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	<title>Wikisport - Contributi dell'utente [it]</title>
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	<subtitle>Contributi dell'utente</subtitle>
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		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=MARQUEZ_MARC&amp;diff=347</id>
		<title>MARQUEZ MARC</title>
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		<updated>2016-05-23T10:52:18Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Marc Márquez Alentà (Conosciuto solo come Marc Marquez) nasce a Cervera (Spagna) il 17 febbraio del 1993. Riceve la sua prima moto, come regalo dai genitori Roser e Julià, all'età di quattro anni, nutrendo già a quell'età una passione per questo genere di sport. Ha un fratello minore di nome Alex,che pratica anch'egli motociclismo, laureatosi campione della classe cadetta ( Moto3,ex 125 ) nel 2014. Inizialmente si dedica al motocross e alle minimoto, per poi passare alle corse su circuito. Nel 2002 partecipa alla sua prima vera e propria competizione, il campionato di Catalogna, arrivando terzo nella classifica finale. Negli anni successivi compete e vince nella categoria Open Racc 50, dove conosce il suo futuro manager Emilio Alzamora (campione del mondo della 125 nel 1999) che gli servirà come trampolino di lancio per correre nella classe 125 del CEV, il campionato di motociclismo spagnolo di livello nazionale per eccellenza. &amp;lt;br /&amp;gt; Nel 2008, dopo aver fatto notare il suo talento al mondo intero e grazie all'aiuto del suo manager Emilio Alzamora, stipula il suo primo contratto che lo porterà a correre nel campionato mondiale della classe 125. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
GLI ANNI DELLA 125 &amp;lt;BR /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Esordisce nella classe 125 del motomondiale nel 2008, in sella a una KTM 125 FRR del team Repsol KTM 125cc, terminando la stagione al 13° posto costretto a saltare vari gran premi a causa di infortuni. Nel 2009 cambia scuderia passando al team Red Bull KTM moto sport, terminando la stagione all'8°posto. L'anno della svolta è il 2010, dove passa in sella a una Derbi RSA 125 del team Red Bull Ajo Motorsport. Ottiene 10 vittorie, 2 terzi posti e 12 pole position, risultati che lo porteranno a vincere il suo primo titolo mondiale. &lt;br /&gt;
GLI ANNI DELLA MOTO2&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 2011 passa in moto2, con il team CatalunyaCaixa Repsol a bordo di una Suter. Dopo aver raccolto zero punti nelle prime tre gare conquista 7 vittorie, 3 secondi posti e 1 terzo posto. Costretto a saltare due gran premi a causa di dolori e problemi di vista causati da una brutta caduta in Malesia, termina la stagione al 2° posto lasciando vincere il titolo a Stefan Bradl. Si riscatta subito l'anno successivo. Nel 2012, infatti, conquista 9 vittorie, 3 secondi posti e 2 terzi posti, che lo porteranno a vincere il campionato mondiale della Moto2, secondo titolo mondiale del pilota. Da notare la vittoria a Valencia, ottenuta partendo dall'ultima posizione della griglia di partenza a causa di una penalità.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
MOTOGP&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il 12 luglio 2012 , viene ufficializzato il salto di categoria in MotoGP per la stagione 2013, in sella a una Honda Factory del team ufficiale Repsol Honda. Comincia così la legenda di Marc Marquez. Al secondo appuntamento del motomondiale,nel Gran Premio delle Americhe, a soli 20 anni,5 mesi e 3 giorni, diventa il pilota più giovane di sempre a partire dalla pole position nella classe regina. E nel medesimo gran premio diventa anche il più giovane pilota di sempre a vincere una gara nella classe regina (Entrambi i record appartenevano a Freddie Spencer). A termine della stagione con 6 vittorie, 6 secondi posti e 4 terzi posti, si laurea campione del mondo della classe regina nell'anno di debutto (impresa riuscita solo a Kenny Roberts nel 1978), diventando il campione più giovane di sempre  battendo ancora una volta il record detenuto da Freddie Spencer. Il 2014, forte del titolo di campione, parte subito alla grande: a partire dal Qatar (Primo Gran Premio della stagione) ottiene 10 vittorie di fila. Il suo dominio verrà interrotto solo all'11° Gran Premio da Daniel Pedrosa ( termina 4° a causa di presunti problemi tecnici). Tornerà alla vittoria nella gara successiva, per poi digiunare per quattro Gran Premi. Vince anche le ultime due gare della stagione stabilendo il nuovo record di vittorie in una stagione (13). Vittorie che lo porteranno a vincere il suo secondo titolo della MotoGP (4° titolo mondiale). In questa stagione Marc, al di là di un coriaceo Valentino Rossi (2° nella classifica finale), non ha trovato un vero e proprio rivale in grado di metterlo in difficoltà, a prova dello strapotere ottenuto dall'insieme di una moto perfetta,la Honda, e un pilota dal talento immenso. &lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da:   Wikipedia,l'enciclopedia libera.  http://it.wikipedia.org/wiki/Marc_Márquez&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
RISULTATI NEL MOTOMONDIALE&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
2008	Classe	Moto	Punti	Posizione&lt;br /&gt;
	125	KTM	63	13°&lt;br /&gt;
2009	Classe	Moto	Punti	Posizione&lt;br /&gt;
	125	KTM	94	8°&lt;br /&gt;
2010	Classe	Moto	Punti	Posizione&lt;br /&gt;
	125	DERBI	310	1°&lt;br /&gt;
2011	Classe	Moto	Punti	Posizione&lt;br /&gt;
	Moto2	SUTER	251	2°&lt;br /&gt;
2012	Classe	Moto	Punti	Posizione&lt;br /&gt;
	Moto2	SUTER	328	1°&lt;br /&gt;
2013	Classe	Moto	Punti	Posizione&lt;br /&gt;
	MotoGP	HONDA	334	1°&lt;br /&gt;
2014	Classe	Moto	Punti	Posizione&lt;br /&gt;
	MotoGP	HONDA	362	1°&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da:   Wikipedia,l'enciclopedia libera.  http://it.wikipedia.org/wiki/Marc_Márquez&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=MANCINI_ROBERTO.&amp;diff=338</id>
		<title>MANCINI ROBERTO.</title>
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		<updated>2016-05-23T10:44:07Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;È considerato tra i più grandi numeri dieci di tutti i tempi. Ha giocato come seconda punta, prima punta, dietro le punte e, come nelle ultime stagioni italiane, come centrocampista puro. La classe cristallina, una non comune visione di gioco oltre che 20 anni da protagonista assoluto della serie A, lo collocano tra gli indimenticabili del nostro calcio. E’ stato un fuoriclasse il che significa avere calcio dentro, pensarlo in modo categorico e personale, avere la capacità di vederlo dove gli altri vedono solo spazi vuoti. Attaccante di fantasia, dotato di una buona tecnica che gli consentiva belle giocate sia come uomo-assist che come realizzatore, è sempre stato un leader carismatico in campo: per la sua influenza sui compagni, per la sua personalità nei confronti degli avversari e per il suo rapporto con gli arbitri.&amp;lt;br  /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Roberto Mancini nasce a Jesi (Ancona) il 27 novembre 1964. La sua carriera inizia nel settore giovanile del Bologna dove gli viene naturale collocarsi fra centrocampisti ed attaccanti. Per tutta la trafila fino agli allievi gioca nel ruolo del trequartista. Un ruolo che reputa stupendo perché gli permetteva di essere sempre nel vivo del gioco, iniziare l’azione, mandare in gol gli altri o andare a rete direttamente. Esordisce in Serie A nelle file del Bologna il 12 settembre 1981, all'età di 16 anni. Durante il suo primo campionato di serie A mette a segno sorprendentemente 9 gol, nonostante la squadra retrocede in Serie B per la prima volta nella sua storia. L'anno successivo, per una grande intuizione del presidente Paolo Mantovani, si trasferisce alla Sampdoria che lo paga 4 miliardi di lire cifra importante per quel periodo, dove resterà fino al 1997. Nella Sampdoria forma una delle coppie d'attacco più valide d'Italia in quegli anni, insieme al compagno Gianluca Vialli (i due venivano chiamati &amp;quot;I gemelli del gol&amp;quot;). A Genova vince uno scudetto nel 1991, 4 Coppe Italia (1985, 1988, 1989 e 1994), 1 Super coppa di Lega (grazie a una sua rete) ed una Coppa delle Coppe, nel 1990 Roberto Mancini disputa, per l'unica volta nella sua carriera di calciatore, la finale di Coppa dei Campioni. La Sampdoria viene sconfitta ai tempi supplementari dal Barcellona.&lt;br /&gt;
&amp;lt;br /&amp;gt; &lt;br /&gt;
Nel 1997 per via di un non facile rapporto con l'allora presidente blucerchiato Enrico Mantovani passa alla Lazio. L'arrivo di Mancini, insieme all’allenatore svedese Eriksson, coincide con l'apertura di un ciclo di vittorie per la squadra del presidente Sergio Cragnotti. Con la Lazio vince lo scudetto nel 1999-2000 (stagione in cui il club compie 100 anni), l'ultima edizione della Coppa delle Coppe (1999), una Super coppa europea battendo i Campioni d'Europa del Manchester United (1999), due Coppe Italia (1998 e 2000) e una Super coppa di Lega (1998). &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nonostante i successi a livello di club, Roberto Mancini non è mai riuscito a sfondare in Nazionale: i rapporti con allenatori e stampa, fra l'altro, sono sempre stati poco sereni (emblematica la sua rabbia rivolta alla tribuna stampa, polemica nei suoi confronti, dopo aver segnato un gol alla Germania negli Europei del 1988). In Nazionale ha collezionato 36 presenze e 4 gol. Quanto fosse difficile da gestire il giovane Mancini lo capì subito anche Bearzot. Che, dopo averlo preso in considerazione per i Mondiali dell'82 (Mancio faceva parte della rosa dei quaranta), lo fece esordire durante la tournée americana del maggio 1984. Un tempo contro il Canada, un tempo contro gli Stati Uniti, a New York. La sera, Mancini, con Tardelli e Gentile, abbandona il ritiro per tuffarsi nella Grande Mela. In merito a questo episodio Mancini dichiara “Andammo allo Studio 54 e in altri locali alla moda. Avevo vent'anni e vedevo l'America per la prima volta. Il giorno dopo saremmo tornati a casa e insomma pensai che un giro per il centro non avrebbe fatto male a nessuno. Ma Bearzot non la prese altrettanto bene: ero l'ultimo arrivato e forse da me si aspettava il rispetto delle regole più elementari. Il giorno dopo mi fece una scenata e se ne andò con queste parole: &amp;quot;Tu con me hai chiuso &amp;quot;. Testuale. Fu proprio così: non mi richiamò mai più in Nazionale. Con una telefonata magari avrei sistemato tutto, ma allora mi rodeva il pensiero di essere stato l'unico a pagare». Mancini giocherà la sua terza partita in Nazionale solo nel 1986 quando Vicini prenderà il posto di Bearzot. Nel frattempo si era guadagnato il ritorno in azzurro guidando la fantastica Under 21 di Azeglio in un sontuoso campionato europeo chiuso a un passo dal trionfo. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Disputa la sua ultima partita (541 presenze tutte in serie A) contro la Reggina proprio nel giorno del secondo scudetto biancoceleste il 14 maggio 2000 un suo compagno di squadra lo porta a spalla sotto la curva Nord per celebrarne l’addio al calcio giocato.&lt;br /&gt;
La carriera di allenatore inizia nel 2000 come vice di Sven Göran Eriksson alla Lazio. Nel gennaio 2001 firma però un contratto di prova per un mese con il Leicester City (Inghilterra), dove partecipa come giocatore a 5 partite. &lt;br /&gt;
Roberto Mancini è sempre stato un numero dieci, prima in campo e adesso in panchina. Per Boskov ed Eriksson, con i quali ha vinto due scudetti, era un inimitabile fuoriclasse e un allenatore in seconda. La sua carriera da “primo” inizia a Firenze, dove, nel febbraio 2001  viene ingaggiato dalla Fiorentina a stagione in corso. L'ingaggio suscita molte polemiche tra gli addetti ai lavori perché Mancini non è ancora in possesso del patentino di allenatore necessario per allenare in Serie A. Con la Fiorentina vince subito una Coppa Italia. Nel gennaio del 2002, dopo 17 partite, si dimette da allenatore della Fiorentina (che poi retrocederà e fallirà) dopo che alcuni tifosi viola lo minacciano accusandolo di scarso impegno. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 2002/2003 torna alla Lazio dove ottiene buoni risultati, vince la Coppa Italia nella stagione 2003/2004, ma viene eliminato dalla coppa Uefa in semifinale dal Porto di José Mourinho, che alla fine dell'anno vincerà la competizione.&lt;br /&gt;
Nell'estate 2004 lascia il club capitolino per approdare all'Inter di Massimo Moratti. Con i nerazzurri vince due volte la Coppa Italia, due volte la Supercoppa Italiana, due scudetti ( uno assegnato all’Inter inseguito alle vicende connesse a “Calciopoli”). Al termine della stagione 2008 lascia l’Inter, al suo posto subentra il tecnico portoghese José Mourinho. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
In carriera Roberto Mancini ha vinto 10 volte la Coppa Italia - 4 volte da allenatore e 6 volte da calciatore - stabilendo un primato. Con le sue 120 presenze è anche il giocatore con più presenze in assoluto nella competizione. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Alla fine del 2009 firma un contratto triennale con la squadra inglese del Manchester City, che lo ingaggia per sostituire l'esonerato Mark Hughes. Durante l'anno precedente il ventenne figlio Filippo Mancini aveva giocato nel Manchester City, ceduto in prestito dalle giovanili dell'Inter. Nel mese di maggio, all'ultima giornata, Roberto Mancini porta il Manchester City a vincere la Premier League inglese. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel mese di novembre l'Inter del nuovo presidente Thohir esonera Walter Mazzarri e chiama Roberto Mancini in sua sostituzione.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Bibliografia e sitografia&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
[http://storiedicalcio.altervista.org/ storie di calcio]&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
[http://www.gazzetta.it/ La gazzetta dello sport]&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
“This is football, Roberto Mancini&amp;quot; - di Alberto Dalla Palma e Paolo Franci - Aliberti Editore&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
[https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Mancini Wikipedia]&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
[http://www.tiscali.it/ tiscali]&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
[http://www.treccani.it/ treccani]&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
tesi di fine studio del Corso Master 2000/2001 per l’abilitazione ad allenatore professionista&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=MANCINI_ROBERTO.&amp;diff=330</id>
		<title>MANCINI ROBERTO.</title>
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		<updated>2016-05-23T10:39:15Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;È considerato tra i più grandi numeri dieci di tutti i tempi. Ha giocato come seconda punta, prima punta, dietro le punte e, come nelle ultime stagioni italiane, come centrocampista puro. La classe cristallina, una non comune visione di gioco oltre che 20 anni da protagonista assoluto della serie A, lo collocano tra gli indimenticabili del nostro calcio. E’ stato un fuoriclasse il che significa avere calcio dentro, pensarlo in modo categorico e personale, avere la capacità di vederlo dove gli altri vedono solo spazi vuoti. Attaccante di fantasia, dotato di una buona tecnica che gli consentiva belle giocate sia come uomo-assist che come realizzatore, è sempre stato un leader carismatico in campo: per la sua influenza sui compagni, per la sua personalità nei confronti degli avversari e per il suo rapporto con gli arbitri.&amp;lt;br  /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Roberto Mancini nasce a Jesi (Ancona) il 27 novembre 1964. La sua carriera inizia nel settore giovanile del Bologna dove gli viene naturale collocarsi fra centrocampisti ed attaccanti. Per tutta la trafila fino agli allievi gioca nel ruolo del trequartista. Un ruolo che reputa stupendo perché gli permetteva di essere sempre nel vivo del gioco, iniziare l’azione, mandare in gol gli altri o andare a rete direttamente. Esordisce in Serie A nelle file del Bologna il 12 settembre 1981, all'età di 16 anni. Durante il suo primo campionato di serie A mette a segno sorprendentemente 9 gol, nonostante la squadra retrocede in Serie B per la prima volta nella sua storia. L'anno successivo, per una grande intuizione del presidente Paolo Mantovani, si trasferisce alla Sampdoria che lo paga 4 miliardi di lire cifra importante per quel periodo, dove resterà fino al 1997. Nella Sampdoria forma una delle coppie d'attacco più valide d'Italia in quegli anni, insieme al compagno Gianluca Vialli (i due venivano chiamati &amp;quot;I gemelli del gol&amp;quot;). A Genova vince uno scudetto nel 1991, 4 Coppe Italia (1985, 1988, 1989 e 1994), 1 Super coppa di Lega (grazie a una sua rete) ed una Coppa delle Coppe, nel 1990 Roberto Mancini disputa, per l'unica volta nella sua carriera di calciatore, la finale di Coppa dei Campioni. La Sampdoria viene sconfitta ai tempi supplementari dal Barcellona.&lt;br /&gt;
&amp;lt;br /&amp;gt; &lt;br /&gt;
