosi toscani, che vedono volare il proprio beniamino a Torino, dagli odiati nemici della Juventus. Arriva poi l'appuntamento importantissimo dei mondiali casalinghi di Italia '90. Sono queste le notti magiche di Totò Schillaci e Gianluca Vialli. Roberto Baggio inizia il suo primo mondiale in panchina; nella terza gara il CT Azeglio Vicini fa entrare Baggio per farlo giocare in coppia con lo scatenatissimo Schillaci. Contro la Cecoslovacchia segna una rete memorabile. L'Italia grazie anche ai gol di Baggio arriva in semifinale dove trova l'Argentina del temutissimo Diego Armando Maradona, che eliminerà gli azzurri ai calci di rigore. Con la Juventus Baggio segna 78 reti in cinque campionati. Sono questi gli anni in cui raggiunge l'apice della sua carriera. Nel 1993 vince il prestigiosissimo Pallone d'Oro, nel 1994 il premio FIFA World Player. Con la maglia bianconera vince uno scudetto, una coppa Uefa e una coppa Italia. Sulla panchina che guida gli azzurri ai mondiali USA '94 siede Arrigo Sacchi. Baggio è attesissimo e non delude. Sebbene i rapporti con l'allenatore non siano felici, gioca 7 partite segnando 5 reti, tutte importantissime. L'Italia arriva in finale dove trova il Brasile. La partita finisce in pareggio e ancora una volta il risultato viene affidato alla lotteria dei rigori. Baggio, uno degli eroi di quest'avventura mondiale, è l'ultimo a dover tirare: il suo tiro finisce sopra la traversa. La coppa è del Brasile. La Juventus decide di puntare sul promettente giovane Alessandro Del Piero e Baggio viene ceduto al Milan. Gioca solo due stagioni in rossonero, dove viene considerato solo un sostituto. Fabio Capello non riesce a inserirlo nei suoi schemi e anche se alla fine vincerà lo scudetto, il contributo di Baggio al Milan sembrerà trascurabile. Baggio accetta così l'offerta che arriva da Bologna. Si ritrova a giocare con i rossoblu per l'inconsueto (per lui) obiettivo della salvezza; tuttavia il Bologna gioca un ottimo campionato e Baggio sembra tornato superlativo. Ancora una volta vive una poco serena situazione con il suo allenatore di turno, Renzo Ulivieri, per guadagnare un posto da titolare. Baggio minaccia di andarsene ma la società riesce a mettere d'accordo i due. Arriverà a segnare 22 reti in 30 partite, il suo record personale. Il Bologna si salva con disinvoltura e Roberto Baggio viene convocato per il suo terzo mondiale. Ai mondiali di Francia '98 Baggio è considerato riserva del fantasista Alessandro Del Piero che però delude le aspettative. Baggio gioca 4 partite e segna 2 reti. L'Italia arriva fino ai quarti dove viene eliminata dalla Francia che poi vincerà il prestigioso torneo. Il presidente Massimo Moratti, da sempre appassionato estimatore di Roberto Baggio, gli offre di giocare nell'Inter. Per Baggio è una grande possibilità di rimanere in Italia e giocare di nuovo ai massimi livelli. I risultati sono però altalenanti. In Champions League, a Milano, Baggio segna al Real Madrid permettendo all'Inter di passare il turno. Ma pochi giorni dopo la qualificazione il tecnico Gigi Simoni, con cui Baggio ha un ottimo rapporto, viene sostituito. La stagione volgerà verso un tracollo. Il secondo anno di Baggio con l'Inter è segnato dai difficili rapporti con il nuovo tecnico Marcello Lippi. I due si ritrovano dopo l'avventura juventina, ma Lippi esclude Baggio dai titolari. Ancora una volta si ritrova a partire dalla panchina. Nonostante ciò, appena ha la possibilità di giocare dimostra tutto il suo talento, segnando reti decisive. I rapporti con Marcello Lippi però non migliorano. Scaduto il contratto con l'Inter, Baggio accetta l'offerta del neopromosso Brescia. Con questa maglia, sotto la guida del veterano allenatore Carlo Mazzone, Roberto Baggio arriva a siglare la sua rete numero 200 in serie A, entrando con grande merito nell'olimpo dei goleador, insieme a nomi storici quali Silvio Piola, Gunnar Nordhal, Giuseppe Meazza e José Altafini. Chiude la sua carriera con il Brescia il 16 maggio 2004; al suo attivo vi sono 205 reti in serie A e 27 reti in 56 partite giocate con la maglia della nazionale. Devoto buddhista dai tempi di Firenze, soprannominato &amp;quot;Divin Codino&amp;quot;, ha inoltre scritto un'autobiografia: &amp;quot;Una porta nel cielo&amp;quot;, pubblicata nel 2001, dove racconta il superamento dei periodi difficili, come è tornato più forte in seguito ai gravi infortuni, e dove approfondisce i suoi difficili rapporti con i passati allenatori, ma anche elogiando le doti di altri tra cui Giovanni Trapattoni, Carlo Mazzone e Gigi Simoni.Fu ambasciatore della Fao, promotore dell’associazione Heroes Company,il 20 dicembre 2007 ritirò all’Accademia di Santa Cecilia il premio “Roma per la Pace e l’Azione Umanitaria” assegnato dalla giunta comunale ad Aung San Suu Kyi: fu proprio la leader dell’opposizione birmana (già premio Nobel) a chiedere che il premio fosse consegnato all’ex calciatore, convinta che la sua grande notorietà avrebbe potuto amplificare la notizia nel suo paese. Nell'estate del 2010 torna sulle prime pagine dei giornali in due occasioni: si reca in ritiro a Coverciano per conseguire il patentino di allenatore di terza categoria e viene candidato a livello federale per ricoprire compiti manageriali.  Su proposta del Presidente della FIGC Giancarlo Abete, d'accordo con il Presidente del'AIAC Renzo Ulivieri, il 4 agosto 2010 viene ufficializzata la sua nomina a Presidente del Settore tecnico della Federazione. Il 5 dicembre 2011 viene inserito nella Hall of Fame del calcio italiano per la categoria Giocatore italiano. Il 5 luglio 2012 acquisisce a Coverciano il titolo di allenatore di Prima Categoria UEFA Pro e quindi il diritto di ricoprire il ruolo di tecnico in una squadra della massima serie. Il 23 gennaio 2013 lascia la carica di presidente del settore tecnico affermando che il suo programma di 900 pagine, presentato a novembre 2011, è rimasto lettera morta. &lt;br /&gt;
NOTA SULLE FONTI&lt;br /&gt;
Praticamente tutto il materiale è basato sul libro autobiografico di Roberto Baggio 'Una porta nel cielo' e dal suo sito ufficiale www.robertobaggio.com. Particolarmente utile è stato anche il sito progettato dai fan www.robertobaggio.org e il sito www.cinquantamila.corriere.it/storyTellerThread.php?threadId=BAGGIO+Roberto&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Arienti_luigi&amp;diff=14</id>
		<title>Arienti luigi</title>
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		<updated>2016-05-23T08:08:46Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot;ARIENTI LUIGI   Luigi Arienti nacque a Desio il 6 gennaio del 1937 e la sua carriera iniziò grazie all'interessamento del fratello Angelo, il quale, da buon dilettante organi...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;ARIENTI LUIGI&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Luigi Arienti nacque a Desio il 6 gennaio del 1937 e la sua carriera iniziò grazie all'interessamento del fratello Angelo, il quale, da buon dilettante organizzò una corsa ed invitò Luigi, dandogli una bici in prestito. Il risultato fu sorprendente: 1° Luigi e 2° Angelo. Luigi corse la sua prima gara da tesserato a 16 anni come Esordiente per la Salus di Seregno e nella stagione vinse solo una delle tante gare disputate. Convinto del suo talento e la sua passione, decise di voler diventare qualcuno di importante nella storia del ciclismo su strada e quindi diventare uno dei campioni italiani.&lt;br /&gt;
Passò Allievo ed al suo primo anno furono 6 i successi, mentre l'anno successivo, coi colori del Pedale Cambiaghese le vittorie divennero 14.&lt;br /&gt;
I successi cominciarono a dare l'esatta dimensione a questo atleta tanto che nel 1958 come Dilettante, Luigi vinse ben dieci gare, festeggiando sul podio. Nonostante il servizio militare, egli riuscì a vincere 15 gare nel 1959 e ben 41 nel 1960. In quel periodo vinse praticamente tutto: Campionato Lombardo e Laziale sia su pista che nel cross, i Giochi del Mediterraneo su pista, il Trofeo De Gasperi e una prova olimpica su strada.&lt;br /&gt;
Nel 1960 a Roma, Luigi indossò la maglia azzurra alle Olimpiadi di quell'anno e in formazione con Testa, Vallotto e Vigna compì un'impresa eccezionale vincendo la medaglia d'oro a tempo di record nell'Inseguimento sui 4000 m. in pista.&lt;br /&gt;
Terminate le Olimpiadi di Roma Arienti passò professionista nel 1961 alla Molteni con Venturelli capitano e Giorgio Albani Direttore Sportivo. Vi rimase per due stagioni cogliendo 3 vittorie (Colonia, prova Trofeo Cougnet e a Camaiore in Circuito).&lt;br /&gt;
Consapevole delle difficoltà delle corse su strada, Arienti pensò bene di praticare la pista iniziando a fare le Sei Giorni e nel 1961 si presentò a quella di Milano, in coppia con il lussemburghese Gillen, in maglia Termozeta. La seconda Sei Giorni la disputò l'anno successivo, sempre a Milano in coppia con Castens giungendo all'11° posto in quanto il tedesco, vittima di un attacco febbrile, dovette abbandonare negli ultimi 2 giorni.&lt;br /&gt;
Sempre più attratto dalla pista Arienti decise di lasciar perdere la strada per dedicarsi, con maggiore impegno, in questo settore. Nel quinquennio 1961/65 al Campionato Italiano ad inseguimento si classificò sempre al secondo posto preceduto da Faggin. Visto che aveva davanti Fagin che vinse abbastanza gare, Luigi passò dietro motore, ma anche qui De Lillo e Domenicali gli tolsero la soddisfazione del tricolore.&lt;br /&gt;
Ormai Arienti venne affettuosamente soprannominato &amp;quot;l'eterno secondo&amp;quot; e a giusta ragione per i suoi piazzamenti e i diversi cambi nello stile ciclistico. Partecipò due volte (1967 e 1968) senza fortuna ai mondiali di mezzofondo venne eliminato nelle batterie preliminari.&lt;br /&gt;
Nel frattempo la partecipazione alle Sei Giorni si moltiplicarono (16) e dopo 12 stagioni nel professionismo tra strada e pista, Luigi Arienti nel 1972 decise di cessare l'attività agonistica.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
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		<title>Avola giorgio</title>
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		<updated>2016-05-23T08:07:15Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot;AVOLA GIORGIO  (Scherma) Giorgio Avola, nato a Modica l’ 8 maggio del 1989, è uno schermidore italiano, specializzato nel fioretto. Atleta delle Fiamme Gialle e della Nazio...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;AVOLA GIORGIO&lt;br /&gt;
 (Scherma)&lt;br /&gt;
Giorgio Avola, nato a Modica l’ 8 maggio del 1989, è uno schermidore italiano, specializzato nel fioretto. Atleta delle Fiamme Gialle e della Nazionale. Vincitore di una medaglia d'oro a squadre alle Olimpiadi del 2012, una medaglia d'oro a squadre e una medaglia di bronzo individuale ai Campionati Mondiali, una medaglia d'oro individuale e tre a squadre ai Campionati Europei Assoluti e vincitore dei Giochi del Mediterraneo nel 2013.&lt;br /&gt;
LA CARRIERA GIOVANILE&lt;br /&gt;
Giorgio Avola inizia a fare scherma presso la Conad Scherma Modica, sino dagli esordi pratica la specialità del fioretto sotto la guida del Maestro Eugenio Migliore. Si mette subito in mostra vincendo il campionato italiano Giovanissimi nel 2001. L'anno dopo conquista l'argento nella categoria Ragazzi spada e nel 2003 vince il bronzo nella categoria Allievi. Debutta in campo internazionale nella stagione 2005/2006, chiudendo la stagione con il 9º posto di Giengen e il 17º posto nel Mondiale Cadetti (under 17) a Taebaek, la prima finale in campo internazionale avviene nella stagione 2006/2007 con il 7º posto ottenuto in prova di coppa under 20 a Viana do Castelo; termina la stagione vincendo l’oro individuale e l’argento a squadre al campionato del mediterraneo. Nella stagione 2007/2008 a Mödling ottiene il primo grande successo battendo in finale il compagno di squadra Tommaso Lari, che si prende la rivincita all'europeo di Amsterdam eliminando Giorgio che termina la gara all'11º posto. La stagione 2008/2009 si apre con tre podi in coppa del mondo under 20 (Bratislava 3°, Londra 3° e Aix-en-Provence 1°), vince l'argento ai campionati italiani giovani (under 20) e il bronzo ai campionati italiani under 23, risultati che gli consentono la convocazione ai Mondiali under 20 di Belfast, dove si piazza 12º nella prova individuale e vince l’oro nella prova a squadre, a fine anno la posizione occupata nel ranking Mondiale under 20 è la quinta. Termina la stagione vincendo l'argento a squadre ai campionati italiani di Tivoli con la squadra dell'Aeronautica Militare.&lt;br /&gt;
GLI ANNI IN NAZIONALE&lt;br /&gt;
2010&lt;br /&gt;
Nel 2010, primo anno assoluto, ottiene un 2º posto a Bonn, 3º posto a L'Avana, 6° a Shanghai e 7° a Sharm el Sheikh. Conquista l’oro nella prova individuale dell’europeo under 23 a Danzica battendo in finale Alessio Foconi per 15-8, ma l’impresa il siciliano l’aveva fatta nei quarti, battendo il Russo Zherebchenko, dopo un pessimo inizio con un parziale di 9-0 per l’atleta russo, Giorgio riesce a compiere una rimonta incredibile che l’ha portato sul punteggio di 12-12 sino a chiudere il match a suo favore per 13-12. Viene convocato agli europei e ai mondiali assoluti e conquista la medaglia d'oro nella prova a squadre a Lipsia (Campionati Europei), a Parigi (Campionati Mondiali) termina al 9º posto. Dopo aver battuto il Croato Jovanovic e il Coreano Choi viene fermato ad un passo dalla finale dal francese Victor Sintès, ed è il migliore degli italiani in gara.&lt;br /&gt;
2011&lt;br /&gt;
Nel 2011 si riparte da Parigi, per la prima prova di coppa del mondo e conquista il secondo posto nella prova individuale. A fine marzo conquista la medaglia di Bronzo ai Campionati Italiani under 23 di Brindisi, perdendo l'assalto in semifinale con Daniele Garozzo 15-14, poi vincitore della gara.&lt;br /&gt;
L'ultimo appuntamento nazionale della stagione sono i Campionati Italiani Assoluti a Livorno, dove Giorgio si conferma ancora una volta all'altezza della situazione. Vince contro Foconi 15-14 nel tabellone dei 16 e approda in semifinale superando Martino Minuto con il punteggio di 15-11. A dividerlo dalla finalissima c'è il Siracusano Stefano Barrera, campione in carica, che il Modicano batte 15-13. Cede solo in finale con il padrone di casa Edoardo Luperi per 12-15, conquistando la medaglia d'argento. Il 14 luglio a Sheffield conquista la sua prima medaglia individuale in campo assoluto vincendo l'Europeo. In finale il siciliano ha avuto la meglio sul compagno di squadra Cassarà per 15-14. Nella prova a squadre arriva un'altra medaglia d'oro assieme ai compagni Baldini, Cassarà e Aspromonte. Il 2011 si chiude con l'arruolamento dello schermidore Modicano nel Gruppo Sportivo delle Fiamme Gialle.&lt;br /&gt;