Nel 1997 per via di un non facile rapporto con l'allora presidente blucerchiato Enrico Mantovani passa alla Lazio. L'arrivo di Mancini, insieme all’allenatore svedese Eriksson, coincide con l'apertura di un ciclo di vittorie per la squadra del presidente Sergio Cragnotti. Con la Lazio vince lo scudetto nel 1999-2000 (stagione in cui il club compie 100 anni), l'ultima edizione della Coppa delle Coppe (1999), una Super coppa europea battendo i Campioni d'Europa del Manchester United (1999), due Coppe Italia (1998 e 2000) e una Super coppa di Lega (1998). &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nonostante i successi a livello di club, Roberto Mancini non è mai riuscito a sfondare in Nazionale: i rapporti con allenatori e stampa, fra l'altro, sono sempre stati poco sereni (emblematica la sua rabbia rivolta alla tribuna stampa, polemica nei suoi confronti, dopo aver segnato un gol alla Germania negli Europei del 1988). In Nazionale ha collezionato 36 presenze e 4 gol. Quanto fosse difficile da gestire il giovane Mancini lo capì subito anche Bearzot. Che, dopo averlo preso in considerazione per i Mondiali dell'82 (Mancio faceva parte della rosa dei quaranta), lo fece esordire durante la tournée americana del maggio 1984. Un tempo contro il Canada, un tempo contro gli Stati Uniti, a New York. La sera, Mancini, con Tardelli e Gentile, abbandona il ritiro per tuffarsi nella Grande Mela. In merito a questo episodio Mancini dichiara “Andammo allo Studio 54 e in altri locali alla moda. Avevo vent'anni e vedevo l'America per la prima volta. Il giorno dopo saremmo tornati a casa e insomma pensai che un giro per il centro non avrebbe fatto male a nessuno. Ma Bearzot non la prese altrettanto bene: ero l'ultimo arrivato e forse da me si aspettava il rispetto delle regole più elementari. Il giorno dopo mi fece una scenata e se ne andò con queste parole: &amp;quot;Tu con me hai chiuso &amp;quot;. Testuale. Fu proprio così: non mi richiamò mai più in Nazionale. Con una telefonata magari avrei sistemato tutto, ma allora mi rodeva il pensiero di essere stato l'unico a pagare». Mancini giocherà la sua terza partita in Nazionale solo nel 1986 quando Vicini prenderà il posto di Bearzot. Nel frattempo si era guadagnato il ritorno in azzurro guidando la fantastica Under 21 di Azeglio in un sontuoso campionato europeo chiuso a un passo dal trionfo. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Disputa la sua ultima partita (541 presenze tutte in serie A) contro la Reggina proprio nel giorno del secondo scudetto biancoceleste il 14 maggio 2000 un suo compagno di squadra lo porta a spalla sotto la curva Nord per celebrarne l’addio al calcio giocato.&lt;br /&gt;
La carriera di allenatore inizia nel 2000 come vice di Sven Göran Eriksson alla Lazio. Nel gennaio 2001 firma però un contratto di prova per un mese con il Leicester City (Inghilterra), dove partecipa come giocatore a 5 partite. &lt;br /&gt;
Roberto Mancini è sempre stato un numero dieci, prima in campo e adesso in panchina. Per Boskov ed Eriksson, con i quali ha vinto due scudetti, era un inimitabile fuoriclasse e un allenatore in seconda. La sua carriera da “primo” inizia a Firenze, dove, nel febbraio 2001  viene ingaggiato dalla Fiorentina a stagione in corso. L'ingaggio suscita molte polemiche tra gli addetti ai lavori perché Mancini non è ancora in possesso del patentino di allenatore necessario per allenare in Serie A. Con la Fiorentina vince subito una Coppa Italia. Nel gennaio del 2002, dopo 17 partite, si dimette da allenatore della Fiorentina (che poi retrocederà e fallirà) dopo che alcuni tifosi viola lo minacciano accusandolo di scarso impegno. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 2002/2003 torna alla Lazio dove ottiene buoni risultati, vince la Coppa Italia nella stagione 2003/2004, ma viene eliminato dalla coppa Uefa in semifinale dal Porto di José Mourinho, che alla fine dell'anno vincerà la competizione.&lt;br /&gt;
Nell'estate 2004 lascia il club capitolino per approdare all'Inter di Massimo Moratti. Con i nerazzurri vince due volte la Coppa Italia, due volte la Supercoppa Italiana, due scudetti ( uno assegnato all’Inter inseguito alle vicende connesse a “Calciopoli”). Al termine della stagione 2008 lascia l’Inter, al suo posto subentra il tecnico portoghese José Mourinho. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
In carriera Roberto Mancini ha vinto 10 volte la Coppa Italia - 4 volte da allenatore e 6 volte da calciatore - stabilendo un primato. Con le sue 120 presenze è anche il giocatore con più presenze in assoluto nella competizione. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Alla fine del 2009 firma un contratto triennale con la squadra inglese del Manchester City, che lo ingaggia per sostituire l'esonerato Mark Hughes. Durante l'anno precedente il ventenne figlio Filippo Mancini aveva giocato nel Manchester City, ceduto in prestito dalle giovanili dell'Inter. Nel mese di maggio, all'ultima giornata, Roberto Mancini porta il Manchester City a vincere la Premier League inglese. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel mese di novembre l'Inter del nuovo presidente Thohir esonera Walter Mazzarri e chiama Roberto Mancini in sua sostituzione.&lt;br /&gt;
Bibliografia e sitografia&lt;br /&gt;
www.storiedicalcio.org&lt;br /&gt;
www.lagazzettadellosport&lt;br /&gt;
“This is football, Roberto Mancini&amp;quot; - di Alberto Dalla Palma e Paolo Franci - Aliberti Editore&lt;br /&gt;
www.wikipedia.org&lt;br /&gt;
www.tiscali.it&lt;br /&gt;
www.treccani.it&lt;br /&gt;
tesi di fine studio del Corso Master 2000/2001 per l’abilitazione ad allenatore professionista&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
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		<title>MANCINI ROBERTO.</title>
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		<updated>2016-05-23T10:38:40Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;È considerato tra i più grandi numeri dieci di tutti i tempi. Ha giocato come seconda punta, prima punta, dietro le punte e, come nelle ultime stagioni italiane, come centrocampista puro. La classe cristallina, una non comune visione di gioco oltre che 20 anni da protagonista assoluto della serie A, lo collocano tra gli indimenticabili del nostro calcio. E’ stato un fuoriclasse il che significa avere calcio dentro, pensarlo in modo categorico e personale, avere la capacità di vederlo dove gli altri vedono solo spazi vuoti. Attaccante di fantasia, dotato di una buona tecnica che gli consentiva belle giocate sia come uomo-assist che come realizzatore, è sempre stato un leader carismatico in campo: per la sua influenza sui compagni, per la sua personalità nei confronti degli avversari e per il suo rapporto con gli arbitri.&amp;lt;br  /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Roberto Mancini nasce a Jesi (Ancona) il 27 novembre 1964. La sua carriera inizia nel settore giovanile del Bologna dove gli viene naturale collocarsi fra centrocampisti ed attaccanti. Per tutta la trafila fino agli allievi gioca nel ruolo del trequartista. Un ruolo che reputa stupendo perché gli permetteva di essere sempre nel vivo del gioco, iniziare l’azione, mandare in gol gli altri o andare a rete direttamente. Esordisce in Serie A nelle file del Bologna il 12 settembre 1981, all'età di 16 anni. Durante il suo primo campionato di serie A mette a segno sorprendentemente 9 gol, nonostante la squadra retrocede in Serie B per la prima volta nella sua storia. L'anno successivo, per una grande intuizione del presidente Paolo Mantovani, si trasferisce alla Sampdoria che lo paga 4 miliardi di lire cifra importante per quel periodo, dove resterà fino al 1997. Nella Sampdoria forma una delle coppie d'attacco più valide d'Italia in quegli anni, insieme al compagno Gianluca Vialli (i due venivano chiamati &amp;quot;I gemelli del gol&amp;quot;). A Genova vince uno scudetto nel 1991, 4 Coppe Italia (1985, 1988, 1989 e 1994), 1 Super coppa di Lega (grazie a una sua rete) ed una Coppa delle Coppe, nel 1990 Roberto Mancini disputa, per l'unica volta nella sua carriera di calciatore, la finale di Coppa dei Campioni. La Sampdoria viene sconfitta ai tempi supplementari dal Barcellona.&lt;br /&gt;
&amp;lt;br /&amp;gt; &lt;br /&gt;
Nel 1997 per via di un non facile rapporto con l'allora presidente blucerchiato Enrico Mantovani passa alla Lazio. L'arrivo di Mancini, insieme all’allenatore svedese Eriksson, coincide con l'apertura di un ciclo di vittorie per la squadra del presidente Sergio Cragnotti. Con la Lazio vince lo scudetto nel 1999-2000 (stagione in cui il club compie 100 anni), l'ultima edizione della Coppa delle Coppe (1999), una Super coppa europea battendo i Campioni d'Europa del Manchester United (1999), due Coppe Italia (1998 e 2000) e una Super coppa di Lega (1998). &lt;br /&gt;
Nonostante i successi a livello di club, Roberto Mancini non è mai riuscito a sfondare in Nazionale: i rapporti con allenatori e stampa, fra l'altro, sono sempre stati poco sereni (emblematica la sua rabbia rivolta alla tribuna stampa, polemica nei suoi confronti, dopo aver segnato un gol alla Germania negli Europei del 1988). In Nazionale ha collezionato 36 presenze e 4 gol. Quanto fosse difficile da gestire il giovane Mancini lo capì subito anche Bearzot. Che, dopo averlo preso in considerazione per i Mondiali dell'82 (Mancio faceva parte della rosa dei quaranta), lo fece esordire durante la tournée americana del maggio 1984. Un tempo contro il Canada, un tempo contro gli Stati Uniti, a New York. La sera, Mancini, con Tardelli e Gentile, abbandona il ritiro per tuffarsi nella Grande Mela. In merito a questo episodio Mancini dichiara “Andammo allo Studio 54 e in altri locali alla moda. Avevo vent'anni e vedevo l'America per la prima volta. Il giorno dopo saremmo tornati a casa e insomma pensai che un giro per il centro non avrebbe fatto male a nessuno. Ma Bearzot non la prese altrettanto bene: ero l'ultimo arrivato e forse da me si aspettava il rispetto delle regole più elementari. Il giorno dopo mi fece una scenata e se ne andò con queste parole: &amp;quot;Tu con me hai chiuso &amp;quot;. Testuale. Fu proprio così: non mi richiamò mai più in Nazionale. Con una telefonata magari avrei sistemato tutto, ma allora mi rodeva il pensiero di essere stato l'unico a pagare». Mancini giocherà la sua terza partita in Nazionale solo nel 1986 quando Vicini prenderà il posto di Bearzot. Nel frattempo si era guadagnato il ritorno in azzurro guidando la fantastica Under 21 di Azeglio in un sontuoso campionato europeo chiuso a un passo dal trionfo. &lt;br /&gt;
Disputa la sua ultima partita (541 presenze tutte in serie A) contro la Reggina proprio nel giorno del secondo scudetto biancoceleste il 14 maggio 2000 un suo compagno di squadra lo porta a spalla sotto la curva Nord per celebrarne l’addio al calcio giocato.&lt;br /&gt;
La carriera di allenatore inizia nel 2000 come vice di Sven Göran Eriksson alla Lazio. Nel gennaio 2001 firma però un contratto di prova per un mese con il Leicester City (Inghilterra), dove partecipa come giocatore a 5 partite. &lt;br /&gt;
Roberto Mancini è sempre stato un numero dieci, prima in campo e adesso in panchina. Per Boskov ed Eriksson, con i quali ha vinto due scudetti, era un inimitabile fuoriclasse e un allenatore in seconda. La sua carriera da “primo” inizia a Firenze, dove, nel febbraio 2001  viene ingaggiato dalla Fiorentina a stagione in corso. L'ingaggio suscita molte polemiche tra gli addetti ai lavori perché Mancini non è ancora in possesso del patentino di allenatore necessario per allenare in Serie A. Con la Fiorentina vince subito una Coppa Italia. Nel gennaio del 2002, dopo 17 partite, si dimette da allenatore della Fiorentina (che poi retrocederà e fallirà) dopo che alcuni tifosi viola lo minacciano accusandolo di scarso impegno. &lt;br /&gt;
Nel 2002/2003 torna alla Lazio dove ottiene buoni risultati, vince la Coppa Italia nella stagione 2003/2004, ma viene eliminato dalla coppa Uefa in semifinale dal Porto di José Mourinho, che alla fine dell'anno vincerà la competizione.&lt;br /&gt;
Nell'estate 2004 lascia il club capitolino per approdare all'Inter di Massimo Moratti. Con i nerazzurri vince due volte la Coppa Italia, due volte la Supercoppa Italiana, due scudetti ( uno assegnato all’Inter inseguito alle vicende connesse a “Calciopoli”). Al termine della stagione 2008 lascia l’Inter, al suo posto subentra il tecnico portoghese José Mourinho. &lt;br /&gt;
In carriera Roberto Mancini ha vinto 10 volte la Coppa Italia - 4 volte da allenatore e 6 volte da calciatore - stabilendo un primato. Con le sue 120 presenze è anche il giocatore con più presenze in assoluto nella competizione. &lt;br /&gt;
Alla fine del 2009 firma un contratto triennale con la squadra inglese del Manchester City, che lo ingaggia per sostituire l'esonerato Mark Hughes. Durante l'anno precedente il ventenne figlio Filippo Mancini aveva giocato nel Manchester City, ceduto in prestito dalle giovanili dell'Inter. Nel mese di maggio, all'ultima giornata, Roberto Mancini porta il Manchester City a vincere la Premier League inglese. &lt;br /&gt;
Nel mese di novembre l'Inter del nuovo presidente Thohir esonera Walter Mazzarri e chiama Roberto Mancini in sua sostituzione.&lt;br /&gt;
Bibliografia e sitografia&lt;br /&gt;
www.storiedicalcio.org&lt;br /&gt;
www.lagazzettadellosport&lt;br /&gt;
“This is football, Roberto Mancini&amp;quot; - di Alberto Dalla Palma e Paolo Franci - Aliberti Editore&lt;br /&gt;
www.wikipedia.org&lt;br /&gt;
www.tiscali.it&lt;br /&gt;
www.treccani.it&lt;br /&gt;
tesi di fine studio del Corso Master 2000/2001 per l’abilitazione ad allenatore professionista&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
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		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=MANCINI_ROBERTO.&amp;diff=328</id>
		<title>MANCINI ROBERTO.</title>
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		<updated>2016-05-23T10:38:17Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;È considerato tra i più grandi numeri dieci di tutti i tempi. Ha giocato come seconda punta, prima punta, dietro le punte e, come nelle ultime stagioni italiane, come centrocampista puro. La classe cristallina, una non comune visione di gioco oltre che 20 anni da protagonista assoluto della serie A, lo collocano tra gli indimenticabili del nostro calcio. E’ stato un fuoriclasse il che significa avere calcio dentro, pensarlo in modo categorico e personale, avere la capacità di vederlo dove gli altri vedono solo spazi vuoti. Attaccante di fantasia, dotato di una buona tecnica che gli consentiva belle giocate sia come uomo-assist che come realizzatore, è sempre stato un leader carismatico in campo: per la sua influenza sui compagni, per la sua personalità nei confronti degli avversari e per il suo rapporto con gli arbitri.&amp;lt;br  /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Roberto Mancini nasce a Jesi (Ancona) il 27 novembre 1964. La sua carriera inizia nel settore giovanile del Bologna dove gli viene naturale collocarsi fra centrocampisti ed attaccanti. Per tutta la trafila fino agli allievi gioca nel ruolo del trequartista. Un ruolo che reputa stupendo perché gli permetteva di essere sempre nel vivo del gioco, iniziare l’azione, mandare in gol gli altri o andare a rete direttamente. Esordisce in Serie A nelle file del Bologna il 12 settembre 1981, all'età di 16 anni. Durante il suo primo campionato di serie A mette a segno sorprendentemente 9 gol, nonostante la squadra retrocede in Serie B per la prima volta nella sua storia. L'anno successivo, per una grande intuizione del presidente Paolo Mantovani, si trasferisce alla Sampdoria che lo paga 4 miliardi di lire cifra importante per quel periodo, dove resterà fino al 1997. Nella Sampdoria forma una delle coppie d'attacco più valide d'Italia in quegli anni, insieme al compagno Gianluca Vialli (i due venivano chiamati &amp;quot;I gemelli del gol&amp;quot;). A Genova vince uno scudetto nel 1991, 4 Coppe Italia (1985, 1988, 1989 e 1994), 1 Super coppa di Lega (grazie a una sua rete) ed una Coppa delle Coppe, nel 1990 Roberto Mancini disputa, per l'unica volta nella sua carriera di calciatore, la finale di Coppa dei Campioni. La Sampdoria viene sconfitta ai tempi supplementari dal Barcellona. &lt;br /&gt;
Nel 1997 per via di un non facile rapporto con l'allora presidente blucerchiato Enrico Mantovani passa alla Lazio. L'arrivo di Mancini, insieme all’allenatore svedese Eriksson, coincide con l'apertura di un ciclo di vittorie per la squadra del presidente Sergio Cragnotti. Con la Lazio vince lo scudetto nel 1999-2000 (stagione in cui il club compie 100 anni), l'ultima edizione della Coppa delle Coppe (1999), una Super coppa europea battendo i Campioni d'Europa del Manchester United (1999), due Coppe Italia (1998 e 2000) e una Super coppa di Lega (1998). &lt;br /&gt;
Nonostante i successi a livello di club, Roberto Mancini non è mai riuscito a sfondare in Nazionale: i rapporti con allenatori e stampa, fra l'altro, sono sempre stati poco sereni (emblematica la sua rabbia rivolta alla tribuna stampa, polemica nei suoi confronti, dopo aver segnato un gol alla Germania negli Europei del 1988). In Nazionale ha collezionato 36 presenze e 4 gol. Quanto fosse difficile da gestire il giovane Mancini lo capì subito anche Bearzot. Che, dopo averlo preso in considerazione per i Mondiali dell'82 (Mancio faceva parte della rosa dei quaranta), lo fece esordire durante la tournée americana del maggio 1984. Un tempo contro il Canada, un tempo contro gli Stati Uniti, a New York. La sera, Mancini, con Tardelli e Gentile, abbandona il ritiro per tuffarsi nella Grande Mela. In merito a questo episodio Mancini dichiara “Andammo allo Studio 54 e in altri locali alla moda. Avevo vent'anni e vedevo l'America per la prima volta. Il giorno dopo saremmo tornati a casa e insomma pensai che un giro per il centro non avrebbe fatto male a nessuno. Ma Bearzot non la prese altrettanto bene: ero l'ultimo arrivato e forse da me si aspettava il rispetto delle regole più elementari. Il giorno dopo mi fece una scenata e se ne andò con queste parole: &amp;quot;Tu con me hai chiuso &amp;quot;. Testuale. Fu proprio così: non mi richiamò mai più in Nazionale. Con una telefonata magari avrei sistemato tutto, ma allora mi rodeva il pensiero di essere stato l'unico a pagare». Mancini giocherà la sua terza partita in Nazionale solo nel 1986 quando Vicini prenderà il posto di Bearzot. Nel frattempo si era guadagnato il ritorno in azzurro guidando la fantastica Under 21 di Azeglio in un sontuoso campionato europeo chiuso a un passo dal trionfo. &lt;br /&gt;