2012&lt;br /&gt;
Nel 2012, anno Olimpico, il neofinanziere raggiunge il podio a Seul, San Pietroburgo e L'Avana, sconfitto due volte in finale da Cassarà. Ottiene anche un buon 9º posto a Venezia, sconfitto dal tedesco Bachmann 14-13 al minuto supplementare. Le soddisfazioni arrivano anche dalle prove a squadra dove l'Italfioretto conquista la vittoria sulla Germania in terra francese e il quinto posto in Spagna, grazie a questi risultati ottengono la matematica qualificazione olimpica per Londra 2012. A Cassino, gara che incorona il Campione Italiano Under 23, Giorgio si ferma in semifinale sconfitto da Foconi. Conquistando così la terza medaglia di bronzo in questa competizione. Durante l'Europeo di Legnano arrivano le convocazioni per L'Olimpiade di Londra dove Giorgio potrà essere impegnato solo nella prova a squadre. Il giorno dopo le convocazioni la squadra di fioretto si conferma campione d'Europa per il terzo anno consecutivo con la stessa formazione (Avola, Baldini, Cassarà e Aspromonte). Durante le Olimpiadi di Londra 2012, con gli stessi compagni di squadra, vince l'oro nella competizione a squadre di fioretto maschile, battendo in finale il Giapponeper 45-39.&lt;br /&gt;
2013-14&lt;br /&gt;
Il 2013 inizia bene per il neo campione olimpico, a Parigi chiude al terzo posto, fermato dal compagno di squadra Baldini 15-14, poi vincitore della gara. I Campionati del Mondo di Budapest vedono Giorgio fermarsi nell'assalto valido per gli ottavi, sconfitto 15-14 dall'Americano Chamley-Watson, poi vincitore della gara. La competizione a squadre a ben altro esito per gli italiani, che dopo aver battuto Repubblica Ceca e Gran Bretagna nella semifinale si ritrovano contro la Russia dell'ex C.T. Cerioni, dove gli azzurri di Cipressa vincono per 45-44, meno sofferta la finale contro gliU.S.A. vinta per 45-33. Durante il 2014 Giorgio conquista la finale a Seul e a Venezia nelle prove individuali. Con la squadra ottiene la vittoria a Parigi e un secondo posto a La Coruña, sconfitti dalla Russia in finale. Ai Mondiali di Kazan con l'undicesima posizione risulta il migliore degli azzurri in gara per il fioretto maschile, viene fermato dal cinese Ma, poi medaglia d'argento e vincitore della Coppa del Mondo 2014. Insieme ai compagni di squadra conquista la medaglia di bronzo, vincendo la finale per il terzo e quarto posto con la Russia per 45-29, in semifinale i fiorettisti erano stati sconfitti dalla Cina per 45-39.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
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		<title>Albarello marco</title>
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		<updated>2016-05-23T08:06:12Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot;ALBARELLO MARCO, il Sergente di ferro dello sci di fondo.   Marco Albarello, nato ad Aosta nel maggio del 1960, è stato uno dei protagonisti dell’epopea dello sci di fondo...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;ALBARELLO MARCO, il Sergente di ferro dello sci di fondo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Marco Albarello, nato ad Aosta nel maggio del 1960, è stato uno dei protagonisti dell’epopea dello sci di fondo italiano degli anni ’80 e ’90, portando gli Azzurri a diventare leader di questa disciplina dopo anni di storico dominio dei Paesi nordici. &lt;br /&gt;
Nato e cresciuto a Courmayeur, sulle piste della Val Ferret, di lui restano memorabili i successi individuali sia ai mondiali che alle olimpiadi. Ma negli occhi degli sportivi di tutto il mondo rimane di sicuro impressa l’ormai leggendaria medaglia d’oro conquistata a Lillehammer nel 1994 nella staffetta 10 km a tecnica classica quando l'Italia sconfisse allo sprint l’imbattibile Norvegia dell’immenso Bjørn Dæhlie. &lt;br /&gt;
I suoi successi sportivi lo hanno portato a ricevere importanti onorificenze al merito dell’esercito italiano in quanto partecipava, con la Nazionale, alle Olimpiadi Invernali in Francia nel 1992 ed in Norvegia nel 1994.&lt;br /&gt;
II più che lusinghiero successo, frutto di un'intensa preparazione, viene a coronare una lunga serie di importanti affermazioni sportive del Sottufficiale, ottenute in numerose competizioni, dimostrando così spiccate doti d'atleta non separate da una profonda serietà di preparazione raggiunta con quotidiana abnegazione. &lt;br /&gt;
Esemplare per dedizione allo sport, con tali brillantissimi risultati, contribuiva all'affermazione in ambito internazionale dei colori italiani, elevando al massimo grado l'immagine delle Forze Armate, per la sua tenacia i commilitoni e superiori lo chiamavano “il Sergente di Ferro”. &lt;br /&gt;
Il Ministero della Difesa, alla luce delle sue prestigiose affermazioni lo insignì delle seguenti massime onorificenze: Ad Albertville (Francia), dal 13 al 18 febbraio 1992, per i successi ottenuti, venne insignito della meritata croce d’oro al merito dell’esercito per la seguente motivazione: “Sottufficiale atleta degli Alpini, dotato di eccezionali capacità tecniche e di elevato spirito di sacrificio, partecipava, con la Nazionale italiana, alle XVI Olimpiadi Invernali svoltesi ad Albertville (Francia), conseguendo nella specialità dello sci nordico ben due prestigiose medaglie d'argento. II più che lusinghiero successo, frutto di un'intensa preparazione, viene a coronare una lunga serie di importanti affermazioni sportive del Sottufficiale, ottenute in pretendenti competizioni, dimostrando così spiccate doti d'atleta non separate da una profonda serietà di preparazione raggiunta con quotidiana abnegazione. Esemplare per dedizione allo sport, con tali brillantissimi risultati, contribuiva all'affermazione in ambito internazionale dei colori italiani, elevando al massimo grado l'immagine delle Forze Armate”.&lt;br /&gt;
Per i successi ottenuti in LILLEHAMMER (NORVEGIA),  dal 12 al 27 febbraio 1994, insignito della croce d’oro al merito dell’esercito per la seguente motivazione: “Sottufficiale degli Alpini, atleta della Sezione Sci della Scuola Militare Alpina, componente della rappresentativa nazionale italiana che ha partecipato alle XVII Olimpiadi Invernali, conquistava una medaglia d'oro ed una di bronzo, rispettivamente, nella staffetta 4x10 Km e nella combinata 10 Km di sci di fondo, a riprova di perfetto connubio, di non comuni qualità fisiche e profondo spirito di sacrificio. Contribuiva, pertanto, al consolidamento dell'immagine della Nazione e dell'Esercito Italiano”. &lt;br /&gt;
Un altro importante merito gli è stato riconosciuto direttamente dal presidente della repubblica Carlo Azelio Ciampi, il quale conferì a Marco Albarello, il giorno 23 ottobre dell‘anno 2000 il titolo di “Commendatore Ordine al merito della Repubblica Italiana”.&lt;br /&gt;
La tenacia e lo spirito sportivo sono stati i punti cardine della carriera sciistica di Albarello che ha militato nella squadra azzurra per 23 anni, 19 come atleta e gli ultimi 4 come aiuto allenatore della squadra di Coppa del Mondo e responsabile dei tecnici addetti ai materiali. &lt;br /&gt;
In tutto questo tempo ha sempre avuto una vita difficile, gliel'hanno resa tale gli avversari, e questo era scontato, ma anche il primo allenatore nel quale si è imbattuto quando, a furor di risultati, è stato convocato nella nazionale maggiore. &lt;br /&gt;
Era il 1980 e Marco aveva vinto il campionato italiano juniores. Era considerato una grande promessa e lo aveva ripetutamente dimostrato, ma Ville Sadehariu, l'allenatore finlandese venuto in Italia dopo il magro bottino di medaglie riportato dagli azzurri alle Olimpiadi di Lake Placid, non crede in questo ragazzone che ha un solo torto, quello di dire in faccia ciò che pensa e senza tanti giri di parole. &lt;br /&gt;
Sadehariu, che è un tipo permaloso, non gli dà spazio e gli fa saltare prima i Mondiali di Oslo e poi le Olimpiadi di Sarajevo. Quattro anni amari, che avrebbero fatto andare fuori di testa chiunque ma non il testardo aostano che ingoia il rospo e continua a lavorare, convinto che il tempo avrebbe giocato a suo favore. &lt;br /&gt;
È abituato a lottare, fin dall'infanzia quando, cresciuto come discesista, ha cominciato a darsi al fondo. Qui Albarello riesce ad usare il suo fisico possente (pesava infatti circa 80 kg per 187 cm) a suo favore e non fu più un “ostacolo” come lo era nella discesa libera, nella quale sono più adatti gli atleti longilinei. Ma, anche in questo caso, l’imponente fisico del “gigante di Courmayeur” (così i tifosi lo soprannominavano) fu un ostacolo, questa volta è il materiale tecnico che non regge il fisico di Albarello, troppo pesante per i nuovi sci, all’avanguardia sicuramente, ma non adatti alle doti fisiche del fondista italiano. &lt;br /&gt;
A questo scompenso l’atleta italiano deve ovviare perfezionando al massimo la sua tecnica, seguito dagli allenatori della nazionale italiana. Perfezionata la tecnica e trovati gli sci adatti, confezionati dalla casa produttrice “Rossignol”, casa italiana con cui Alberello era legato e che aveva sempre seguito gli azzurri, con i materiali sempre molto performanti, infatti questi trova il giusto equilibrio ed inizia a far valere il suo talento. Negli anni seguenti infatti, il giovanissimo atleta, ottiene i risultati migliori della sua carriera come le grandi prestazioni alle olimpiadi invernali di Albertville (1992) e Lillehammer (1994) dove ottenne rispettivamente 2 medaglie d’argento nello sci nordico e una medaglia di bronzo nella staffetta 4x10 km ed una d’ oro nella 15 km di sci di fondo. &lt;br /&gt;
Eppure, malgrado le tante difficoltà incontrate, di medaglie ne ha vinte parecchie, militando nella squadra azzurra per 23 anni, di cui quattro come aiuto allenatore della squadra di Coppa del Mondo e responsabile dei tecnici addetti ai materiali. Si va dai 10 titoli italiani assoluti vinti nella 15 e nella 30 km (sempre a tecnica classica), ai 20 podi di Coppa del Mondo, alle 3 medaglie ottenute ai Campionati Mondiali Militari, all'argento nei Mondiali di duathlon. Le medaglie di maggior pregio sono ovviamente quelle olimpiche e mondiali. &lt;br /&gt;
Complessivamente, per un resoconto che non può non impressionare e prendere da esempio Marco come atleta, si può annotare che ha partecipato a 4 Olimpiadi e a 12 campionati del Mondo, ottenendo questi risultati: Olimpiadi: 1992, Albertville (Francia): argento nella 10 km Tecnica Classica (prima prova della combinata) e nella staffetta 10 km; 1994, Lillehammer (Norvegia): oro nella staffetta 10 km e bronzo nella individuale 10 km; 1998, Nagano (Giappone): argento nella staffetta 10 km. Mondiali: 1985, Seefeld (Austria): argento nella staffetta 10 km; 1987, Oberstdorf (Germania): oro nella individuale 15 km; 1993, Falun (Svezia): argento nella staffetta 10 km; 1995, Thunder Bay (Canada): bronzo nella staffetta 10 km. &lt;br /&gt;
Un &amp;quot;palmares&amp;quot; che pochi al mondo possono vantare, dopo i successi sportivi Marco Albarello diventa il direttore tecnico della nazionale nella specialità dello sci di fondo, avendo accumulato nella sua lunga carriera, esperienza e tecnica che può essere di enorme aiuto per le nuove leve della specialità.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
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		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Ailey_alvin&amp;diff=10</id>
		<title>Ailey alvin</title>
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		<updated>2016-05-23T08:04:52Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot;                           AILEY ALVIN    Alvin Ailey, ballerino e coreografo statunitense,  nacque a Rogers, in Texas, da madre diciassettenne, e sviluppò molto presto un in...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;                           AILEY ALVIN&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Alvin Ailey, ballerino e coreografo statunitense,  nacque a Rogers, in Texas, da madre diciassettenne, e sviluppò molto presto un interesse per l'arte. Suo padre abbandonò la famiglia quando Alvin aveva solo sei mesi e non mancarono seri problemi economici. Ailey crebbe in un periodo di segregazione razziale, di violenza e discriminazione contro gli afro-americani. Quando Ailey aveva cinque anni, la madre fu  violentata da un gruppo di uomini bianchi e ciò gli lasciò un traumatico ricordo.&lt;br /&gt;
Nel 1943 Alvin e la madre si trasferirono a Los Angeles e fu proprio lì che egli scoprì il &amp;quot;mondo&amp;quot; dell'arte contemporanea. Venne a contatto invece con la danza quando, studente delle scuole medie, andò con la scuola in gita ad assistere a uno spettacolo de “Les Ballet Russe de Monte Carlo”.                                                                                                                                                             Inizialmente prese lezioni di danza dalla coreografa Katherine Dunham e in seguito studiò con l'insegnante di Los Angeles Lester Horton.                                                                                                                                          Mentre studiava con Horton, Ailey seguiva all'università corsi di lingue romanze, frequentando la UCLA, il Los Angeles City College e la Berkeley. Il suo interesse per questo genere di studi era probabilmente il perché della sua attrazione per le coreografie di Horton, basate principalmente su dipinti di Paul Klee, poesie di Garcia Lorca, musiche di Duke Ellington e Stravinskij e anche temi Messicani. Quando però Horton morì nel 1953, il ventiduenne Ailey fu scelto per prendere il posto del suo mentore, diventando il direttore e il coreografo principale del Lester Horton Dance Theatre.&lt;br /&gt;
Nel giro di un anno coreografò tre balletti originali per la compagnia di Horton:  Creation of the World, According to St. Francis e Mourning Morning.  Nel 1954, lui e il suo amico Carmen De Lavallade furono invitati a New York per ballare nello spettacolo di Broadway  “Casa dei Fiori di Truman Capote” , interpretato da Pearl Bailey e Diahann Carroll. La scena di danza moderna di New York negli anni Cinquanta non era gradita a Ailey. Osservò le lezioni dei moderni contemporanei di danza come Martha Graham , Doris Humphrey e José Limón, sentì la danza di Graham &amp;quot;schizzinosa e strana&amp;quot; e detestava le tecniche sia di Humphrey e di Limón. Ailey  espresse disappunto per non essere in grado di trovare una tecnica simile a quella di Horton. Non trovando un mentore,  iniziò a creare opere di suo. Creò la sua compagnia nel 1958, composta principalmente da ballerini Afroamericani, e ne fu anche il direttore. &lt;br /&gt;