Disputa la sua ultima partita (541 presenze tutte in serie A) contro la Reggina proprio nel giorno del secondo scudetto biancoceleste il 14 maggio 2000 un suo compagno di squadra lo porta a spalla sotto la curva Nord per celebrarne l’addio al calcio giocato.&lt;br /&gt;
La carriera di allenatore inizia nel 2000 come vice di Sven Göran Eriksson alla Lazio. Nel gennaio 2001 firma però un contratto di prova per un mese con il Leicester City (Inghilterra), dove partecipa come giocatore a 5 partite. &lt;br /&gt;
Roberto Mancini è sempre stato un numero dieci, prima in campo e adesso in panchina. Per Boskov ed Eriksson, con i quali ha vinto due scudetti, era un inimitabile fuoriclasse e un allenatore in seconda. La sua carriera da “primo” inizia a Firenze, dove, nel febbraio 2001  viene ingaggiato dalla Fiorentina a stagione in corso. L'ingaggio suscita molte polemiche tra gli addetti ai lavori perché Mancini non è ancora in possesso del patentino di allenatore necessario per allenare in Serie A. Con la Fiorentina vince subito una Coppa Italia. Nel gennaio del 2002, dopo 17 partite, si dimette da allenatore della Fiorentina (che poi retrocederà e fallirà) dopo che alcuni tifosi viola lo minacciano accusandolo di scarso impegno. &lt;br /&gt;
Nel 2002/2003 torna alla Lazio dove ottiene buoni risultati, vince la Coppa Italia nella stagione 2003/2004, ma viene eliminato dalla coppa Uefa in semifinale dal Porto di José Mourinho, che alla fine dell'anno vincerà la competizione.&lt;br /&gt;
Nell'estate 2004 lascia il club capitolino per approdare all'Inter di Massimo Moratti. Con i nerazzurri vince due volte la Coppa Italia, due volte la Supercoppa Italiana, due scudetti ( uno assegnato all’Inter inseguito alle vicende connesse a “Calciopoli”). Al termine della stagione 2008 lascia l’Inter, al suo posto subentra il tecnico portoghese José Mourinho. &lt;br /&gt;
In carriera Roberto Mancini ha vinto 10 volte la Coppa Italia - 4 volte da allenatore e 6 volte da calciatore - stabilendo un primato. Con le sue 120 presenze è anche il giocatore con più presenze in assoluto nella competizione. &lt;br /&gt;
Alla fine del 2009 firma un contratto triennale con la squadra inglese del Manchester City, che lo ingaggia per sostituire l'esonerato Mark Hughes. Durante l'anno precedente il ventenne figlio Filippo Mancini aveva giocato nel Manchester City, ceduto in prestito dalle giovanili dell'Inter. Nel mese di maggio, all'ultima giornata, Roberto Mancini porta il Manchester City a vincere la Premier League inglese. &lt;br /&gt;
Nel mese di novembre l'Inter del nuovo presidente Thohir esonera Walter Mazzarri e chiama Roberto Mancini in sua sostituzione.&lt;br /&gt;
Bibliografia e sitografia&lt;br /&gt;
www.storiedicalcio.org&lt;br /&gt;
www.lagazzettadellosport&lt;br /&gt;
“This is football, Roberto Mancini&amp;quot; - di Alberto Dalla Palma e Paolo Franci - Aliberti Editore&lt;br /&gt;
www.wikipedia.org&lt;br /&gt;
www.tiscali.it&lt;br /&gt;
www.treccani.it&lt;br /&gt;
tesi di fine studio del Corso Master 2000/2001 per l’abilitazione ad allenatore professionista&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
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		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Romboni_Doriano&amp;diff=322</id>
		<title>Romboni Doriano</title>
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		<updated>2016-05-23T10:34:50Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;                                               '''ROMBONI DORIANO'''&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
'''NATO''' a Lerici l'8 dicembre 1968&lt;br /&gt;
'''MORTO''' a Latina 30 novembre 2013&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
'''INTRODUZIONE'''&lt;br /&gt;
Doriano Romboni è un’icona del motociclismo negli anni’90. La sua carriera è stata segnata da una continua sfortuna che l’ha accompagnato fino al suo ultimo giorno, morendo sulla pista di Latina, il Sagittario. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il pilota debutta in sella alla sua Honda (classe 125 cc) nel motomondiale del 1989, in Gran Bretagna, ottenendo come migliore risultato il settimo posto e terminando la stagione al ventesimo posto con venti punti. ¬¬¬L’anno seguente gareggia nella stessa classe nel team MOTO CLUB CROSTOLO, ottenendo le sue prime vittorie in Grecia e Olanda, due secondi posti in Francia e Gran Bretagna e due terzi posti in Svezia e Australia, conquistando tre pole position e terminando la stagione al quarto posto con 130 punti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1991 passa alla categoria superiore (250cc), alla guida dell’Honda del team HB HONDA RACING ITALY, ottenendo un sesto posto nel GP di San Marino; termina la stagione al quindicesimo posto e nel 1992, a seguito dell’esperienza precedente, conquista il terzo posto in Gran Bretagna e il decimo posto finale con quarantatré punti. Nella stessa classe, nel 1993, ottiene due vittorie in Austria e Germania, un secondo posto negli Stati Uniti, un terzo posto in Giappone e due pole position, concludendo il mondiale con 192 punti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1994 disputa il suo miglior campionato, ottenendo una vittoria negli Stati Uniti, tre secondi posti in Australia, Spagna e Francia, quattro terzi posti in Austria, Germania, Gran Bretagna ed Europa, e due pole position che lo portano alla fine della stagione in quarta posizione, accumulando 120 punti.&lt;br /&gt;
Nel 1995 il pilota passa al team  AGOSTINI, ottenendo una vittoria in Brasile e un terzo posto in Argentina, concludendo la stagione al nono posto con 75 punti. &lt;br /&gt;
Nel 1996 approda nella classe Regina (500cc), in sella all’Aprilia RSW-2 del team IP APRILIA RACING, riuscendo a guadagnare un settimo posto in Giappone, classificandosi al diciannovesimo posto con ventitré punti. Nel 1997 ottiene un terzo posto in Olanda e termina la stagione al decimo posto, totalizzando 88 punti.&lt;br /&gt;
Il 1998 fu l’ultimo anno nella moto GP. Alla guida della Muz Weber, Romboni disputa una sola gara a causa di un infortunio e totalizza solo quattro punti.&lt;br /&gt;
Nel 1999 Romboni passa al campionato mondiale Super Bike, dove subisce un altro grave infortunio alla gamba. Da quell’anno fino al 2004, gareggia in dodici prove senza aggiudicarsi mai il podio. Nel 2003, dopo uno stop di tre anni, torna alle corse sia con il team GS RACING che lo schiera nel Campionato italiano Super Bike, sia gareggiando nel mondiale. A termine della stagione 2004 si ritira dall’attività agonistica. Nel 2012 ha iniziato l’avventura di direttore sportivo nel team PUCCETTI RASING KAWASAKI.&lt;br /&gt;
Il 30 novembre 2013 muore in seguito ad uno spaventoso incidente, durante la seconda edizione del SIC MOTO DAY, tenutosi nel circuito il Sagittario di Latina.&lt;br /&gt;
Doriano Romboni arrivò alle corse con un pizzico di fortuna. Venne, infatti, notato mentre scorrazzava sulla strada che da La Spezia porta a Ceparana, da Roberto Camolei collaboratore del team di GALLINA. Proprio Camolei aiuto Romboni a percorrere i primi passi in pista nella Sport Production e poi a esordire nel Mondiale 125.&lt;br /&gt;
La prima vittoria la ottenne nel 1990 in Germania e in seguito in Olanda, sulla pista di Assen che sarebbe stata cruciale nella sua carriera. Nel 1993 però, dopo due vittorie di seguito superando Biagi e Capirossi, qualcosa è andato storto. Quando era sul punto di raggiungere il grande risultato, un brutto incidente in pista, ad Assen, gli causò la frattura di tibia e perone che spense il sogno che stava prendendo forma.&lt;br /&gt;
A causa di quell’incidente Doriano fu costretto a saltare tre gare e, al suo a ritorno, la continua infiammazione dei nervi dovuta all’intervento chirurgico, non gli permise di raggiungere il podio. Poteva essere alla pari o addirittura superiore di Capirossi e Biagi, ma la fortuna non gli venne mai incontro.&lt;br /&gt;
Lasciato il mondiale GP, Romboni cercò fortuna nella Superbike, ma non ci riuscì. Nel 1999, infatti, durante una gara si fratturò di nuovo la gamba destra. Tornato sulle piste, dopo il recupero, Donario continuò a gareggiare nelle Superbike, ma la sua carriera dopo due incidenti subiti era ormai finita. Nel 2012, tornò alle moto non come pilota, ma come tecnico federale a servizio dei nuovi talenti, arrivando a risultati importanti, quale la carica a posto di manager al Mondiale Moto 3 (2013) che non riuscì a ricoprire a causa dell’incidente mortale, avvenuto il 30 Novembre al Sagittario di Latina. Proprio in quel giorno si trovava in pista non per gareggiare, ma per prendere parte a una manifestazione di beneficenza, il SIC SUPER MOTO DAY, a ricordo del giovane pilota morto in pista, per un incidente simile a quello poi accaduto a Romboni, rimasto investito da una moto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
'''BIBLIOGRAFIA'''&lt;br /&gt;
L’ultimo rombo in Moto sprint, anno 2013, fascicolo 1847.&lt;br /&gt;
Pensa se non ci avessi provato: l’autobiografia di Valentino Rossi, Mondadori, 2005.&lt;br /&gt;
Oltre: OL3. Nelle pieghe della mia vita di Max Biagi, Rizzoli, 2013.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
'''SITOGRAFIA'''&lt;br /&gt;
[https://it.wikipedia.org/wiki/Doriano_Romboni Doriano Romboni, Wikipedia]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=NERI_ROMEO&amp;diff=316</id>
		<title>NERI ROMEO</title>
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		<updated>2016-05-23T10:31:58Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[Rimini, 1903 – Rimini, 1961]&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Ginnastica&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Alle Olimpiadi di Los Angeles, nell’agosto del 1932, la ginnastica italiana dei tempi eroici recitò il suo canto del cigno. Quella grande scuola che aveva avuto i suoi capostipiti in Alberto Braglia e in Giorgio Zampori sembrava avere inaridito le sue fonti. Ma in California la tradizione emiliana ebbe un altro grande sussulto per le gesta del suo ultimo grande esponente, Romeo Neri, un atleta che alla soglia dei trent’anni trovò modo e ispirazione per esaltarsi fino a dominare l’intero torneo riportando tre medaglie d’oro in cinque giorni di gare (con il corollario e il rimpianto per un quarto posto). Savino Guglielmetti, che gli fu compagno di squadra e in quella edizione dei Giochi vinse la medaglia d’oro al cavallo, lo definì “un istintivo &lt;br /&gt;
dotato di fantasia inesauribile capace di creare sul momento le sue figure”. Neri era nato a Rimini il 26 marzo 1903, ultimo di cinque figli in una famiglia di disagiate condizioni, e aveva iniziato a gareggiare nel nuoto in Liguria, dove s’era trasferito col padre in cerca di lavoro, distinguendosi particolarmente, per la sua naturale coordinazione, nei tuffi liberi. In acqua non voleva costrizioni e prediligeva le grandi distanze tanto da ottenere nel 1919 due secondi posti nella traversata di Levante e in una inconsueta Abbiategrasso-Milano lunga 22 chilometri. Dopo essersi dedicato con buoni risultati agli sport della corsa e del nuoto, a partire dal 1920, su consiglio di Giovanni Balestri direttore ginnico della societa’ sportiva “Libertas Rimini”,riversa tutte le sue energie nella ginnastica divenendo ben presto l’alfiere del sodalizio di via Cairoli. Il casuale incontro con la ginnastica capitò al suo ritorno in Emilia, quando ormai il giovanotto aveva già superato i venti anni. Suo primo maestro fu Giovanni Balestri, ma in seguito fu allievo anche di Alberto Braglia e di Mario Corrias. Con una preparazione di pochi mesi alle spalle. Dal 1925 in questa disciplina ottiene un successo dopo l’altro: nel 1926 vinse a Prato il titolo italiano delle parallele, la specialità che rimase da allora il suo prediletto cavallo di battaglia. Nel 1928, alle olimpiadi di Amsterdam, e’ primo degli italiani e quarto assoluto nella classifica generale individuale; ad ottobre di quello stesso anno, a Tonni, diventa campione italiano. Due anni più tardi, a Torino, con addosso la maglietta del “GS Lancia” conquistò il primo dei suoi quattro titoli nazionali assoluti, l’ultimo dei quali lo avrebbe vinto nel 1933. Pur con la limitata esperienza di cui disponeva si presentò ai Giochi di Amsterdam dove – in un periodo di difficile transizione per la ginnastica azzurra si dimostrò il migliore degli italiani: conquistando la medaglia d’argento alla sbarra (superato solo dal grande svizzero Georges Miez) e piazzandosi al quarto posto nella classifica individuale, sopravanzato d’un soffio dallo slavo Leon Stukelj, curiosamente proprio a causa di una disastrosa prova al cavallo. Un quarto posto l’ottenne ancora negli anelli. Non poteva esserci esordio più soddisfacente per questo spericolato e determinato neofita. Ma la consacrazione vera Neri la ottenne quattro anni più tardi in America, alle Olimpiadi di Los Angeles nell’anno 1932, imponendosi come una delle stelle più luminose dei Giochi californiani. Dette l’avvio alla sua cavalcata l’8 agosto &lt;br /&gt;
riportando un insoddisfacente quarto posto nel corpo libero. Poi, due giorni più tardi, dominò il concorso individuale contribuendo alla conquista di un’altra medaglia d’oro nella prova a squadre, assieme a Mario Lertora, Oreste Capuzzo e al milanese Guglielmetti. In quella circostanza gli azzurri dimostrarono una superiorità schiacciante che lasciò lontanissimo nel punteggio i padroni di casa. Nella prova individuale il vantaggio di Neri risultò abissale: in una disciplina abituata a valutare i distacchi nell’ordine delle frazioni di punto, i giurati gli attribuirono 140,625 punti. Il secondo non andò oltre i 134,925; Lertora e Guglielmetti, quarto e quinto, ottennero rispettivamente 134,400 e 134,375 punti. Basta questo per dimostrare quanto fosse stato superiore Neri rispetto al lotto degli altri ventitre finalisti. Il riminese concluse quella epopea due giorni dopo conquistando una terza medaglia d’oro nelle parallele. Dopo le Olimpiadi il suo rendimento andò lentamente calando. Aveva superato i trent’anni quando a Budapest, agli Europei del 1934, ottenne la medaglia d’argento nel concorso individuale (perdendo l’oro per soli 75/100) e quella di bronzo nel volteggio. Neri tentò ancora di qualificarsi per i Giochi di Berlino, ma un incidente d’allenamento – uno strappo muscolare al bicipite destro – lo mise definitivamente fuori gioco. A partire dal 1937 prende inizio la sua” carriera” di allenatore e ben presto anche in questo ruolo rivela attitudini non indifferenti e rimase per molti anni capitano della nazionale italiana, (dal 1951 al 1958 la Federazione di ginnastica d’Italia gli affida la Nazionale) della quale fu caposquadra ai Mondiali di Basilea del 1950 e a quelli di Mosca del 1958. Della squadra azzurra, della quale faceva parte suo figlio Romano (che non riuscì a ricalcarne a pieno le orme), era stato anche istruttore all’epoca delle Olimpiadi di Helsinki. Si ripete abitualmente che ogni sportivo resti, storicamente, un prodotto del proprio tempo. Nel caso di Neri resta legittimo chiedersi a quali risultati avrebbe potuto aspirare se il suo incontro con la ginnastica fosse intervenuto prima dei vent’anni. Romeo Neri si è spento a Rimini il 23 settembre del 1961. La sua città natale ha intitolato lo stadio al suo ricordo.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Arienti_luigi&amp;diff=313</id>
		<title>Arienti luigi</title>
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		<updated>2016-05-23T10:30:37Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;ARIENTI LUIGI&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Luigi Arienti nacque a Desio il 6 gennaio del 1937 e la sua carriera iniziò grazie all'interessamento del fratello Angelo, il quale, da buon dilettante organizzò una corsa ed invitò Luigi, dandogli una bici in prestito. Il risultato fu sorprendente: 1° Luigi e 2° Angelo. Luigi corse la sua prima gara da tesserato a 16 anni come Esordiente per la Salus di Seregno e nella stagione vinse solo una delle tante gare disputate. Convinto del suo talento e la sua passione, decise di voler diventare qualcuno di importante nella storia del ciclismo su strada e quindi diventare uno dei campioni italiani.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Passò Allievo ed al suo primo anno furono 6 i successi, mentre l'anno successivo, coi colori del Pedale Cambiaghese le vittorie divennero 14.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
I successi cominciarono a dare l'esatta dimensione a questo atleta tanto che nel 1958 come Dilettante, Luigi vinse ben dieci gare, festeggiando sul podio. Nonostante il servizio militare, egli riuscì a vincere 15 gare nel 1959 e ben 41 nel 1960. In quel periodo vinse praticamente tutto: Campionato Lombardo e Laziale sia su pista che nel cross, i Giochi del Mediterraneo su pista, il Trofeo De Gasperi e una prova olimpica su strada.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1960 a Roma, Luigi indossò la maglia azzurra alle Olimpiadi di quell'anno e in formazione con Testa, Vallotto e Vigna compì un'impresa eccezionale vincendo la medaglia d'oro a tempo di record nell'Inseguimento sui 4000 m. in pista.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Terminate le Olimpiadi di Roma Arienti passò professionista nel 1961 alla Molteni con Venturelli capitano e Giorgio Albani Direttore Sportivo. Vi rimase per due stagioni cogliendo 3 vittorie (Colonia, prova Trofeo Cougnet e a Camaiore in Circuito).&lt;br /&gt;
Consapevole delle difficoltà delle corse su strada, Arienti pensò bene di praticare la pista iniziando a fare le Sei Giorni e nel 1961 si presentò a quella di Milano, in coppia con il lussemburghese Gillen, in maglia Termozeta. La seconda Sei Giorni la disputò l'anno successivo, sempre a Milano in coppia con Castens giungendo all'11° posto in quanto il tedesco, vittima di un attacco febbrile, dovette abbandonare negli ultimi 2 giorni.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Sempre più attratto dalla pista Arienti decise di lasciar perdere la strada per dedicarsi, con maggiore impegno, in questo settore. Nel quinquennio 1961/65 al Campionato Italiano ad inseguimento si classificò sempre al secondo posto preceduto da Faggin. Visto che aveva davanti Fagin che vinse abbastanza gare, Luigi passò dietro motore, ma anche qui De Lillo e Domenicali gli tolsero la soddisfazione del tricolore.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Ormai Arienti venne affettuosamente soprannominato &amp;quot;l'eterno secondo&amp;quot; e a giusta ragione per i suoi piazzamenti e i diversi cambi nello stile ciclistico. Partecipò due volte (1967 e 1968) senza fortuna ai mondiali di mezzofondo venne eliminato nelle batterie preliminari.&lt;br /&gt;
Nel frattempo la partecipazione alle Sei Giorni si moltiplicarono (16) e dopo 12 stagioni nel professionismo tra strada e pista, Luigi Arienti nel 1972 decise di cessare l'attività agonistica.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
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		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Lucchetta_Andrea&amp;diff=311</id>
		<title>Lucchetta Andrea</title>
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		<updated>2016-05-23T10:29:07Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
Andrea Lucchetta, soprannominato “Crazy Lucky”, per il suo particolare carisma e la sua strana&lt;br /&gt;
acconciatura, è un ex pallavolista Italiano nato a Treviso il 25 novembre del 1962. La sua fu una&lt;br /&gt;
carriera coronata da moltissimi titoli, vinti sia con le squadre di Club dove ha giocato, che con la&lt;br /&gt;
Nazionale Italiana. Andrea Lucchetta (199 cm) giocava nel ruolo di “centrale”, ma a differenza dei&lt;br /&gt;
suoi pari ruolo moderni, che sono molto abili nei fondamentali di muro e attacco, a discapito dei&lt;br /&gt;
fondamentali di seconda linea, lui emergeva anche per la qualità della ricezione e della difesa.&lt;br /&gt;
Qualità, queste, che erano fondamentali per un centrale della sua epoca, in quanto il ruolo del&lt;br /&gt;
“Libero” venne introdotto dalla FIVB (Fédération Internationale de Volleyball) solo nel 1997 ovvero&lt;br /&gt;
2 anni prima del ritiro di Lucchetta dalla pallavolo giocata.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Andrea Lucchetta è cresciuto nel settore giovanile dell’Astori Mogliano Veneto, dove fino alla&lt;br /&gt;
stagione 1979-80 gioca nel campionato di seconda divisione. Nella stagione successiva, invece,&lt;br /&gt;
passa a Treviso, disputando il campionato di serie A2. Un anno dopo, a soli 19 anni, viene reclutato&lt;br /&gt;
nelle fila della Panini Modena, e approda così nella massima serie Italiana. Resterà a Modena per 9&lt;br /&gt;
stagioni agonistiche, ovvero fino al 1990, e durante questi anni vince: 4 scudetti, 1 Coppa dei&lt;br /&gt;
Campioni, 1 Coppa delle Coppe, 3 Coppe CEV (Confédération Européenne de Volleyball) e 3 Coppe&lt;br /&gt;
Italia. Durante questi anni esordì anche in Nazionale, precisamente nel 1983, nel match tra Italia e&lt;br /&gt;
Urss, perdendo per 3 set a 2. Dal 1990 al 1994 gioca nella Mediolanum Milano vincendo due&lt;br /&gt;
mondiali per Club (1990 e 1992). Nel 1994 passa all’Alpitour Cuneo dove rimane per tre stagioni.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1996, proprio con Cuneo, fa il “poker di titoli” vincendo la Coppa CEV, la Supercoppa Italiana,&lt;br /&gt;
la Supercoppa Europea e la Coppa Italia. Nella stagione 1997-1998 gioca con Roma per poi&lt;br /&gt;
chiudere la sua carriera nelle ultime due stagioni dal 1998 al 2000 a Modena.&lt;br /&gt;
Durante questi anni però furono intensi e ricchi di vittorie anche gli impegni con la Nazionale&lt;br /&gt;
Italiana. Andrea Lucchetta conta ben 292 presenze in maglia azzurra nelle quali ha vinto 1 Bronzo&lt;br /&gt;
alle Olimpiadi (Los Angeles 1984), 1 Campionato Europeo (1989), 1 Campionato del Mondo&lt;br /&gt;
(Brasile 1990), dove venne premiato anche come MVP, e 3 World League consecutive. Titoli,&lt;br /&gt;
questi, che portarono a definire Lucchetta e compagni la cosidetta “Generazione di Fenomeni”,&lt;br /&gt;
frutto di uno specifico lavoro tecnico di formazione e di promozione di questo sport, da parte della&lt;br /&gt;
Federazione Italiana Pallavolo, durato per più di 20 anni prima della vittoria del Mondiale.&lt;br /&gt;
Dopo la fine della sua carriera, Lucchetta però, torna ancora una volta in campo. Nel 2007, infatti,&lt;br /&gt;
aderisce ad un progetto di Andrea Zorzi, ovvero quello di creare una nazionale “Veterans”, che&lt;br /&gt;
riunisca insieme tutti i volti più noti della pallavolo anni ’90. Con questa rappresentativa partecipò&lt;br /&gt;
al primo “Campionato Europeo Veterans” tenutosi in Grecia, che venne vinto proprio dall’Italia.&lt;br /&gt;
Andrea Luchetta è però uno sportivo e campione molto impegnato anche al di fuori del rettangolo&lt;br /&gt;
di gioco. Da quando ha smesso di calpestare i campi di serie A è stato molto impegnato in progetti&lt;br /&gt;
sociali come quello di “Un Campione per Amico”. Da più di 10 anni, infatti, gira per le piazze&lt;br /&gt;
Italiane per incontrare ragazzi delle scuole elementari e medie in una giornata di aggregazione,&lt;br /&gt;
condivisione e divertimento attraverso quattro sport diversi: Pallavolo, Tennis (con Adriano&lt;br /&gt;
Panatta), Ginnastica (con Jury Chechi) e calcio (con Bruno Conti e Ciccio Graziani).&lt;br /&gt;
Oltre a questo tipo di impegni, Andrea Lucchetta è tra i creatori del famoso cartone animato&lt;br /&gt;
“SPIKE TEAM” in onda sulle reti Rai. Oltre ad essere tra i creatori del cartone ne fa anche parte.&lt;br /&gt;
Nel cartone, infatti, è presente un personaggio di nome Lucky che è disegnato ad immagine e&lt;br /&gt;
somiglianza dell’originale Andrea Lucchetta, e a cui lui da anche la voce. Lucky allena sei ragazze&lt;br /&gt;
che partecipano ad un campionato scolastico di pallavolo, ma la curiosità e la bellezza del cartone&lt;br /&gt;
non si limitano a questo. Lucky allena le ragazze non solo insegnando loro i fondamentali della&lt;br /&gt;
pallavolo, ma anche facendole cimentare in sport differenti, come ad esempio il ciclismo, la&lt;br /&gt;
ginnastica, ecc, precisando che ogni sport ha in se fondamentali necessari alla crescita fisica e&lt;br /&gt;
psicologica di un campione, e che il rispetto di tutti gli sport è alla base della formazione di&lt;br /&gt;
quest’ultimo. Sono presenti nel cartone valori come la determinazione, l’impegno, il sacrificio, la&lt;br /&gt;
pazienza, ecc, tutte doti necessarie alla pratica dello sport. In sostanza Andrea Lucchetta ha&lt;br /&gt;
trovato un modo simpatico e degno della sua esuberanza per promuovere lo sport in generale.&lt;br /&gt;
Andrea Lucchetta è ad oggi telecronista Rai per le partite di Campionato Italiano di serie A1&lt;br /&gt;
maschile e femminile e partite delle Nazionali.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Sitografia:&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
[http://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Lucchetta Andrea Lucchetta wikipedia]&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
[http://www.legavolley.it/DettaglioAtleta.asp?IdAtleta=LUC-AND-62 sito legavolley]&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
[https://www.youtube.com/watch?v=OIzghFv5PtE video youtube Generazione di Fenomeni - Mondiale Volley 1990]&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
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		<title>Farina Nino</title>
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		<updated>2016-05-23T10:28:12Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;                                                     '''FARINA NINO '''&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Giuseppe Emilio “Nino” Farina è nato a Torino il 30 ottobre 1906 ed è morto in seguito ad Aiguebelle il 30 giugno 1966. E’ stato un grande pilota automobilistico italiano,ricordato,in questo settore e non,per essere stato,nel 1950,il vincitore del primo gran premio nella storia della Formula 1,nonché ottenitore della prima pole position,e primo campione del mondo di Formula 1 sempre nello stesso anno. Noto anche alle cronache mondane per alcuni suoi comportamenti e vizi,come i sigari,sempre presenti tra le sue labbra durante le corse,e le belle donne. Suo padre,Giovanni Farina,era il fondatore di una delle più antiche ed importanti carrozzerie automobilistiche dell’epoca,ovvero gli “Stabilimenti Farina”. Farina esordisce in Formula 1 nel primo gran premio della storia del mondiale, il 3°British Grand Prix ,sul circuito di Silverstone, riuscendo nell'impresa di partire in pole position, marcare il giro più veloce in gara e aggiudicarsi la vittoria. Al volante della sua Alfa Romeo 158,appartenente alla scuderia Alfa Romeo Spa,Nino Farina vince davanti ai suoi compagni di scuderia Luigi Fagioli e Reg Parnell per un grande trionfo per la casa automobilistica italiana. Il quarto pilota,il grande Juan Manuel Fangio,fu costretto al ritiro a pochi giri dal termine. Nel 1950,il calendario mondiale prevedeva sette eventi: Farina partecipa a sei gran premi, saltando la 500Miglia di Indianapolis,gara riservata ai piloti statunitensi. Oltre alla vittoria nel gran premio inaugurale, il pilota italiano riesce ad imporsi anche nel Gran Premio di Svizzera ed in quello d’Italia, registrando anche ben altri due giri veloci (che a quei tempi assegnavano 1 punto) e una pole position. Grazie alla vittoria nel gran premio di casa,a Monza, ultima gara del mondiale, Farina risulta primo nella graduatoria mondiale con 30 punti, davanti ai compagni di squadra Fangio(27 punti) e Fagioli(24 punti).Nel 1951 Nino Farina partecipa, alla guida di un’Alfa Romeo 159 ufficiale, ad 8 dei 9 gran premi mondiali, saltando ancora l'appuntamento della 500Miglia di Indianapolis. Il campionato vede la lotta tra l'Alfa Romeo e la Ferrari. Farina risulta 4° nella graduatoria mondiale (19 punti), vinta dal compagno di squadra Fangio(31 punti) sul ferrarista Alberto Ascari(25 punti) all'ultima gara. Farina riesce ad aggiudicarsi una vittoria ed a salire sul gradino più basso del podio in 3 occasioni,marcando un giro veloce. Il Gran Premio del Belgio,la gara vinta da Farina,entra nella storia della Formula 1:la gara è infatti pesantemente condizionata dall'usura degli pneumatici,con le Ferrari costrette a cambiarli cinque volte e le Alfa Romeo otto. Nel 1952 la Formula 1 adotta il regolamento della Formula 2:il ritiro dell'Alfa Romeo lascia infatti la sola Ferrari in grado di allestire una monoposto da F1. Si decide quindi di cambiare le regole: la Ferrari,con il Modello 500,domina la stagione,con sette vittorie su 8 gran premi. Farina,passato proprio alla Ferrari,riesce a piazzarsi per ben 4 volte al secondo posto,finendo 2º (con 25 punti) nella graduatoria mondiale alle spalle di Ascari,compagno di squadra e dominatore della stagione. Farina resta alla Ferrari anche nelle stagioni 1953, 1954 e 1955. Nel 1953, sempre alla guida di una Ferrari 500 F2, Farina prende parte a sette gran premi, centrando la vittoria in quello di Germania sul tracciato del mitico Nurburgring. Conclude inoltre tre volte al secondo posto ed una al terzo,segnando pure una pole position. Le vittorie potevano essere due, ma Farina è costretto a fare i conti con l'orgoglio di Ascari. In occasione del Gran premio di Svizzera, pochi giorni dopo il trionfo tedesco, Farina si trova infatti in testa alla gara; con le Ferrari sicure della tripletta, dai box viene impartito l'ordine di mantenere le posizioni: Farina,Mike Hawthorn e appunto Ascari.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma quest'ultimo si ribella e va a prendersi la vittoria ed il titolo mondiale. Anche nel gran premio d'Italia Farina vede sfumare la possibilità di vincere la gara: Ascari è al comando sull'ultima curva, pressato appunto da Farina e da Fangio, quando perde il controllo della sua macchina e va in testa coda. Farina è costretto però a saltare sul prato per evitare il compagno di squadra, lasciando la vittoria a Fangio. In una stagione tanto movimentata trovano spazio purtroppo anche note negative: nella prova inaugurale,il Gran Premio d’Argentina,Farina travolge alcuni spettatori che si trovavano lungo il ciglio della strada. Il bilancio della gara, comprensivo dell'incidente causato dalla Gordini di Robert Manzon,è tragico: dieci morti e trenta feriti, di cui dieci gravi. Il presidente dell’Argentina Peron aveva decretato l'accesso gratuito al circuito. Nella graduatoria mondiale è 3° con 26 punti,preceduto dal compagno di squadra Ascari (Vincitore del secondo titolo mondiale) e da Fangio. Nel 1954 il mondiale riapre le porte alle vere Formula 1. Farina prende parte, alla guida di una Ferrari, a due soli gran premi, giungendo secondo in quello inaugurale d’Argentina. Proprio questo evento è il primo caso di ricorso post-gara respinto:per un cambio gomme Fangio, vincitore della gara su Maserati,utilizza ben cinque meccanici al posto dei tre previsti dal regolamento. La Ferrari,certa della vittoria a tavolino,suggerisce a Farina e Gonzalez di non forzare. Il reclamo di Maranello è però respinto sia dagli organizzatori che, più tardi, dalla FIA. Nell'altro gran premio stagionale, Farina guida con un tutore di cuoio al braccio destro, fratturatosi in occasione della Mille Miglia. Nella stagione 1955 Farina disputa tre gran premi conquistando un curioso record. Il gran premio di Argentina, gara inaugurale del campionato, verrà ricordato per il grande numero di cambi di pilota, ben 15, dovuti sia alle particolari condizioni climatiche (35 gradi all'ombra e 55 sul circuito), che alla conseguente stanchezza: Farina, per il gioco dei cambi, finisce quindi al secondo posto (con Gonzalez e Trintignant) e al terzo (con Maglioli e Trintignant). La vettura è una Ferrari 625, la stessa con cui Farina si aggiudicherà il gradino più basso del podio in occasione del Gran Premio di Belgio. L'ultima presenza di Farina in Formula 1 è il Gran Premio d'Italia: schierato dalla Ferrari con le vetture rilevate dalla Lancia in seguito all'incidente mortale di Ascari, non riesce a prendere parte alla gara per problemi alle gomme. L'anno successivo volle partecipare alla 500Miglia di Indianapolis,con  una monoposto assemblata dalla Osca,la Ferrari Bardhal, impiantando un motore Ferrari tipo 446 su un telaio Kurtis Kraft. Il tentativo di qualificazione fallì a causa di svariate difficoltà nella messa a punto dell'impianto di iniezione meccanica Hilborn. Morì,tragicamente,com’era vissuto,alla guida di una macchina,in quel caso una Ford Cortina Focus,in un incidente stradale nei pressi di Aiguebelle,nel 1966,all’età di 59 anni,uscendo di strada in una curva presa ad alta velocità mentre si recava a Reims per assistere al Gran Premio di Francia. Farina venne sepolto al Cimitero Monumentale di Torino.&lt;br /&gt;
'''STATISTICHE''':&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nino Farina partecipa in totale a 36 Gran Premi nell’arco di 7 anni(1950-1956),riuscendo a partire 33 volte. Nella sua Carriera firma per 2 scuderie: L’Alfa Romeo e la Ferrari. Nel 1950 vince il suo primo e unico Campionato Mondiale. Nei Gran Premi in cui partecipa vince 5 volte,si piazza 9 volte al secondo posto e 6 volte al terzo posto. Ottiene anche 5 Pole Position e 5 Giri veloci.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
'''SITOGRAFIA''':&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
- https://it.wikipedia.org/wiki/Nino_Farina&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
- http://www.formulapassion.it/2015/06/nibo-farina-il-primo-formula-1/&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
- http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerThread.php?threadId=GiuseppeNinoFarina&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Platini_Michel&amp;diff=302</id>
		<title>Platini Michel</title>
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		<updated>2016-05-23T10:25:19Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;•'''	La vita'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“Destino di un calciatore... il giorno in cui Michael doveva ritirare la propria carta d'identità in Municipio, alla voce “professione” scrisse “calciatore”; l'impiegato comunale gli spiegò che quella non era una professione... l'impiegato si sbagliava, eccome se si sbagliava!”&lt;br /&gt;
Michael François Platini nacque il 21 giugno 1955 in Francia, Joeuf. Il giovane Michael iniziò a tirare i primi calci su esempio del padre nei suoi allenamenti e partite, allora capitano del Jovincenne. A soli sedici anni debuttò nella prima squadra del suo Paese, ed è qui che iniziò l'ascesa di questa leggenda.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