La sua compagnia rese popolare la danza moderna in tutto il mondo con svariati tour internazionali, promossi dal Dipartimento di Stato U.S.A..  Si pensa che proprio grazie a queste tournée il capolavoro coreografico di Ailey, “Revelations”, sia il più famoso e più apprezzato spettacolo di danza moderna.&lt;br /&gt;
Creò  79 balletti per se stesso e per ballerini di varie etnie. Si fermò nell’esibirsi  professionalmente nel 1965 per concentrarsi al massimo sulla coreografia.&lt;br /&gt;
È stato commemorato con il cambiamento del nome della West 61st Street (tra la Amsterdam e la Columbus) a New York in &amp;quot;Alvin Ailey Way&amp;quot;; la sede della Alvin Ailey Dance Theater fu proprio al numero 211 della West 61st Street dal 1989 al 2005, quando fu trasferita in una struttura più grande e recente situata all'angolo tra la West 55th Street e la Ninth Avenue. Ad Ailey furono assegnati i Kennedy Center Honors nel 2005.&lt;br /&gt;
L’Alvin Ailey American Dance Theatre è da cinquant’anni ai massimi livelli della danza mondiale. Ma dov’è il segreto di tanta fortuna e di tanta arte? Nella maggior parte dei casi, e in particolare se parliamo di danza, quando muore il genio,  ciò che viene dopo risulta difforme, incancrenito e svuotato dell’originale vitalità, perché una volta persa l’essenza, allievi e seguaci finiscono per aggrapparsi troppo rigidamente a delle regole formali.                                                                          Non nel caso di Alvin Ailey American Dance Theatre (AAADT), gruppo che ha saputo rinnovarsi anche sotto diverse direzioni artistiche, nell’arco di mezzo secolo, senza perdere la verve che ha caratterizzato il suo fondatore. “Quello che desidero — spiega in conferenza stampa Judith Jamison, attuale direttrice dell’AAADT — è che il pubblico colga, attraverso la nostra danza, la vera intenzione che animava Ailey, il quale ha sempre messo in primo piano il suo interesse per le persone e per la condizione umana in genere. Il suo desiderio di commuovere e di entrare in contatto diretto col pubblico è, ancora oggi, un nostro obiettivo fondamentale”.                                       È l’uomo stesso ad essere indagato attraverso la danza, attraverso una ricerca in profondità delle radici, per liberare la tecnica da ogni costrizione entro nitidi schemi teorici e a far così emergere il mondo, la vita in tutta la sua complessità. Per capire come Ailey sia riuscito a trasferire nella danza le sue intenzioni programmatiche è necessario guardare alla sua nascita come artista e ai suoi maestri. Ailey si innamora della danza giovanissimo; studia con KaterineDuham e Horton, entrambi esponenti di una danza che parte dallo studio dei riti tribali della tradizione afroamericana. L’incontro con Martha Graham — anche lei oppositrice della “danza d’école” che, contro ogni accademismo, lavora tutta la vita alla ricerca di uno stile proprio e di una spiritualità del gesto — è il naturale proseguo della sua formazione…                                                                 L’attenzione per l’uomo si riflette nello studio di una danza alla ricerca delle radici nella cultura afro-americana e nella volontà di costituire un gruppo che si renda portatore dei valori della cultura black. I membri della compagnia sono tutti di colore. A conferma dell’interesse profondo di portare sul palco la sua cultura, nel 1960, Ailey compone Revelations — un viaggio dentro la musica Gospel, la segregazione, la liberazione, la spiritualità e la gioia — che diventa il capolavoro della compagnia e da allora chiuderà tutti i loro spettacoli.&lt;br /&gt;
Ailey ha formato la sua compagnia venendo da una formazione molto varia: dal classico al moderno, dal contemporaneo all’hip hop, jazz. Egli era unico in quanto non ha allenato i suoi ballerini in una tecnica specifica, prima di eseguire la sua coreografia; si avvicinò ai suoi ballerini piuttosto come fa un direttore d'orchestra jazz, portandoli ad arricchire i suoi spettacoli con uno stile che meglio si adattasse ai diversi talenti degli artisti. &lt;br /&gt;
Ailey morì il 1 dicembre 1989 all'età di 58 anni.  Per risparmiare la madre lo stigma sociale della sua morte per AIDS, chiese al suo medico di  annunciare che era morto di discrasie terminali nel sangue .                                                                                                                                                                Nel 1992 Alvin Ailey è stato introdotto nel Museo Nazionale di Danza di Mr. &amp;amp; Mrs. Cornelius Vanderbilt Whitney Hall of Fame a Saratoga Springs, NY ed oggi il suo nome da l’idea di  grande artista che ha lasciato, senza dubbio, un gran segno nella storia della danza. A dimostrazione di come un ragazzo dalle umili origini di una piccola cittadina del Texas riuscisse a raggiungere New York City fondando una scuola di danza multiculturale e famosa in tutto il mondo.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
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		<title>Agostini giacomo</title>
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		<updated>2016-05-23T08:03:36Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot;ATLETA: Agostini Giacomo NAZIONALITA': Italia NATO A: Brescia il 16 giugno 1942  SPORT: Motociclismo   Primogenito di quattro fratelli, Giacomo Agostini nacque a Brescia il 16...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;ATLETA: Agostini Giacomo&lt;br /&gt;
NAZIONALITA': Italia&lt;br /&gt;
NATO A: Brescia il 16 giugno 1942 &lt;br /&gt;
SPORT: Motociclismo&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Primogenito di quattro fratelli, Giacomo Agostini nacque a Brescia il 16 giugno 1942. Detentore di 15 titoli mondiali, è stato il più grande campione del motociclismo sportivo di tutti i tempi. Sin da bambino fu fortemente attratto dal mondo dei motori ma fu costretto a limitare i suoi primi impegni agonistici in gare organizzate clandestinamente da ragazzini, in sella all’ “Aquilotto” di famiglia, a causa della contrarietà del padre verso l’insicura carriera di pilota. Comunque, dopo tante insistenze, a 19 anni, nel 1961, riuscì a farsi permettere dal padre di acquistare, in 30 rate, la moto dei suoi sogni: una “Morini 175 Settebello” da 500.000 lire.&lt;br /&gt;
 Il 18 luglio 1961 esordì con la “Settebello” alla sua prima gara ufficiale, la Trento-Bondone in salita, nella quale si classificò secondo. Entrò quindi in contatto con la squadra corse della Moto Morini, sotto la protezione del direttore sportivo Dante Lambertini, il 1° maggio 1962 nella gara della Temporada Romagnola a Cesenatico in cui però non fu tra i migliori. Il 27 maggio, invece, vinse a tempo di record con la sua Settebello la Bologna-San Luca, conquistando il primo posto assoluto. Alla corsa era presente anche Alfonso Morini, patròn dell’omonima moto, che lo ingaggiò nella sua Squadra Corse offrendogli una moto ufficiale: una “Settebello Aste Corte”.&lt;br /&gt;
Partecipò quindi, nel 1963, sia al Campionato della Montagna che al Campionato Italiano di Velocità Juniores, conquistandoli entrambi e aggiudicandosi tutte le gare di quell’anno. Morini lo schierò come prima guida del reparto corse nel Campionato Juniores. In sella alla “250 Bialbero” Agostini si aggiudicò il Campionato Italiano 250. Il 19 luglio 1964 esordì all’estero sul circuito Solitude di Stoccarda, nel Gran Premio di Germania Ovest, e successivamente partecipò al Gran Premio delle Nazioni sul circuito di Monza conquistando il 4° posto in entrambe le gare. &lt;br /&gt;
Ormai molti erano i team che avevano messo gli occhi addosso ad Agostini ma nel 1964 fu la MV Agusta del Conte Domenico Agusta a ingaggiarlo su segnalazione del campione conterraneo Carlo Ubiali. Seconda guida nel motomondiale 1965, potè competere nelle classi 350 e 500 raggiungendo la seconda posizione nel campionato, in entrambe le classi, alle spalle di Jim Redman nella 350 e del compagno di squadra Mike Hailwood nella 500.&lt;br /&gt;
Nel 1966 Agostini conquistò la vittoria nella classe 500 davanti allo stesso Hailwood, che era passato alla Honda, e si aggiudicò il secondo posto nella classe 350 dietro l'inglese. L'11 settembre dello stesso anno, alla fine del campionato, conclusosi a Monza, Giacomo Agostini vinse il titolo della 350 davanti al doppiato Renzo Pasolini e quello della 500 davanti allo stesso Mike Hailwood aggiudicandosi il titolo iridato.&lt;br /&gt;
Nella stagione dei titoli iridati dell'anno successivo, Agostini fu primo nella 500 e secondo nella 350 e Hailwood primo nella 350 e secondo nella 500. I due ottennero lo stesso punteggio in 500, con ugual numero di vittorie ma il titolo fu assegnato ad  Agostini per il maggior numero di secondi posti conquistati.&lt;br /&gt;
Nel quinquennio sportivo dal 1968 al 1972, orfani degli avversari più temibili, Agostini e la MV Agusta vinsero 10 titoli mondiali piloti e 10 titoli mondiali costruttori nelle classi 350 e 500. Nella stagione del 1971, intanto, Agostini riuscì a conquistare i mondiali della 350 e della 500 con tre gare di anticipo sulla chiusura dei campionati e, con i 10 titoli iridati, a scavalcare Hailwood raggiungendo la vetta della speciale classifica dei piloti per numero di titoli mondiali vinti.&lt;br /&gt;
Il 1972 segnò particolarmente il pilota bresciano per la morte dell'amico Gilberto Parlotti durante il Tourist Trophy. Al termine della gara  Agostini si fece portavoce del malumore dei colleghi rilasciando pesanti dichiarazioni circa la responsabilità della Federazione sportiva nell'utilizzare un tracciato tanto pericoloso e affermando che non avrebbe partecipato alle edizioni successive e quindi non si presentò al Gran Premio dell'isola di Man. Anno dopo anno anche altri piloti seguirono la decisione di Agostini fino a che il Tourist Trophy venne cancellato nel 1977 dal calendario del motomondiale.&lt;br /&gt;
Nella stagione del 1973,  la moto sperimentale di Agostini collezionò una tale serie di guasti e problemi tecnici che riuscì a raggiungere il traguardo solamente in quattro delle undici gare che componevano il campionato della classe 500. Agostini si classificò terzo nella classifica finale della 500 alle spalle del vittorioso compagno di squadra Phil Read e del secondo classificato Kim Newcombe alfiere della Konig.&lt;br /&gt;
Per attriti con l'Agusta e per aver previsto il declino del motore a 4T,  Agostini passò alla Yamaha trasferendosi in Giappone per contribuire allo sviluppo della moto facendo apportare numerose migliorie soprattutto alla ciclistica. Nell'esordio del 10 marzo del 1974 alla 200 miglia di Daytona, Agostini, per la prima volta in gara con una moto a 2T, vinse con la sua nuovissima Yamaha TZ 700 e anche due settimane dopo in Italia nella 200 miglia di Imola.&lt;br /&gt;
Il campionato 1975 fu caratterizzato dalla lotta in classe 500 fra la Yamaha di Giacomo Agostini e la MV Agusta di Phil Read e si concluse con la conquista del quindicesimo e ultimo titolo iridato da parte del pilota italiano.&lt;br /&gt;
Per la stagione 1976 il campione del mondo e la Yamaha non riuscirono a raggiungere un accordo e per la casa giapponese fu un vero disastro. Agostini decise di assumere la gestione del vecchio reparto corse della MV Agusta, pure accettando la disponibilità di un esemplare di XR-14 della Suzuky. I risultati però furono deludenti a causa della scarsa qualità delle componenti elettriche ed elettroniche che costrinsero più volte il pilota italiano a ritirarsi anche quando si trovava in testa alla gara. Il 25 settembre 1977 Giacomo Agostini vinse la sua ultima gara Iridata conquistando il GP conclusivo della Formula 750 sul circuito di Hockenheim, in sella alla Yamaha TZ 750.&lt;br /&gt;
A quel punto il campione italiano comunicò il proprio ritiro dal motomondiale annunciando l'intenzione di dedicarsi alle competizioni automobilistiche.&lt;br /&gt;
Sponsorizzato quindi dall'industria del tabacco Marlboro che aveva finanziato le due ultime stagioni in moto, Giacomo Agostini partecipò al campionato di Formula 2 del 1978 alla guida di una Chevron B42 motorizzata BMW per passare poi alla Formula 1 Aurora, nelle due stagioni successive, a bordo della Williams FW06. Per Agostini i risultati economici furono soddisfacenti ma non quelli sportivi che si limitarono a qualche podio. Al termine della stagione 1980, nella quale si classificò quinto, Agostini decise di ritirarsi definitivamente dalle competizioni.&lt;br /&gt;
Nel 1982 il pilota bresciano tornò al motomondiale come direttore sportivo del team Marlboro Yamaha, incarico che si protrasse per quattordici stagioni consecutive. Il suo team riuscì a racimolare il consistente bottino di 6 titoli mondiali in classe 500: tre titoli costruttori (1986, 1987, 1988) e tre titoli piloti (1984, 1986 e 1988), questi ultimi conquistati dal pupillo Eddie Lawson.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
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		<title>Agassi andre</title>
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		<updated>2016-05-23T08:01:52Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente3: Creata pagina con &amp;quot; AGASSI ANDRE   Andre Kirk Agassian è nato a Las Vegas il 29 aprile 1970. Il padre, Emmanuel ' Mike ' Agassian è di origini armene e si è trasferito a Las Vegas dopo aver p...&amp;quot;&lt;/p&gt;
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AGASSI ANDRE &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Andre Kirk Agassian è nato a Las Vegas il 29 aprile 1970. Il padre, Emmanuel ' Mike ' Agassian è di origini armene e si è trasferito a Las Vegas dopo aver partecipato alle Olimpiadi come pugile nel 1948 e nel 1952. Dopo essersi sposato con l' americana Elizabeth Dudley, ottenuta la cittadinanza americana decide di cambiare il suo cognome da Agassian ad Agassi. Mike Agassi era un grande appassionato di tennis e sognava per i suoi figli un futuro da campione di tennis. L'impresa però riuscì soltanto con il più piccolo dei figli, Andre Agassi, che già a due anni si cimentava a giocare a tennis. All' età di 14 anni Andre lascia Las Vegas e si trasferisce in Florida dove frequenta (grazie alle conoscenze del padre con giocatori quali Jimmy Connors) la scuola di tennis di Nick Bollettieri. Andre però non vive con felicità gli anni trascorsi nella scuola di tennis e a causa della rigidità del padre e della scuola stessa cresce sempre piùcon uno spirito ribelle. Per provocare il padre indossava jeans strappati e, conoscendo l'ostilità del padre nei confronti degli omosessuali, spesso si dipingeva le unghie con dello smalto rosa per farlo infuriare.&lt;br /&gt;