'''•	La carriera'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il '76 fu l'anno della svolta del calcio francese, nonché l'anno di Platini e il suo esordio in nazionale. Ventotto goal realizzati in trentacinque partite col Nancy. La nazionale francese scoprì il suo fuoriclasse e Platini si affermò sul palcoscenico del grande calcio.&lt;br /&gt;
Anno dopo anno Michael incantò tutti, passò al Saint-Etienne che conquistò il primo titolo di campione di Francia; nello stesso anno, Platini realizzò una grande rete con la nazionale per approdare ai mondiali spagnoli... il campione cresceva! Improvvisamente nella vita di Platini entrò l'Italia. Tutto accadde in una partita tra Francia e Italia il 23 febbraio 1982; fu la più bella partita di Michael con la maglia della nazionale e presente era l'avvocato Gianni Agnelli, che lo vide e lo volle. Platini, infatti, rappresentava l'emblema della sua idea di calcio, e proprio in quell'anno lui e Boniperti conclusero l'affare. Platini diventò così un giocatore della Juventus nella quale restò cinque anni.&lt;br /&gt;
Nel primo anno con la Juventus tormentato da  noie muscolari non fu in perfetta condizione, ma nel girone di ritorno le sue prestazioni crebbero notevolmente tanto da riuscire a conquistare per tre volte il titolo di capocannoniere della Serie A. Nonostante ciò, però, non riuscì a vincere lo scudetto e la Coppa dei Campioni, ma Agnelli non demorse: “L'abbiamo comprato per un tozzo di pane e lui ci ha messo sopra il foie gras”. Nell'anno successivo il “Mozart del calcio” cominciò a guidare uomini e pallone, dirigendo e segnando. Vinse per due anni consecutivi lo scudetto ed anche la Coppa Campioni, proprio quel 29 maggio dell'85, passato alla storia come la “notte della tragedia”, dove scontri tra tifosi e guerriglie causarono 39 morti. Nonostante questo, quella sera le squadre continuarono a giocare e la Juventus vinse trascinata da un Platini profondamente scosso dall'accaduto. Tante le gioie per questo campione, come la Coppa Intercontinentale e il tre volte Pallone d'Oro. Il 17 maggio 1987 Platini giocò l'ultima partita in Serie A, e dopo essere uscito dal campo dichiarò: “Ho giocato nel Nancy perché era la mia città, Saint-Etienne perché era la migliore in Francia e Juventus perché è la migliore al mondo”.&lt;br /&gt;
Due furono le favole blu per Michael, una da giocatore della sua nazionale che tanto amava, e una da Commissario tecnico. In veste di giocatore attraversò grandi gioie e delusioni infinite. Con quella maglia blu raggiunse un traguardo storico: il titolo europeo nel 1984. Partecipò a tre avventure mondiali una delle quali (Messico 1896) aspettava la Francia in un ruolo da primatrice, ma si dovette accontentare di un misero terzo posto.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nelle vesti di Ct, invece, non ebbe altrettanta fortuna, e non riuscendo a trasmettere la sua idea di calcio, lasciò la panchina, proprio nell'anno in cui la Francia avrebbe ospitato i Mondiali '98.&lt;br /&gt;
Michael François Platini: calciatore, allenatore di calcio, dirigente sportivo, attualmente presidente UEFA, nominato Calciatore francese del XX secolo.Genio e Artista: il più grande calciatore di tutti i tempi!&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
•	'''Trofei club'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
SQUADRA	TROFEO	ANNO&lt;br /&gt;
NANCY	Campionato francese di seconda divisione	1974-1975&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
SAINT-ETIENNE	Coppa di Francia	1977-1978&lt;br /&gt;
	Campionato francese	1980-1981&lt;br /&gt;
JUVENTUS	Coppa Italia	1982-1983&lt;br /&gt;
	Campionato italiano	1983-1984&lt;br /&gt;
	Coppa delle Coppe	1983-1984&lt;br /&gt;
	Supercoppa UEFA	1984&lt;br /&gt;
	Coppa dei Campioni	1984-1985&lt;br /&gt;
	Coppa Intercontinentale	1985&lt;br /&gt;
	Campionato italiano	1985-1986&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
	&lt;br /&gt;
•	Trofei nazionale&lt;br /&gt;
NAZIONALE	TROFEO	ANNO&lt;br /&gt;
FRANCIA	Campionato d'Europa	1984&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
•	Trofei individuali&lt;br /&gt;
	&lt;br /&gt;
PLATINI	TROFEO	ANNO&lt;br /&gt;
GIOCATORE	Calciatore francese dell'anno (2)	1976,1977&lt;br /&gt;
	Pallone d'Oro (3)	1983,1984,1985&lt;br /&gt;
	Onze d'or (3)	1983,1984,1985&lt;br /&gt;
	World Soccer's World Player of the Year (2)	1984,1985&lt;br /&gt;
	Super Onze d'or	1995&lt;br /&gt;
	Capocannoniere della Serie A (3)	1982-83,1983-84,1984-85&lt;br /&gt;
	Capocannoniere dell'Europeo	1984&lt;br /&gt;
	Capocannoniere della Coppa Campioni	1984-1985&lt;br /&gt;
	Miglior giocatore dell'Europeo	1984&lt;br /&gt;
	Miglior giocatore della Coppa Intercontinentale	1985&lt;br /&gt;
ALLENATORE	World Soccer's World Manager of the Year	1991&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Borg_bjorn&amp;diff=290</id>
		<title>Borg bjorn</title>
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		<updated>2016-05-23T10:20:25Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Björn Rune Borg (Södertälje, 6 giugno 1956) è un ex tennista svedese, ex numero uno del mondo e unanimamente considerato tra i più grandi di sempre. Björn venne affascinato dal tennis fin da giovanissimo, il primo contatto con questo sport lo ebbe quando il padre gli regalò una racchetta da tennis da lui ricevuta come premio per aver vinto un torneo dilettantistico di tennis tavolo. Nel corso della sua breve carriera è stato sei volte N.1 del mondo per un totale di 109 settimane, ha vinto 11 titoli nel Grande Slam (6 all'Open di Francia e 5 consecutivi a Wimbledon) e per ben due volte si è aggiudicato la Masters Cup di fine stagione. Memorabili le sue battaglie contro rivali storici come Jimmy Connors, John McEnroe, Guillermo Vilas e Ivan Lendl. Sorprendentemente smise di giocare nel 1982 quando era ancora indubbiamente uno dei tennisti più forti del mondo, si ritirò ufficialmente dalle scene nel 1983.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Carriera&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
1972-1973: Esordio &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il giovane Borg non ha rivali nelle categorie della sua età e nel 1972 a soli 15 anni viene selezionato per la squadra che deve rappresentare la Svezia in Coppa Davis. All'esordio nel grande tennis il futuro campione sconfigge in 5 set il neozelandese Onny Parun, pochi mesi dopo vince il singolare maschile Junior del Torneo di Wimbledon. Il 1973 è il suo primo anno da professionista e si rivela al mondo raggiungendo il quarto turno all'Open di Francia in cui viene battuto da Adriano Panatta e all'US Open, e i quarti di finale alla sua prima partecipazione a Wimbledon.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
1974-1976: Primi successi&amp;lt;br /&amp;gt; &lt;br /&gt;
Nel 1974 vince i suoi primi 7 tornei professionistici, dopo due successi sul cemento (uno dei quali battendo Arthur Ashe in finale) vince gli Internazionali d'Italia sul campo di terra battuta del Foro Italico sconfiggendo nettamente in tre set Ilie Năstase. Due settimane dopo il successo di Roma si ripete sulla terra battuta vincendo il suo primo Slam all'Open di Francia . Questo successo lo rende il più giovane vincitore della storia del Roland Garros . Qualche tempo dopo difenderà con successo il suo titolo all'Open di Francia battendo Guillermo Vilas nella finale e un mese dopo raggiunge i quarti di finale a Wimbledon.  Nel 1975 vince due gare individuali e una di doppio nella finale di Coppa Davis vinta dalla Svezia 3-2 sulla Cecoslovacchia, portando la sua striscia vincente a 19 match consecutivi nella competizione. Alla fine dell'anno ha aggiunto al suo palmares 5 titoli ATP.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1976 Björn perde nei quarti di finale dell'Open di Francia, si tratta della seconda e ultima sconfitta della carriera di Borg nel torneo parigino, ancora una volta per mano di Adriano Panatta che è pertanto l'unico uomo ad aver sconfitto (due volte) il grande campione svedese nel Roland Garros. Qualche settimana dopo Borg vince a Wimbledon il terzo Slam della sua carriera; in finale batte 3-0 Ilie Năstase e per tutto il torneo non cede mai nemmeno un set, Borg è il più giovane vincitore del singolare maschile a Wimbledon. Borg tuttavia dimostra inequivocabilmente di saper adattare il suo gioco da fondo campo anche alle superfici veloci negli anni successivi, in questo anno raggiunge anche la finale all'US Open, perdendo in 4 set contro il numero uno del mondo Jimmy Connors. Oltre al successo in Inghilterra si aggiudica altri 5 titoli del circuito ATP.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
1977-1980: Il dominio&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1977 vince 11 tornei. Riesce a ripetere il successo di Wimbledon dimostrando a tutti gli scettici che il trionfo dell'anno precedente non fu solo un caso. Björn deve faticare nettamente più dell'edizione '76, sconfigge in semifinale il suo grande amico Vitas Gerulaitis , nella finale trova nuovamente Jimmy Connors sconfiggendolo in 5 set. Con questo successo il 23 agosto 1977 diventa il nuovo numero uno del mondo, ponendo fine alle 160 settimane consecutive in testa al ranking di Connors (rimarranno un record fino all'avvento di Roger Federer), tuttavia dopo una sola settimana il 29 agosto Connors si riprende il primato in cima al ranking.&lt;br /&gt;
Nel 1978 inizia il periodo migliore della carriera del tennista svedese. Vince senza problemi il terzo Open di Francia della sua carriera senza perdere neanche un set e sconfiggendo ancora l'argentino Guillermo Vilas in finale in soli 3 set. Anche a Wimbledon vince il suo terzo titolo (consecutivo) vincendo in 3 set la finale contro il rivale Connors, con questo risultato Borg è il primo (e fino a Nadal nel 2008 l'unico) tennista capace di vincere Wimbledon e Roland Garros nella stessa stagione nell'era open. Poche settimane dopo si disputa l'US Open per la prima volta sul campo in cemento, questo sembra escludere Borg che tuttavia conferma la grande adattabilità del suo gioco arrivando in finale ma perdendo nettamente in tre set contro Connors. In quell'anno vince in totale 9 tornei e va segnalato che viene sconfitto in semifinale all'Open di Stoccolma da un giovane americano destinato ad incontrare più volte nel corso della sua carriera: John McEnroe.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1979 Björn vince 13 tornei, conferma senza troppi problemi il suo dominio in Francia e in Inghilterra (sui campi di Wimbledon si tratta del quarto successo consecutivo), centrando la doppietta per il secondo anno consecutivo. Perde ancora contro McEnroe nella finale del WCT di Dallas, tuttavia il 9 aprile 1979 riesce nuovamente a scalzare Connors dalla posizione di numero uno del mondo, mantenendo il trono per 6 settimane prima di cederlo nuovamente all'americano.. Alla fine della stagione riesce a vincere anche il suo primo The Masters battendo McEnroe in una durissima semifinale e Gerulaitis in finale. Il 9 luglio 1979 conquista per la terza volta la testa del ranking mondiale, mantenendola per 34 settimane fino al 2 marzo 1980. Nel finale di stagione a Montreal vince il 50esimo torneo ATP della sua carriera a soli 23 anni.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Durante il triennio 1978-1979-1980 riceve per tre volte consecutive il titolo di Campione del Mondo ITF.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
1980-1981: Le battaglie con John McEnroe &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel giugno 1980 vince il suo quinto Open di Francia, anche quest'anno non perde neanche un set in tutto il torneo, poche settimane dopo riesce ad arrivare nella finale di Wimbledon contro un agguerritissimo McEnroe. La partita è giudicata da molti come una delle più belle della storia di questo sport, negli occhi dei tifosi rimarrà per sempre il tiebreak del quarto set, con Borg in vantaggio 2-1 nel conto set i due avversari diedero vita ad una grande sfida che vide Borg avere 5 palle match per chiudere l'incontro e McEnroe 6 palle per arrivare al quinto set; in quel tiebreak l'americano si impose per 18-16, ma poi nel quinto set Borg riuscì a prevalere 8-6 vincendo il suo quinto Wimbledon consecutivo. Anni dopo Borg confesserà che in quell'occasione per la prima volta ebbe paura di perdere il titolo sull'erba, egli stesso ammise che quella sensazione corrisponde all'inizio della fine del suo periodo di dominio. Poche settimane dopo i due rivali diedero vita ad un nuovo match spettacolare nella finale dell'US Open, stavolta il vincitore fu il grande campione americano e per Borg si concretizzò la terza sconfitta in finale nel torneo. Nel 1981 Borg vinse il suo sesto e ultimo titolo all'Open di Francia, poche settimane dopo arriva per la sesta volta consecutiva in finale a Wimbledon, dopo 5 titoli e 41 vittorie consecutive nel torneo britannico McEnroe lo sconfigge in 4 combattuti set, impedendogli la conquista del sesto titolo. Il 5 luglio, dopo 46 settimane, Borg cede il titolo di N.1 del mondo a McEnroe, il 20 luglio riprende per la sesta e ultima volta il primato nel ranking per due sole settimane, portando il suo totale a 109. Qualche settimana dopo arriva per la quarta volta (la seconda consecutiva) in finale all'US Open. Come nell'anno precedente a contendergli il titolo è sempre McEnroe che ha la meglio in quattro set. Sfuma per l'ennesima volta la possibilità per il grande campione svedese di conquistare il titolo. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
1982-1983: Ultimi anni e ritiro&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1982 Borg prese parte solo al torneo di Monte Carlo, perdendo contro Yannick Noah nei quarti di finale, dopo aver passato tutta la stagione '82 a fare da spettatore. Nel 1983 a Montecarlo è Henri Leconte a far decidere al campione svedese di abbandonare l'agonismo. La vittoria sull'argentino José Luis Clerc a Montecarlo 1983 resta il suo ultimo successo. La notizia del ritiro era già nell'aria , ma sconvolse il mondo del tennis a tal punto che persino il grande avversario McEnroe provò inutilmente a convincere il 26enne Borg a continuare a giocare.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Caratteristiche tecniche - Stile &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Lo svedese, negli anni in cui ha dominato la scena agonistica, impose standards tecnico-atletici ancora sconosciuti ai suoi avversari del tempo. In una stagione del tennis in cui, tranne pochissime eccezioni, i tennisti utilizzavano ancora racchette dal telaio in legno, Borg incluso, lo svedese fu il primo a colpire la palla con il colpo diritto costantemente dal basso verso l'alto, conferendole il cosiddetto effetto in Top-spin mediante rotazione del polso. I vantaggi di questa tecnica di esecuzione sarebbero poi divenuti alla portata di tutti con l'avvento dei telai in alluminio e grafite e con l'allargamento dell'area del piatto corde, ma, negli anni '70, il solo Borg riusciva ad eseguire con regolarità tale colpo. Giocava inoltre con il rovescio a due mani, ed insieme a Jimmy Connors fu il primo a giocare ad altissimi livelli con quel colpo. Ma lo svedese fu anche un atleta nettamente superiore ai rivali dell'epoca. La sua preparazione fisica lo rendeva un giocatore dotato di resistenza e velocità fuori del comune, e i suoi allenamenti passati a palleggiare contro un muro di pietre vive, con la palla che rimbalzava irregolare in ogni direzione, contribuirono a creare l'alone di mistero e di fascino che egli esercitava sugli spettatori dell’epoca. Da Bjorn Borg in poi, emerse una schiera di tennisti definiti regolaristi o controattaccanti: giocatori che non prediligevano il gioco di volo, ma che facevano affidamento sulla tenuta fisica e sulla costanza nel palleggio per indurre l'avversario all'errore, piuttosto che cercare la conclusione vincente. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Carattere &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