Dopo aver trascorso un anno nella scuola di tennis mostrando molto disinteresse, alla domanda dell'allenatore che gli chiese cosa volesse fare della sua vita, il giovane Andre rispose: “Voglio andarmene da qui e diventare un tennista professionista”, dopo di che lasciò la scuola di tennis.&lt;br /&gt;
Nel 1986, a 16 anni, Agassi entra a far parte del tennis che conta partecipando al suo primo torneo professionistico a La Quinta (California) senza riuscire però a vincerlo. Alla fine di dell' anno però occupava la posizione 91 nel ranking mondiale.&lt;br /&gt;
Nel 1987 Andre vince il suo primo torneo da professionista e il suo primo torneo di alto livello in Brasile perdendo però la finale nel torneo ATP di Seoul. Chiude l'anno al 25esimo posto nel ranking mondiale.&lt;br /&gt;
Nel 1988 vince sei tornei e a dicembre dello stesso anno raggiunge il traguardo del milione di dollari in premi accumulati partecipando a solo 43 tornei. In questo anno entra nella top 10 del ranking ATP e si costruisce un' immagine di giovane ribelle con un look caraterrizzato da divise di colori sgargianti e portando i capelli lunghi diventa l'idolo di tutti i giovani appassionati di tennis.&lt;br /&gt;
Nel 1990 Agassi raggiunge la finale del Roland Garros ma viene sconfitto però da Andres Gomez e all'Us Open da Pete Sampras in uno dei primissimi incontri di una sfida che durerà per più di un decennio. A fine anno vince l' ATP World Champioship di francoforte.&lt;br /&gt;
Gli anni migliori della carriera di Andre Agassi sono quelli tra il 1992 e il 1996.&lt;br /&gt;
Nel 1992 a Wimbledon vince in semifinale contro il 3 volte iridato Mcenroe e in finale sconfigge al quinto set Goran Ivanisevic.&lt;br /&gt;
Il 1993 a causa di un infortunio al posto non è un anno molto prolifico per Agassi così come il 1994.&lt;br /&gt;
Il 1995 è l'anno migliore: vince 7 titoli .&lt;br /&gt;
Ad inizio stagione partecipa al primo Australian Open della sua carriera, si presenta con la testa rasata (in aperto contrasto con l'immagine popolare che continuava a vederlo &amp;quot;capellone e ribelle&amp;quot;) e riesce a vincere il suo terzo titolo nel Grande Slam battendo in finale l'eterno rivale Pete Sampras (i due si incontreranno 5 volte in stagione, con 3 vittorie di Andre). Si aggiudica inoltre i Master Series di Cincinnati, Key Biscayne e Toronto, poi arriva in finale all'US Open in cui però viene nuovamente battuto da Sampras. Partecipa con la squadra statunitense alla Coppa Davis, giocando un ruolo decisivo nella conquista della coppa da parte degli americani. A fine anno ha un ruolino di marcia costituito da 72 vittorie e 10 sconfitte, e durante la stagione ha infilato una striscia di 26 vittorie consecutive (suo record personale). Il 10 aprile di quell'anno diventa il 12° giocatore nella storia dell'ATP a diventare numero 1, conserverà lo scettro per 30 settimane prima di cederlo a Sampras, riconquistarlo per altre due settimane e cederlo a Thomas Muster.&lt;br /&gt;
Nel 1996 nonostante Agassi sia uno dei giocatori più attesi dal pubblico la sua stagione risulterà abbastanza deludente infatti non raggiungerà nessuna finale del Grande Slam.Il 28 giugno dello stesso anno però ai giochi olimpici di Atlanta si aggiudica la medaglia d' oro vincendo il match contro lo spagnolo Sergi Bruguera.&lt;br /&gt;
Nel 1997 Agassi raggiunge il punto più basso della sua carriera.In questo periodo sposa la modella e attrice Shields Brooke e si dedica particolarmente alla vita mondana tralasciando i suoi impegni tennistici anche a causa dell'infortunio al polso che si fa risetire. Il suo posto nel ranking ATP scende clamorosamente al 141° posto risalendo al termine della stagione al 122° posto.&lt;br /&gt;
Il 1998 è l'anno della risalita. Agassi in crisi con la moglie decide di concentrarsi solo sul tennis,cambiando completamente il suo atteggiamento ribelle(riconquistando l'amore del pubblico),risalendo in un solo anno al 6° posto del ranking ATP aggiudicandosi ben 5 tornei importanti e arrivando in finale nel Master Series di Key Biscayne e nella Grande Slam cup. &lt;br /&gt;
Il 1999 vede il ritorno definitvo di Agassi tra i grandi nomi del tennis mondiale. Agli Australian Open viene eliminato al quarto turno, in aprile vince agevolmente il torneo di Hong Kong presentandosi in gran forma all'Open di Francia. Al termine di un'incredibile rimonta in finale contro Andrei Medvedev, vince il Roland Garros, diventando il quinto giocatore della storia a vincere almeno uno di ciascuno dei tornei dello Slam. Sempre nel 1999 arriva in finale anche a Wimbledon, venendo sconfitto in 3 set da Sampras. A luglio ritorna per 3 settimane N.1 del mondo. Meno di due mesi dopo Wimbledon Agassi conquista per la seconda volta in carriera l'US Open battendo Todd Martin in finale e conquistando nuovamente lo scettro di N.1 del mondo, mantenuto nonostante la sconfitta in finale contro Sampras nella Masters Cup; conserverà il titolo di N.1 anche nel 2000 per un totale di 52 settimane.&lt;br /&gt;
Nel 2000  Agassi centra la quarta finale consecutiva nel Grande Slam: dopo aver superato Sampras in semifinale sconfigge Yevgeny Kafelnikov nella finale conquistando il suo secondo Australian Open. Durante l'anno viene eliminato al secondo turno al Roland Garros, raggiunge la semifinale a Wimbledon e poi nuovamente viene eliminato al secondo round all'US Open. A fine stagione perde per il secondo anno consecutivo la finale della Masters Cup, cedendo così lo scettro di N.1 del mondo. Complessivamente il 2000  è stato sotto le attese, dopo il grande exploit in Australia Agassi non è riuscito ad aggiudicarsi nessun torneo, pur piazzandosi abbastanza bene in tutte le competizioni importanti.&lt;br /&gt;
Nel 2001  vince nuovamente gli Australian Open, infilando poi la doppietta nei Master Series di Indian Wells (in finale su Sampras) e Key Biscayne, impreziosite a luglio da un nuovo successo su Sampras nella finale del torneo di Los Angeles. In questa stagione raggiunge la semifinale a Wimbledon e i quarti di finale negli altri due slam.&lt;br /&gt;
Il 2002  comincia con una brutta notizia, Andre non può difendere il suo titolo a Melbourne a causa di un infortunio. Durante la stagione vince i master series di Key Biscayne, Roma e Madrid e nella finale dell'US Open incontra per la 34esima e ultima volta il rivale di sempre Sampras, venendo sconfitto in 4 set (bilancio finale 20-14 per Sampras).&lt;br /&gt;
Nel 2003  Agassi vince il suo ottavo ed ultimo titolo del Grande Slam agli Australian Open . In marzo vince per la terza volta consecutiva (e sesta in carriera) il titolo Master series di Key Biscayne, stabilendo il record di 18 successi consecutivi nella competizione (battendo il precedente record di Sampras che tra il 1993 e il 1995 si fermò a 17, l'anno successivo vincerà i primi due incontri portando il record a 20). Il 28 aprile 2003 raggiunge per l'ennesiva volta la posizione di N.1 del mondo, diventando il giocatore più anziano a raggiungere tale traguardo (33 anni e 13 giorni), conserverà il record per due settimane. Riconquisterà il trono nuovamente il 16 giugno 2003 conservandolo per altre 12 settimane (portando il suo totale a 101). A causa di un infortunio è costretto a saltare alcuni importanti tornei e cederà lo scettro di N.1. Nella Masters Cup di fine anno arriva in finale, ma viene sconfitto da Federer, a fine anno è N.4 del mondo.&lt;br /&gt;
Nel 2004 il 34enne Agassi dimostra di poter ancora vincere titoli ad alto livello conquistando il Master series di Cincinnati. Con questa vittoria Agassi stabilisce il record (tuttora insuperato) di 17 Master series vinti, inoltre durante la sua carriera Andre ha vinto almeno una volta 7 dei 9 tornei del circuito MS. Durante l'anno Agassi diventa il sesto giocatore dell'era Open ad aver raggiunto le 800 vittorie. Termina l'anno al N.8 del ranking mondiale.&lt;br /&gt;
Nel  viene 2005 eliminato nei quarti di finale all' Australian Open dal nuovo re del tennis mondiale: Roger Federer . Nei tornei successivi Agassi riesce sempre ad essere competitivo ma non riesce ad aggiudicarsi nessun titolo. In seguito ad un infortunio si presenta all'Open di Francia in condizioni precarie e viene eliminato al primo turno. Dopo la delusione parigina vince per la quarta volta in carriera il torneo di Los Angeles e raggiunge la finale al Canada Masters. All' US Open  contro ogni previsione riesce incredibilmente ad arrivare fino in finale, nonostante la sconfitta per Agassi è un grande successo e un trionfo di pubblico. Dopo l'exploit di New York si infortuna seriamente all'anca (al punto da non riuscire a camminare), ma rientra in tempo per la Tennis Masters Cup  in cui però non riesce ad essere competitivo (si ritirerà prima della fine della competizione), finisce l'anno al N.7 del mondo.&lt;br /&gt;
Nel corso del 2006 annuncia il suo ritiro dopo il torneo che aveva sempre più sentito, l' US Open . Nel torneo perde al terzo turno giocando sull' Arthur Ashe Stadium il 3 settembre, contro il giovane tennista tedesco Benjamin Becker in quattro set. Una standing ovation lunga molti minuti saluta l'uomo che forse più di tutti ha dato e ricevuto dal tennis.&lt;br /&gt;
Ad Andre Agassi viene attribuita la frase &amp;quot;credere in me stesso mi fa vincere&amp;quot;. Agassi è l'unico giocatore della storia del Tennis maschile ad aver vinto almeno una volta: tutti e 4 i tornei dello Slam, il Tennis Master Cup, la Coppa Davis e la medaglia d'oro in singolare ai Giochi olimpici, inoltre detiene il record per essere stato il più vecchio numero uno al mondo, posizione che ha occupato l' ultima volta nella sua carriera a 33 anni compiuti.&lt;br /&gt;
Andre Agassi, sin da giovanissimo, ha dimostrato di avere una forte personalità e di non aver paura ad esibirla: indossava abiti colorati in campo quando a nessuno veniva in mente di vestire un colore che non fosse il bianco, portava capelli lunghi e orecchini, diventò un autentico divo grazie al suo look ribelle.A causa di questo suo gusto particolare nell'abbigliamento diserterà per i primi anni della carriera il torneo di Wimbledon e l'Australian Open (all'epoca era obbligatorio il bianco in entrambe le competizioni, oggi solo a Wimbledon), poichè giudicati troppo retrogradi. Era uno sportivo differente, originale di natura, schivo e riservato ma allo stesso tempo mondano nelle frequentazioni. Forse è proprio per questo che nei primi anni Novanta accettò di girare uno spot per la Canon che recitava &amp;quot;L'immagine è tutto&amp;quot;, slogan che gli venne appiccicato addosso e per cui ancora oggi viene ricordato.&lt;br /&gt;
Quella però fu una fase: ne seguì un'altra, caratterizzata da una serie di insuccessi sportivi che lo portarono a essere il numero 141 del mondo; Agassi era fuori forma e veniva ormai considerato da tutti un giocatore finito, nonostante avesse solo 27 anni. L'annullamento del matrimonio è questo il momento in cui Agassi riuscì a tornare in perfetta forma sui campi da tennis e a intraprendere una seconda carriera, caratterizzata da tre finali dello slam nello stesso anno, proprio il 1999. Un Agassi rinnovato, apparentemente più conformista, che recupera le magliette bianche, la concentrazione, la determinazione e la sua consueta rapidità nei cambi di campo. Stupisce, perché nelle conferenze stampa riesce a ricordare con incredibile esattezza ogni punto giocato contro l'avversario. Alcuni credono che questo picco nella carriera di Agassi sia stato propiziato dal matrimonio con Steffi Graf , sua compagna da allora, che gli ha dato due bambini, Jaden Gil e Jaz Elle.&lt;br /&gt;
Agassi ha recentemente affermato che non si sente più la stessa persona che anni fa affermava &amp;quot;l'immagine è tutto&amp;quot;: oggi è padre, marito, tennista e uno degli sportivi più rispettati e amati nel mondo. Forse anche perché è riuscito a reinventarsi e a diventare ciò che da lui nessuno si sarebbe mai aspettato.&lt;br /&gt;
Sin da piccolissimo, Agassi mostrava l'attitudine a seguire la palla soltanto con gli occhi, senza muovere il capo, segno di eccezionali riflessi e fondamento per quella che si sarebbe rivelata la sua arma più devastante,la risposta d'anticipo,il risultato è un colpo di velocità e imprevedibilità impressionanti che, la maggior parte delle volte lascia fermo il giocatore.&lt;br /&gt;
Il miglior colpo di Agassi è la risposta, definita la migliore di tutti i tempi e in grado di rimettere in gioco anche uno dei servizi più potenti mai eseguiti: dotato di una grande capacità di anticipo. Ha un servizio potente che però non utilizza per raggiungere l'ace puro, ma per aprirsi il campo ed effettuare il colpo definitivo. Il rovescio è bimane ed estremamente efficace, specie in lungolinea; lo stesso vale per il dritto, con cui predilige anche traiettorie anomale.&lt;br /&gt;
Dotato di un eccellente coordinazione e velocità, quando Agassi imprime i suoi ritmi di gioco e mette i piedi dentro al campo crea le condizioni ideali per esprimere il suo tennis. Il suo punto debole è da sempre il gioco di rete:  utilizza la volée solamente come colpo definitivo a punto quasi ottenuto e tradisce sempre la mancanza di senso di posizione. Quando gli fu chiesto come mai non provasse interesse a migliorare quella parte del suo gioco, semplicemente rispose che non ne aveva bisogno perché vinceva comunque.&lt;br /&gt;
Dopo aver lasciato il tennis Agassi si è dedicato a missioni umanitarie con la realizzazione di varie fondazioni a scopo benefico come la “ Andre Agassi Charitable Fundation “ e l' “ Andre Agassi College Preparatory Academy ” aiutando i bambini meno fortunati per far sì che anche loro possano sperare in un futuro come tutti gli altri e dando loro l'istruzione adeguata per poter crescere al pari di tutti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bibliografia :&lt;br /&gt;
Alexandre de Chambure, 2007, “ Andre Agassi: attraverso gli occhi di un fan”.&lt;br /&gt;
Robert Philip, 1995, “Agassi: The fall and rise of the Enfant terrible of tennis”. &lt;br /&gt;
Jeff Savage, 1997, “Andre Agassi: raggiungere il top ancora una volta”&lt;br /&gt;
Alcune notizie sono state prese da siti internet dedicati ad Andre Agassi.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente3</name></author>
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