La leggenda di Borg si è nutrita anche del suo temperamento incredibilmente glaciale, era un uomo di poche parole ed era solito non protestare contro arbitri e giudici di linea. Al termine di uno scambio o di una partita non lo si è mai visto esultare in modo vistoso e appariscente, solo dopo la vittoria di un importante torneo si limitava ad inginocchiarsi e a volte ad alzare le braccia. Per via di questo temperamento venne quasi immediatamente ribattezzato dalla stampa Ice man (Uomo di ghiaccio), IceBorg oppure Orso in, quanto il suo nome, Bjorn, che in svedese vuol dire appunto Orso. Borg era solito curare il look prima delle partite con una assiduità pari alla preparazione fisica; prima delle partite sceglieva accuratamente i vestiti e la pettinatura da portare in campo; ha lanciato nel mondo la moda del look sciamanico caratterizzato da capelli lunghi, lisci e apparentemente incolti, uniti a barba e baffi pronunciati. È stato forse il primo fenomeno di divismo sui campi da tennis e il suo ritiro, avvenuto quand'era ancora ai vertici del tennis mondiale, ne ha arricchito ancor di più il mito.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vita privata &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Grazie al suo fascino e al suo look alla moda Borg è stato un uomo a cui sono state attribuite diverse relazioni. Nel 1980 si sposa con la tennista rumena Mariana Simionescu, ma la coppia divorzia solo 3 anni dopo. In seguito avrà un figlio di nome Robin da una relazione con la modella svedese Jannike Björling prima di sposarsi con la cantante italiana Loredana Berté nel 1989. Questo matrimonio fu molto tormentato ed è culminato in un tentativo di suicidio di entrambi dopo l'ennesima lite domestica e terminò inevitabilemente con il divorzio nel 1993. Nel 2002 il tennista svedese si sposò per la terza volta con Patricia Östfeldt con cui vive tuttora, la coppia ha un figlio di nome Leo. In seguito a questo terzo matrimonio Borg venne denunciato dalla Bertè per bigamia, in quanto venne scoperto che i due per l'anagrafe risultavano ancora sposati, chiedendo 5 milioni di euro di danni per il mantenimento mai versato. Dopo il ritiro investì i suoi guadagni sportivi in alcune attività imprenditoriali tra cui una linea di abbigliamento che portava il suo nome e che era la seconda per numero di capi venduti in patria. Tuttavia nel 1989 il suo piccolo gruppo finanziario collassò e Borg si ritrovò esposto verso i creditori di oltre 1,5 milioni di dollari, riuscì tuttavia a salvarsi dalla bancarotta. Nel marzo 2006 la nota casa d'aste Bonhams ha annunciato che avrebbe messo all'asta i 5 trofei vinti da Borg a Wimbledon e le due racchette usate nelle finali del 1976 e 1980. Molti colleghi contattarono Borg per chiedergli perché aveva deciso di commettere questo gesto e lui rispose che alla base di tutto c'erano nuovamente delle gravi difficoltà economiche. A risolvere la questione fu l'antico rivale McEnroe che gli telefonò domandandogli se fosse impazzito, alla fine della telefonata riuscì a persuadere Borg a ripensarci, cosa che invece non gli era riuscita nel 1983 all'annuncio del ritiro dello svedese.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
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		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Gamba_Ezio&amp;diff=243</id>
		<title>Gamba Ezio</title>
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		<updated>2016-05-23T10:01:56Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Ezio Gamba, nato a Brescia il 2 dicembre 1958, è un ex judoka, diventato poi allenatore di judo.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Ezio Gamba è un ex judoka diventato poi allenatore di judo italiano nato a Brescia il 2 dicembre 1958&lt;br /&gt;
Il judo è un'arte marziale, uno sport da combattimento ed un metodo di difesa personale  giapponese formalmente nato in Giappone con la fondazione del Kōdōkan da parte del Professore giapponese  Jigorō Kanō, nel 1882. I praticanti di tale disciplina sono denominati judoisti o più comunemente judoka&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Ezio Gamba ha partecipato con  la Nazionale italiana di judo in quattro edizioni dei giochi olimpici estivi che sono una manifestazione sportiva multidisciplinare, internazionale, a cadenza quadriennale :&amp;lt;br /&amp;gt; &lt;br /&gt;
Montréal 1976 parteciparono 178 atleti di cui tre italiani Felice Mariani  (63 kg) primo italiano a vincere una medaglia olimpica nel Judo, Ezio Gamba (70 kg) si è classificato settimo e Mario Vecchi (93 kg) allenati dal giapponese Masama Matsushita.,&lt;br /&gt;
Mosca 1980 è l'Olimpiade del boicottaggio americano per l'invasione sovietica dell'Afghanistan,&lt;br /&gt;
qui Ezio Gamba ha vinto la medaglia d'oro nella categoria maschile dei pesi leggeri (71 kg), battendo in finale il britannico Neil Adams.&lt;br /&gt;
A Los Angeles 1984,ha conquistato la medaglia d'argento nella stessa categoria, sconfitto dal sudcoreano Ahn Byeong-Keun&lt;br /&gt;
A Seoul 1988,  edizione che ha visto il ritorno del tennis,ma nessuna medaglia dell’Italia nella disciplina judo.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Gamba ha vinto i Campionati Europei di judo a Rostock in Germania nel 1982,ottenendo anche due secondi posti ai campionati mondiali di judo e due secondi posti più un terzo posto ai campionati europei di judo.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Dopo l'attività agonistica, smessa nel 1988 dopo Seoul, Gamba è stato allenatore della nazionale italiana di judo fino al 2004. Poi responsabile tecnico del Judo nella Federazione Africana di Arti Marziali per circa un anno. Dal 2009 si è poi trasferito in Russia, dove è allenatore della nazionale di judo; nel 2010 è stato anche insignito del premio di miglior allenatore europeo dell'anno.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
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		<title>Gamba Ezio</title>
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		<updated>2016-05-23T10:01:11Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;GAMBA EZIO&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ezio Gamba, nato a Brescia il 2 dicembre 1958, è un ex judoka, diventato poi allenatore di judo.&lt;br /&gt;
Ezio Gamba è un ex judoka diventato poi allenatore di judo italiano nato a Brescia il 2 dicembre 1958&lt;br /&gt;
Il judo è un'arte marziale, uno sport da combattimento ed un metodo di difesa personale  giapponese formalmente nato in Giappone con la fondazione del Kōdōkan da parte del Professore giapponese  Jigorō Kanō, nel 1882. I praticanti di tale disciplina sono denominati judoisti o più comunemente judoka&lt;br /&gt;
Ezio Gamba ha partecipato con  la Nazionale italiana di judo in quattro edizioni dei giochi olimpici estivi che sono una manifestazione sportiva multidisciplinare, internazionale, a cadenza quadriennale : &lt;br /&gt;
Montréal 1976 parteciparono 178 atleti di cui tre italiani Felice Mariani  (63 kg) primo italiano a vincere una medaglia olimpica nel Judo, Ezio Gamba (70 kg) si è classificato settimo e Mario Vecchi (93 kg) allenati dal giapponese Masama Matsushita.,&lt;br /&gt;
Mosca 1980 è l'Olimpiade del boicottaggio americano per l'invasione sovietica dell'Afghanistan,&lt;br /&gt;
qui Ezio Gamba ha vinto la medaglia d'oro nella categoria maschile dei pesi leggeri (71 kg), battendo in finale il britannico Neil Adams.&lt;br /&gt;
A Los Angeles 1984,ha conquistato la medaglia d'argento nella stessa categoria, sconfitto dal sudcoreano Ahn Byeong-Keun&lt;br /&gt;
A Seoul 1988,  edizione che ha visto il ritorno del tennis,ma nessuna medaglia dell’Italia nella disciplina judo.&lt;br /&gt;
Gamba ha vinto i Campionati Europei di judo a Rostock in Germania nel 1982,ottenendo anche due secondi posti ai campionati mondiali di judo e due secondi posti più un terzo posto ai campionati europei di judo.&lt;br /&gt;
Dopo l'attività agonistica, smessa nel 1988 dopo Seoul, Gamba è stato allenatore della nazionale italiana di judo fino al 2004. Poi responsabile tecnico del Judo nella Federazione Africana di Arti Marziali per circa un anno. Dal 2009 si è poi trasferito in Russia, dove è allenatore della nazionale di judo; nel 2010 è stato anche insignito del premio di miglior allenatore europeo dell'anno.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
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		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Avola_giorgio&amp;diff=236</id>
		<title>Avola giorgio</title>
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		<updated>2016-05-23T09:59:52Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Giorgio Avola, nato a Modica l’ 8 maggio del 1989, è uno schermidore italiano, specializzato nel fioretto. Atleta delle Fiamme Gialle e della Nazionale. Vincitore di una medaglia d'oro a squadre alle Olimpiadi del 2012, una medaglia d'oro a squadre e una medaglia di bronzo individuale ai Campionati Mondiali, una medaglia d'oro individuale e tre a squadre ai Campionati Europei Assoluti e vincitore dei Giochi del Mediterraneo nel 2013.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
LA CARRIERA GIOVANILE&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Giorgio Avola inizia a fare scherma presso la Conad Scherma Modica, sino dagli esordi pratica la specialità del fioretto sotto la guida del Maestro Eugenio Migliore. Si mette subito in mostra vincendo il campionato italiano Giovanissimi nel 2001. L'anno dopo conquista l'argento nella categoria Ragazzi spada e nel 2003 vince il bronzo nella categoria Allievi. Debutta in campo internazionale nella stagione 2005/2006, chiudendo la stagione con il 9º posto di Giengen e il 17º posto nel Mondiale Cadetti (under 17) a Taebaek, la prima finale in campo internazionale avviene nella stagione 2006/2007 con il 7º posto ottenuto in prova di coppa under 20 a Viana do Castelo; termina la stagione vincendo l’oro individuale e l’argento a squadre al campionato del mediterraneo. Nella stagione 2007/2008 a Mödling ottiene il primo grande successo battendo in finale il compagno di squadra Tommaso Lari, che si prende la rivincita all'europeo di Amsterdam eliminando Giorgio che termina la gara all'11º posto. La stagione 2008/2009 si apre con tre podi in coppa del mondo under 20 (Bratislava 3°, Londra 3° e Aix-en-Provence 1°), vince l'argento ai campionati italiani giovani (under 20) e il bronzo ai campionati italiani under 23, risultati che gli consentono la convocazione ai Mondiali under 20 di Belfast, dove si piazza 12º nella prova individuale e vince l’oro nella prova a squadre, a fine anno la posizione occupata nel ranking Mondiale under 20 è la quinta. Termina la stagione vincendo l'argento a squadre ai campionati italiani di Tivoli con la squadra dell'Aeronautica Militare.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
GLI ANNI IN NAZIONALE&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
2010&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 2010, primo anno assoluto, ottiene un 2º posto a Bonn, 3º posto a L'Avana, 6° a Shanghai e 7° a Sharm el Sheikh. Conquista l’oro nella prova individuale dell’europeo under 23 a Danzica battendo in finale Alessio Foconi per 15-8, ma l’impresa il siciliano l’aveva fatta nei quarti, battendo il Russo Zherebchenko, dopo un pessimo inizio con un parziale di 9-0 per l’atleta russo, Giorgio riesce a compiere una rimonta incredibile che l’ha portato sul punteggio di 12-12 sino a chiudere il match a suo favore per 13-12. Viene convocato agli europei e ai mondiali assoluti e conquista la medaglia d'oro nella prova a squadre a Lipsia (Campionati Europei), a Parigi (Campionati Mondiali) termina al 9º posto. Dopo aver battuto il Croato Jovanovic e il Coreano Choi viene fermato ad un passo dalla finale dal francese Victor Sintès, ed è il migliore degli italiani in gara.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
2011&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 2011 si riparte da Parigi, per la prima prova di coppa del mondo e conquista il secondo posto nella prova individuale. A fine marzo conquista la medaglia di Bronzo ai Campionati Italiani under 23 di Brindisi, perdendo l'assalto in semifinale con Daniele Garozzo 15-14, poi vincitore della gara.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
L'ultimo appuntamento nazionale della stagione sono i Campionati Italiani Assoluti a Livorno, dove Giorgio si conferma ancora una volta all'altezza della situazione. Vince contro Foconi 15-14 nel tabellone dei 16 e approda in semifinale superando Martino Minuto con il punteggio di 15-11. A dividerlo dalla finalissima c'è il Siracusano Stefano Barrera, campione in carica, che il Modicano batte 15-13. Cede solo in finale con il padrone di casa Edoardo Luperi per 12-15, conquistando la medaglia d'argento. Il 14 luglio a Sheffield conquista la sua prima medaglia individuale in campo assoluto vincendo l'Europeo. In finale il siciliano ha avuto la meglio sul compagno di squadra Cassarà per 15-14. Nella prova a squadre arriva un'altra medaglia d'oro assieme ai compagni Baldini, Cassarà e Aspromonte. Il 2011 si chiude con l'arruolamento dello schermidore Modicano nel Gruppo Sportivo delle Fiamme Gialle.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
2012&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 2012, anno Olimpico, il neofinanziere raggiunge il podio a Seul, San Pietroburgo e L'Avana, sconfitto due volte in finale da Cassarà. Ottiene anche un buon 9º posto a Venezia, sconfitto dal tedesco Bachmann 14-13 al minuto supplementare. Le soddisfazioni arrivano anche dalle prove a squadra dove l'Italfioretto conquista la vittoria sulla Germania in terra francese e il quinto posto in Spagna, grazie a questi risultati ottengono la matematica qualificazione olimpica per Londra 2012. A Cassino, gara che incorona il Campione Italiano Under 23, Giorgio si ferma in semifinale sconfitto da Foconi. Conquistando così la terza medaglia di bronzo in questa competizione. Durante l'Europeo di Legnano arrivano le convocazioni per L'Olimpiade di Londra dove Giorgio potrà essere impegnato solo nella prova a squadre. Il giorno dopo le convocazioni la squadra di fioretto si conferma campione d'Europa per il terzo anno consecutivo con la stessa formazione (Avola, Baldini, Cassarà e Aspromonte). Durante le Olimpiadi di Londra 2012, con gli stessi compagni di squadra, vince l'oro nella competizione a squadre di fioretto maschile, battendo in finale il Giapponeper 45-39.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
2013-14&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il 2013 inizia bene per il neo campione olimpico, a Parigi chiude al terzo posto, fermato dal compagno di squadra Baldini 15-14, poi vincitore della gara. I Campionati del Mondo di Budapest vedono Giorgio fermarsi nell'assalto valido per gli ottavi, sconfitto 15-14 dall'Americano Chamley-Watson, poi vincitore della gara. La competizione a squadre a ben altro esito per gli italiani, che dopo aver battuto Repubblica Ceca e Gran Bretagna nella semifinale si ritrovano contro la Russia dell'ex C.T. Cerioni, dove gli azzurri di Cipressa vincono per 45-44, meno sofferta la finale contro gliU.S.A. vinta per 45-33. Durante il 2014 Giorgio conquista la finale a Seul e a Venezia nelle prove individuali. Con la squadra ottiene la vittoria a Parigi e un secondo posto a La Coruña, sconfitti dalla Russia in finale. Ai Mondiali di Kazan con l'undicesima posizione risulta il migliore degli azzurri in gara per il fioretto maschile, viene fermato dal cinese Ma, poi medaglia d'argento e vincitore della Coppa del Mondo 2014. Insieme ai compagni di squadra conquista la medaglia di bronzo, vincendo la finale per il terzo e quarto posto con la Russia per 45-29, in semifinale i fiorettisti erano stati sconfitti dalla Cina per 45-39.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Adelizzi_Beatrice&amp;diff=229</id>
		<title>Adelizzi Beatrice</title>
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		<updated>2016-05-23T09:54:05Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Beatrice è nata l’ 11 novembre del1988, a Monza.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Abbraccia il mondo sportivo molto presto, ma al contrario di quanto si possa pensare non inizia subito con il sincronizzato, ma con il nuoto. All’ età di 8 anni decise di cambiare dopo avere provato, così per curiosità, questa disciplina e non l’ ha più lascita:&lt;br /&gt;
«Del sincronizzato mi è sempre piaciuto il lato artistico», spiega, «molto vicino alla danza, oltre al lavoro di ricerca personale e di perfezionamento dei movimenti. È uno sport che richiede tanta passione, determinazione e abnegazione. E' totalizzante; più dà, più richiede. »&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Attualmente è iscritta alla facoltà di chimica, e per poter terminare gli studi, Beatrice ha deciso di lasciare il nuoto  sincronizzato per dedicarsi maggiormente a quest’ altro obiettivo della sua vita.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Scelta sicuramente sofferta, specialmente dopo la sua medaglia di bronzo; ma nonostante ciò continua verso la sua scelta, consapevole prevalentemente del fatto che come ogni sport, considerato “minore” in Italia, non permette pur con dei successi di potersi mantenere, e quindi non vuole precludersi questa possibilità futura.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
'''Lo sport…'''&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Beatrice dimostra di essere una vera stakanovista.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Ritmi di allenamento impressionanti per un’atleta impegnata per ben 7 ore al giorno di allenamento che possono arrivare anche a 10 nei momenti di maggior impegno. Nuoto, esercizi di tecnica, allenamento, invenzione delle coreografie, ma anche danza classica e palestra, dal pilates ai pesi. Insomma una vita passata ad allenarsi: ma che risultato!!!&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Non le interessa rivendicare la fatica, le ore passate in palestra per reggere le sei gare che ha in programma, &lt;br /&gt;
«Per noi del sincro la sfida vera è reggere le ore di allenamento, una volta arrivate a gareggiare è discesa. Pensate che avevo 38 di febbre fino a qualche giorno fa» si riferisce ai giorni prima della gara di Roma 2009 « e l’ho archiviata. Figuratevi se mi faccio condizionare, non l’ho neanche sentita».&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
E’ proprio per la sua determinazione e forza di volontà, che spesso la portano anche a “lottare” per la scelta del brano da utilizzare nelle sue coreografie acquatiche; infatti Beatrice per la gara del singolo libero dove ha vinto la sua medaglia di bronzo, avrebbe preferito una colonna sonora diversa: «Everybody hurts» dei Rem!, per questo: «ho discusso sulla &amp;quot;Tosca&amp;quot;, proprio non mi andava, » ma accetta di preparare l’esercizio sulla Tosca, «perché siamo in Italia, ci voleva un omaggio e poi è più semplice per i giudici, so che in realtà adesso devo ringraziare chi me l’ha imposta»; ma molto probabilmente anche dall’alto del podio i Rem le sembravano meglio!&lt;br /&gt;
Come ogni atleta o comunque personaggio famosi, si ritrova ad essere sotto gli occhi della gente, ma con un piccolo particolare: &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Con la divisa dell’Italia, la camminata elegante e le spalle larghe, la prendono sempre per una delle azzurre del nuoto. Adesso che ha un bronzo al collo ha una sola richiesta: «Sarebbe bello se smettessero di scambiarmi un po’ per chiunque, per carità è un onore, ma vorrei avere un nome anche io!».&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
'''...per quanto riguarda il nuoto sincronizzato?'''&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Non si può parlare di questa atleta senza però fare un minimo di accenno al suo medagliere personale, elencando le vittorie che Beatrice ritiene le più significative ed importanti per la sua carriera:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
* il terzo posto ai campionati italiani nel 2000 a Roma;  &lt;br /&gt;
* il mio primo singolo con la Nazionale juniores premiato con l'argento agli Europei di Osweicim nel 2004;&lt;br /&gt;
* il settimo posto nel singolo tecnico ai Mondiali di Melbourne 2007 &lt;br /&gt;
* il settimo posto con Giulia Lapi alle Olimpiadi di Pechino 2008 con un esercizio che valeva un piazzamento migliore&lt;br /&gt;
* e poi gli storici risultati dei Mondiali di Roma 09&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come accennato in precedenza, Beatrice proprio in questi giorni ha deciso di lasciare la sua carriera agonistica per proseguire gli studi.&lt;br /&gt;
Molto probabilmente non sarà un distacco completo da una delle passioni che più ama, infatti ha dichiarato:&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
«Mi piacerebbe contribuire ad accrescere il nuoto sincronizzato e collaborare con la mia società, il Nord Padania, magari costruendo percorsi alternativi, esercizi ancora mai visti».&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nonostante la scelta di Beatrice, che segnerà fortemente il sincro, il vero marchio che dovrà essere da stimolo per le altre atlete, è stata la sua dimostrazione che: pure avendo davanti la Russia, considerata la padrona della disciplina, e la Spagna, una nazione che ha investito nel sincronizzato, si può uscire dalla zona d’ombra.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Adelizzi_Beatrice&amp;diff=228</id>
		<title>Adelizzi Beatrice</title>
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		<updated>2016-05-23T09:52:24Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Beatrice è nata l’ 11 novembre del1988, a Monza.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Abbraccia il mondo sportivo molto presto, ma al contrario di quanto si possa pensare non inizia subito con il sincronizzato, ma con il nuoto. All’ età di 8 anni decise di cambiare dopo avere provato, così per curiosità, questa disciplina e non l’ ha più lascita:&lt;br /&gt;
«Del sincronizzato mi è sempre piaciuto il lato artistico», spiega, «molto vicino alla danza, oltre al lavoro di ricerca personale e di perfezionamento dei movimenti. È uno sport che richiede tanta passione, determinazione e abnegazione. E' totalizzante; più dà, più richiede. »&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Attualmente è iscritta alla facoltà di chimica, e per poter terminare gli studi, Beatrice ha deciso di lasciare il nuoto  sincronizzato per dedicarsi maggiormente a quest’ altro obiettivo della sua vita.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Scelta sicuramente sofferta, specialmente dopo la sua medaglia di bronzo; ma nonostante ciò continua verso la sua scelta, consapevole prevalentemente del fatto che come ogni sport, considerato “minore” in Italia, non permette pur con dei successi di potersi mantenere, e quindi non vuole precludersi questa possibilità futura.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
'''Lo sport…'''&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Beatrice dimostra di essere una vera stakanovista.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Ritmi di allenamento impressionanti per un’atleta impegnata per ben 7 ore al giorno di allenamento che possono arrivare anche a 10 nei momenti di maggior impegno. Nuoto, esercizi di tecnica, allenamento, invenzione delle coreografie, ma anche danza classica e palestra, dal pilates ai pesi. Insomma una vita passata ad allenarsi: ma che risultato!!!&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Non le interessa rivendicare la fatica, le ore passate in palestra per reggere le sei gare che ha in programma, &lt;br /&gt;
«Per noi del sincro la sfida vera è reggere le ore di allenamento, una volta arrivate a gareggiare è discesa. Pensate che avevo 38 di febbre fino a qualche giorno fa» si riferisce ai giorni prima della gara di Roma 2009 « e l’ho archiviata. Figuratevi se mi faccio condizionare, non l’ho neanche sentita».&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
E’ proprio per la sua determinazione e forza di volontà, che spesso la portano anche a “lottare” per la scelta del brano da utilizzare nelle sue coreografie acquatiche; infatti Beatrice per la gara del singolo libero dove ha vinto la sua medaglia di bronzo, avrebbe preferito una colonna sonora diversa: «Everybody hurts» dei Rem!, per questo: «ho discusso sulla &amp;quot;Tosca&amp;quot;, proprio non mi andava, » ma accetta di preparare l’esercizio sulla Tosca, «perché siamo in Italia, ci voleva un omaggio e poi è più semplice per i giudici, so che in realtà adesso devo ringraziare chi me l’ha imposta»; ma molto probabilmente anche dall’alto del podio i Rem le sembravano meglio!&lt;br /&gt;
Come ogni atleta o comunque personaggio famosi, si ritrova ad essere sotto gli occhi della gente, ma con un piccolo particolare: &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Con la divisa dell’Italia, la camminata elegante e le spalle larghe, la prendono sempre per una delle azzurre del nuoto. Adesso che ha un bronzo al collo ha una sola richiesta: «Sarebbe bello se smettessero di scambiarmi un po’ per chiunque, per carità è un onore, ma vorrei avere un nome anche io!».&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
'''...per quanto riguarda il nuoto sincronizzato?'''&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Non si può parlare di questa atleta senza però fare un minimo di accenno al suo medagliere personale, elencando le vittorie che Beatrice ritiene le più significative ed importanti per la sua carriera&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
* il terzo posto ai campionati italiani nel 2000 a Roma;  &lt;br /&gt;
* il mio primo singolo con la Nazionale juniores premiato con l'argento agli Europei di Osweicim nel 2004;&lt;br /&gt;
* il settimo posto nel singolo tecnico ai Mondiali di Melbourne 2007 &lt;br /&gt;
* il settimo posto con Giulia Lapi alle Olimpiadi di Pechino 2008 con un esercizio che valeva un piazzamento migliore&lt;br /&gt;
* e poi gli storici risultati dei Mondiali di Roma 09&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come accennato in precedenza, Beatrice proprio in questi giorni ha deciso di lasciare la sua carriera agonistica per proseguire gli studi.&lt;br /&gt;
Molto probabilmente non sarà un distacco completo da una delle passioni che più ama, infatti ha dichiarato:&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
«Mi piacerebbe contribuire ad accrescere il nuoto sincronizzato e collaborare con la mia società, il Nord Padania, magari costruendo percorsi alternativi, esercizi ancora mai visti».&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nonostante la scelta di Beatrice, che segnerà fortemente il sincro, il vero marchio che dovrà essere da stimolo per le altre atlete, è stata la sua dimostrazione che: pure avendo davanti la Russia, considerata la padrona della disciplina, e la Spagna, una nazione che ha investito nel sincronizzato, si può uscire dalla zona d’ombra.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=COLLINELLI_ANDREA&amp;diff=195</id>
		<title>COLLINELLI ANDREA</title>
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		<updated>2016-05-23T09:24:02Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Andrea Collinelli nasce a Ravenna il 2 luglio 1969 e rappresenta uno dei più importanti ciclisti su strada italiano specializzato nell’inseguimento con cui ad Atlanta riesce a vincere la medaglia d’oro portando l’Italia sul tetto del mondo. I continui sforzi di Colinelli vennero ripagati a metà degli anni 90’ con la vittoria della medaglia d’oro alle olimpiadi di Atlanta dove stabilisce anche il record durante i quarti di finale. Nonostante la vittoria olimpica egli non riesce mai a vincere un campionato mondiale individuale arrivando per ben due volte secondo ( 1995 e 1996) e una volta terzo nel 1997. Da sottolineare però le due vittorie arrivate nel campionato mondiale a squadre avvenute nel 1996 e nel 1997, oltre ad un terzo posto che risale al 1998. Nello stesso anno durante i mondiali di Bordeaux , conquistò anche la medaglia d’argento nell’americana affiancato dal compagno Silvio Martiniello. Al termine della sua carriera agonistica Colinelli entra a far parte del settore tecnico della nazionale italiana di ciclismo su pista ricoprendo anche il ruolo di commissario tecnico.&amp;lt;BR /&amp;gt; &amp;lt;BR /&amp;gt; &lt;br /&gt;
[https://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Collinelli Andrea Collinelli, Wikipedia]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=DI_CENTA_MANUELA&amp;diff=194</id>
		<title>DI CENTA MANUELA</title>
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		<updated>2016-05-23T09:22:25Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Manuela Di Centa, è nata il 31 gennaio 1963 a Paluzza, in provincia di Udine. La sua specialità in ambito olimpionico è lo sci di fondo, disciplina in cui vinse una medaglia in ognuna della gare in programma nei XVII Giochi olimpici invernali di Lillehammer del 1994. &lt;br /&gt;
La sua passione per questo sport nasce grazie al padre Gaetano, panettiere di notte, sciatore ed allenatore di giorno. Egli fu il mentore di Manuela, difatti alla tenera età di 4 anni le costruì il suo primo paio di sci di legno rossi e le insegno l’arte dello sciare. Anche suo fratello Giorgio e suo cugino mezzofondista Venanzio Ortis sono a loro volta atleti di alto livello. Il primo, carabiniere, gareggia con la nazionale, ed ha giá vinto 4  medaglie ai mondiali di sci e  anche un argento alle Olimpiadi. di Salt Lake City 2002 e 2 ori a Torino 2006. Il secondo è un ex atleta italiano di atletica leggera, vincitore di 2 medaglie nei Campionati europei del 1978. &lt;br /&gt;
Manuela esordì in Nazionale nel 1980, diciassettenne, dopo essersi messa in mostra nelle categorie giovanili; due anni dopo partecipò ai suoi primi Mondiali, Oslo 1982, ottenendo l'ottavo posto nella 5 km, mentre in quelli juniores della stessa stagione conquistò un argento.&lt;br /&gt;
In Coppa del Mondo ottenne il primo risultato di rilievo il 22 gennaio 1982 nella 5 km di Furtwangen im Schwarzwald (11ª), il primo podio il 13 gennaio 1989 nella 10 km a tecnica classica di Klingenthal (2ª) e la prima vittoria il 18 febbraio 1990 nella 15 km a tecnica libera di Pontresina.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1994 e nel 1996 si aggiudicò la Coppa del Mondo generale. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
In carriera partecipò a cinque edizioni dei Giochi olimpici invernali, Sarajevo 1984 (24ª nella 5 km, 28ª nella 10 km, 26ª nella 20 km, 9ª nella staffetta), Calgary 1988 (18ª nella 5 km, 20ª nella 10 km, 6ª nella 20 km), Albertville 1992 (12ª nella 5 km, 6ª nella 30 km, 10ª nell'inseguimento, 3ª nella staffetta), Lillehammer 1994 (2ª nella 5 km, 1ª nella 15 km, 1ª nella 30 km, 2ª nell'inseguimento, 3ª nella staffetta) e Nagano 1998 (21ª nella 5 km, 23ª nell'inseguimento, 3ª nella staffetta) &lt;br /&gt;
Prese parte anche a sei dei Campionati mondiali, vincendo sette medaglie:&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
-4 argenti (staffetta a Val di Fiemme 1991; 30 km, staffetta a Falun 1993; 30 km a Thunder Bay 1995)&lt;br /&gt;
-3 bronzi (5 km, 30 km a Val di Fiemme 1991; 5 km a Thunder Bay 1995)&lt;br /&gt;
Dopo la sua ultima partecipazione olimpica annunciò il suo ritiro dall’attività sportiva.  &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
                                          &lt;br /&gt;
Nel 1996 venne eletta presidente della Commissione italiana atleti, appena fondata dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano; due anni dopo divenne membro di diritto della Giunta e del consiglio nazionale del CONI. &lt;br /&gt;
In seno al Comitato olimpico italiano fu poi vicepresidente vicario dal 2005 al 2006 e in seguito, il 6 maggio 2009, fu eletta membro della Giunta esecutiva, con mandato quadriennale. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Eletta membro della Commissione atleti del Comitato Olimpico Internazionale nel 1998, divenne membro CIO nel 1999; rieletta nel2002, avrebbe mantenuto la carica fino alla scadenza del mandato, nel 2010, quando divenne membro onorario.&lt;br /&gt;
In occasione dei XX Giochi olimpici invernali di Torino 2006 è stata &amp;quot;sindaco&amp;quot; dei villaggi Olimpici. In questa edizione ebbe inolte l’onore e il privilegio nel portare la Bandiera Olimpica nello stadio assieme  ad altre grandi personalità come il Premio Nobel 2004 Wangari Muta Maathai of Kenya, Isabel Allende, Sofia Loren, Maria Mutola campionessa del Mozambico, e la pluricampionessa Olimpica e membro della C.I.O.  Nawal El Moutawakel dal Marocco.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Premiò inoltre come Oro Olimpico nei 50km sci di fondo il fratello Giorgio di Centa.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Oltre la sua carriera sciistica e dirigenziale, Manuela si è cimentata nel difficile sport della scalata.&lt;br /&gt;
Nel 2003 la Di Centa è stata la prima italiana a raggiungere la cima dell'Everest con l'ausilio di bombole di ossigeno, una scalata preparata attraverso altre cime quali diverse montagne italiane del gruppo dell'Ortles-Cevedale o il Monte Olimpo, per poi attaccare l’Ebrus( che con i suoi 5642 metri è la montagna più alta d’Europa), e trasferirsi quindi in Asia, in Cina e sull’Himalaya.&lt;br /&gt;
Infine Manuela Di Centa si è dedicata alla carriera politica, ed è tuttora componente della VII commissione (cultura, scienza e istruzione) in Parlamento.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=EVANS_CADEL.&amp;diff=191</id>
		<title>EVANS CADEL.</title>
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		<updated>2016-05-23T09:20:12Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Evans, Cadel.  Dopo diversi anni di carriera come biker (e due coppe del mondo di mountain bike, 1998-99), nel 2001 è passato al ciclismo su strada; i primi riconoscimenti sono arrivati un anno più tardi in occasione del Giro d’Italia (ha conquistato la maglia rosa nella tappa di Corvara in Badia). Fra il 2003 e il 2004 ha subito una serie di fratture che gli hanno impedito di partecipare al Tour de France e ai Giochi Olimpici di Atene, ma nel 2006 ha vinto il Tour de Romandie . Dopo aver conquistato la seconda posizione nel Tour de France 2007 e in quello del 2008, nel 2011 ha vinto la maglia gialla e nel 2013 ha ottenuto il terzo posto al Giro d'Italia.  &lt;br /&gt;
Curriculum professionale&lt;br /&gt;
st Tour de France 2011&lt;br /&gt;
1st Tour de Romandie 2006, 2011&lt;br /&gt;
1st Tirreno–Adriatico 2011&lt;br /&gt;
1st Giro del Trentino 2014&lt;br /&gt;
1st Critérium International 2012&lt;br /&gt;
1st Settimana Coppi e Bartali 2008&lt;br /&gt;
1st World Road Race Championships 2009&lt;br /&gt;
1st La Flèche Wallonne 2010&lt;br /&gt;
1st points classification, Giro d'Italia 2010&lt;br /&gt;
UCI ProTour 2007.&lt;br /&gt;
                                         &lt;br /&gt;
La scuola australiana è costantemente in crescita: d’altronde, questo paese, al pari solo della Gran Bretagna, ha colto prima degli altri da un lato l’importanza dell’integrazione tra strada  pista cross country ed altre discipline del ciclismo,insomma la cultura della multidisciplina sportiva .Non solo, essa ci insegna come tanti campioni che da lei provengono hanno una mentalita ’non legata al risultato subito ed a tutti i costi.Molti giovani Australiani e Cadel ne e’ un esempio; arrivano al successo a tarda eta, formandosi prima come uomini e poi come atleti, non  tralasciando mai gli aspetti legati alla fase di crescita giovanile nello sport,cercando sempre e costantemente i giusti equilibri tra famiglia allenamento e vita sociale.Proprio per questo,questa mentalita’ ha portato gli Australiani ad un salto di qualita’ notevole ne ciclismo e non solo.L’importanza che danno al bambino che approccia allo sport e’ veramente qualcosa di fantastico,sanno benissimo come i agazzi si divertono nel fare sport e non gli pongono mai obbiettivi a breve termine,ma fanno fare loro un percorso propedeudico di formazione,che parte appunto da un concetto educativo di base per poi passare senza fretta alla fase agonistica dello sport,sbagliando raramenti i tempi per la loro formazione di uomini ed atleti.  L’utilizzo di una serie di metodologie di allenamento estremamente scientifiche, precise, dettagliate, con le quali nulla è lasciato al caso viene poi seguito con impegno certosino dai ragazzi e ragazze,i quali apprendono i concetti con estrema facilita’ perche’ gia’ formati da questa scuola non solo di sport ma anche di vita.&lt;br /&gt;
Ho avuto il piacere di conoscere personalmente Evans nel centro di ricerche sportive di Milano e posso confermare le sue qualita’ di uomo,di padre e soprattutto di campione. Schivo, umile, trasparente,con un alto senso di umanita’ tanto da lottare fino all’inverosimile per l’adozione di un bambino Etiope. Coerente,rispettoso e fiducioso del proprio maestro di ciclismo…l’ Italianissimo (Aldo Sassi),fino al punto di seguirlo ciecamente nel progetto di vittoria del Tour de France. Consapevole umile e per niente affranto quando trentacinquenne annucio’ il ritiro dalle corse.Questo sta’ a significare il grado di maturazione umana e sportiva di Cadel Evans..un piccolo grande uomo.&lt;br /&gt;
« Io, per principio, non mi ritiro. Io, sulla bici, piuttosto ci muoio. Non è proprio così, è solo un modo di dire, ma è la passione della mia vita. Se parto, voglio sempre arrivare. Meglio primo. Ma piuttosto ultimo. »&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Filippi_alessia&amp;diff=190</id>
		<title>Filippi alessia</title>
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		<updated>2016-05-23T09:19:51Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Alessia Flippi OMRI ('''Roma, 23 giugno 1987''') è una nuotatrice italiana, ha iniziato la carriera nelle specialità del dorso e dei misti, per poi raggiungere i migliori risultati negli 800m e 1500m stile libero. Inizia a nuotare a tre anni. Le prime vittorie nelle  categorie giovanili le raggiunge sotto la guida dell’allenatore '''Riccardo Pontani'''. Nel 2000 passa in prima squadra all’ Aurelia Nuoto con Cesare Butini che la porterà alla convocazione in nazionale assoluta. Alle sue prime olimpiadi di Atene 2004 si piazza  sedicesima nei 400 misti, ma la fama internazionale arriverà nel 2005 con l’oro nei 400 misti ai '''Giochi del Mediterraneo''', inieme al record italiano e l’oro nei 200 dorso. Sempre nel 2005 arriverà quinta nella finale  dei 200 dorso ai mondiali di Montrèal. A fine anno effettua anche  il tesseramento militare pur  senza lasciare il suo club e si trasferisce per allenarsi al centro sportivo della guardia di finanza, dove troverà un nuovo tecnico, Andrea Palloni. '''A marzo 2006''', ai mondiali di nuoto in vasca corta di Shanghai vince l’argento nei 400 misti stabilendo il nuovo '''record italiano'''. Ancora medaglie ai campionati europei di Butapest dello stesso anno: oro nei 400 misti con la prima prestazione mondiale del 2006  quarta prestazione mondiale di sempre. Sarà la prima donna italiana a '''vincere l’oro in un campionato europeo'''. Poi arriva il brozo con record italiano nei 200 misti. Nel 2007 rompe con la guardi di finanza e torna stabilmente la '''squadra dell’ Aurelia''' Nuoto, dove si allenerà con Cesare  Butini, sotto la supervisione tecnica del '''CT Alberto Castagnetti'''. I mondiali di quell’anno svoltisi a Melbourne a csa di un virus che la colpisce poco tempo prima, impedendoke di allenarsi e costringendola a portare un programma ridotto, non sono brillanti e ottiene come  miglior risultato l’ottavo posto nella finale dei 200 dorso.&lt;br /&gt;
Il  16 luglio 2008 ai campionati italiani stabilisce il nuovo record  europeo dei 1500m stile libero (e terza prestazione mondiale di tutti i tempi), con il tempo di 15:52.84&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Alle   '''Olimpiadi di Pechino''' si piazza quinta nei '''400 misti''' e, il 16 agosto, conquista l’argento olimpico negli 800m  '''stile libero''', migliorando  il suo record italiano con il tempo di '''8:20.23'''&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Ghella_Mario&amp;diff=188</id>
		<title>Ghella Mario</title>
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		<updated>2016-05-23T09:18:58Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;campione Olimpico ciclismo su pista&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Londra 1948&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mario Ghella, da partigiano a campione Olimpico&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Mario Ghella, nasce il 23 Giugno del 1929 a Chieri piccolo paesino alle porte di Torino. Quei pochi chilometri che separavano Chieri da Torino per la precisione dodici, che venivano percorsi ogni giorno per   raggiungere l’istituto tecnico industriale sono stati cruciali per Mario Ghella. Andando alla massima velocità per non arrivare in ritardo a scuola e imparando a “scattare”, riuscendo a passare da zero a 60 Km/h in 12-13 secondi, per attaccarsi alle targhe delle macchine e così riposarsi, hanno fatto nascere in lui la passione per la bici. Cosi Mario Ghella fin dall’età di 15 anni si è specializzato nella velocità.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Le condizioni delle infrastrutture ai tempi in cui cominciò ad allenarsi, durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale, di certo non erano ottimali. Le piste in Italia erano molto poche e a Torino vi era un solo velodromo e quindi fui obbligato a fare anche strada.&lt;br /&gt;
La prima vittoria su circuito di Mario fu a Marrakech in Marocco, poi vinse il Gran Premio di Danimarca e di Parigi, dove conobbe Rossi di Montalera amministratore delegato dell’allora Martini &amp;amp; Rossi, oggi meglio conosciuta semplicemente come “Martini”, che ha ancora oggi la sua sede più importante proprio a  Chieri, rappresentando così il marchio in numerose gare in Nord Africa: Tunisi, Casablanca, Algeri, Tripoli.  &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nelle Olimpiadi vinte da Ghella, essendo le prime dopo la guerra, la nazionale italiana aveva poche risorse economiche. Non avevano né le ruote, né le gomme buone. E in qualche caso lo spirito di solidarietà fra gli atleti superò la rivalità. La squadra azzurra infatti frequentava molti sudamericani che partecipavano alle Olimpiadi e con loro avevamo instaurato un rapporto di amicizia. Mario concorse con l’allora campione venezuelano Julio Cesar León ai quarti di finale battendolo.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Dopo la gara, il ciclista vinto andò verso Ghella e fece un gesto inaudito: gli propose di usare le sue gomme per la finale. Ovviamente l’azzurro non ci pensò due volte ed accettò. Nell’ultima prova concorse con l’allora campione del mondo, un “baronetto”, il britannico Reginald Harris. Riuscì a vincere le prime due competizioni contro di lui e così non si svolse neanche la terza, aggiudicandosi la medaglia d’oro. Fece un buon tempo considerando la non  alta qualità della pista, sicuramente le gomme furono di grande aiuto, pesavano solo 250 grammi, erano tubolari di seta  molto leggere. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Oggi la sua maglia di quella vittoria, contrassegnata dal tricolore, la bandiera iridata e i cinque cerchi olimpici, è conservata presso la Madonna del Ghisallo, a Magreglio nel comune di Como.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Come afferma lo stesso Ghella, quando si corre su pista i dettagli sono fondamentali, l’esito di una gara dipende, oltre che dalla qualità dello sportivo, anche dalla parabola del velodromo, dalla bicicletta e dall’abbigliamento. Oggi i corridori fanno tempi più brevi rispetto a quando gareggiavo io, perché le bici, composte da titanio, alluminio o fibra, sono molto più leggere e i vestiti di materie plastiche permettono una migliore penetrazione nell’aria. Per poter osservare le novità di questo sport, Ghella desidera recarsi alle Olimpiadi del 2012 che si svolgeranno ancora una volta a Londra, nella stessa città in cui vinse sessantadue anni fa.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
È convinto inoltre che il ciclismo, oltre a beneficiare delle nuove tecnologie, è anche uno degli sport che più soffre delle conseguenze delle invenzioni moderne. Il doping, per cui sono stati sanzionati tanti atleti negli ultimi anni, è uno degli effetti negativi. Oggi le capacità individuali hanno un valore minore rispetto ai suoi  tempi. Nelle competizioni entrano in gioco tanti soldi che inquinano lo sport, incidendo sulle decisioni dei corridori, dei patrocinanti e delle squadre nazionali. Le istituzioni, come il CONI nel caso dell’Italia, hanno il compito di coltivare i valori atletici. Poi citando uno dei più grandi scienziati della storia, Archimede, afferma con rassegnazione: “L’uomo è ignobile e grossolano, la sua etica viene inquinata molto facilmente”.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Negli anni dell’adolescenza e della guerra Ghella fu partigiano. Il suo ruolo era rifornire gli uomini della Resistenza che si nascondevano nelle colline della provincia di Torino di armi e di mezzi trasporto. In quegli anni vi era una grande carenza di benzina e spesso i partigiani non riuscivano ad approvvigionarsi. Così si ingegnò e inventò il primo motore che usava un bio-combustibile: la grappa. Poi costruii un motore composto da due cilindri che funzionava con il gas prodotto dalla combustione del legno.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il ciclista-inventore girò per quasi tutti i continenti del mondo gareggiando oltre che in Europa, in Australia, in Africa e in Sudamerica. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
All’età di 29 anni decise di stabilirsi in Venezuela, fra i motivi della scelta di questo paese vi era anche l’invito del suo amico venezuelano León, il ciclista che gli aveva prestato le gomme per gareggiare a Londra. A Caracas fondò una fabbrica di biciclette e un’impresa di decorazione di interni.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
La nuova sfida di Ghella all’età di 82 anni è di progettare la migliore casa ecologica per il maggior numero di persone. Questo l’obiettivo nobile di Mario Ghella: risolvere il problema delle “barrios” che si inerpicano sulle colline delle città venezuelane e aumentare la qualità di vita della gente. Fin dai primi anni dell’adolescenza con l’invenzione del primo bio-combustibile, l’ex ciclista italo-venezuelano si è ingegnato per mettere a punto un motore pulito che rispetti l’ambiente. Oggi sulla base delle scoperte pregresse ha progettato una “casa nuova” che si caratterizza per due elementi: il minor costo di costruzione e manutenzione e minor inquinamento.&lt;br /&gt;
Ghella si definisce discepolo di Archimede poiché lo scienziato di Siracusa fu il primo nella storia a utilizzare l’energia solare: si dice infatti che riuscì a respingere l’invasione dei romani in Sicilia incendiando le loro imbarcazioni con uno specchio ustore. E la scelta del titolo dell’ultimo progetto delle abitazioni sostenibili di Ghella si intitola “Duemilatrecento” proprio perché sono trascorsi più di due secoli dalla nascita del grande matematico dell’antichità.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Sul tavolo di legno Ghella ha disposto tutti i modelli delle sue ultime creature: torri, turbine, macchinari, edifici. Ogni pezzo è stato costruito dalle sue mani ormai rugose, ma sempre pazienti e precise nell’eseguire il lavoro. “Ha progettato dei condomini da costruire su dei piani terrazzati sulla collina che si trova al km 14&lt;br /&gt;
della strada Caracas-La Guaira. Tutti gli appartamenti saranno autonomi e funzioneranno sfruttando unicamente l’energia naturale” racconta facendo muovere delicatamente i marchingegni da lui inventati.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Ghella spiega che la torre che genera l’energia per tutti i condomini si troverà sulla cima della collina.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
A questa nuova generazione di abitazioni sarà garantita elettricità, acqua, sicurezza e mezzi di trasporto senza utilizzare energie esterne. La prima sarà prodotta dal generatore e la seconda dal condensatore sempre della torre. L’acqua inoltre verrà riscaldata con l’energia solare raccolta dalle vecchie tubature di impianti petroliferi che saranno disposte sul tetto” afferma giustificando il suo progetto con dati matematici. L’ex corridore ha pensato proprio a tutto: anche a utilizzare i rottami di vecchie industrie che altrimenti rimarrebbero abbandonati nelle campagne.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Adesso sta costruendo un modello sia di una cabinovia per trasportare gli abitanti fino agli immobili in cima alla collina, sia di una gru scavatrice per costruire gli edifici”. La sicurezza, infine, si otterrebbe attraverso la trasparenza degli spazi pubblici e l’eliminazione di vicoli, muri e ripari presenti nei “barrios”. Tutto il complesso 2300 sarebbe sorvegliato da un vigilante meccanico che volerebbe in un girocoptero”.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Lo sguardo dell’ex campione olimpico arriva lontano, riesce a scrutare il futuro proiettandosi al di là di ciò che la maggior parte delle persone immaginano. Vuole trovare soluzioni concrete ai problemi attuali della società, come la perdita delle abitazioni dovuta alle recenti inondazioni che hanno colpito migliaia di venezuelani. Vuole che al più presto venga costruito un tunnel per evacuare l’acqua piovana che si accumula nella capitale, altrimenti dice gli smottamenti aumenteranno.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
L’uomo dai capelli bianchi, ormai ottantaduenne, dal portamento deciso e gli occhi illuminati dalla saggezza non è solo un inventore, ma è anche un conoscitore della storia e un’artista. Così provano le sculture esposte nel salone, fra queste vi è la moneta con il volto di Carlo Magno che mostra il lato poco conosciuto dell’imperatore o l’altro lato della medaglia: l’uomo che dispose la deportazione di migliaia di persone.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Con l’obiettivo di sperimentare i suoi progetti carichi di lungimiranza e sensibilità per le problematiche dei più deboli, Ghella è alla ricerca di un finanziatore o di un imprenditore che metta a disposizione uno spazio della propria fabbrica per realizzare i suoi progetti lungimiranti.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Vittorie più importanti per Mario Ghella:&lt;br /&gt;
•	Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra 1948&lt;br /&gt;
•	Campione del mondo dilettanti Amsterdam 1948&lt;br /&gt;
•	Campione italiano pista dilettanti 1945-46-47-48&lt;br /&gt;
•	Campione italiano pista individuale elitè 1951&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Amanar_Simona&amp;diff=185</id>
		<title>Amanar Simona</title>
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		<updated>2016-05-23T09:17:04Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Nata a Costanza il 7 Ottobre '''1979''', alta 1,70 m per 50 kg di peso, è stata una delle più importanti e valide esponenti della Ginnastica Artistica Romena.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La sua punta di diamante era il salto del cavallo, ma riuscì a distinguersi egregiamente  anche nel corpo libero e nel concorso generale, acquisendo numerosi riconoscimenti individuali e contribuendo a ottimi piazzamenti della Nazionale Romena. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inizia la sua carriera sportiva nel '''1994''' nella nazionale senior romena, vincendo la medaglia d’oro ai Campionati Mondiali e agli Europei. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel '''1995''' invece, inizia a farsi conoscere come atleta individuale, meritandosi la medaglia d’argento nel Concorso Generale, e l’oro al volteggio e corpo libero.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il '''1996,''' fu un anno molto importante per la carriera sportiva della ginnasta, fu proprio in quest’anno che Simona riuscì ad approdare alle Olimpiadi di Atlanta. &lt;br /&gt;
Tuttavia, il suo esordio non fu dei migliori,la ginnasta  infatti cadde dalla trave, ma comunque riuscì ad ottenere ottimi risultati vincendo nelle altre finali ad attrezzo l’argento al  corpo libero, l’oro al volteggio e il bronzo con la squadra nazionale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Negli anni successivi, precisamente nel '''1997''',ai Mondiali , riesce a conquistarsi la medaglia d’argento alle parallele e vince il titolo al volteggio rimanendo imbattuta per due anni consecutivi.&lt;br /&gt;
Sempre in questo anno, la Romania vince il terzo titolo a squadre consecutivo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel '''1998''' la ginnasta, partecipa al campionato Italiano di serie A1 con la ginnastica artistica Lissonese. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1999 partecipa ai Campionati Mondiali e vince il quarto titolo a squadre consecutivo e finisce il suo ultimo Mondiale conquistando una medaglia d’argento al corpo libero, medaglia mai vinta prima dall’atleta in un Mondiale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il '''2000''' fu un altro anno molto importante per Simona, sia perché partecipò alle olimpiadi di Sidney, sia perché questo anno segnò la fine della sua carriera sportiva.&lt;br /&gt;
In queste Olimpiadi, la Romania vinse il titolo a squadre e conquistò il primo oro dal '''1984'''. Simona durante la gara, si posiziona seconda al volteggio dietro Andreea Raducan, che venne poi squalificata per doping, con il successivo ritiro della medaglia, la quale fu assegnata a Simona Amânar , che la accettò dichiarando che “ apperteneva comunque al popolo romeno” e sempre durante questa dichiarazione, annunciò il suo ritiro dall’attività agonistica.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella sua carriera ha collezionato complessivamente: 3 medaglie d’oro, una d’argento e 3 di bronzo nelle due diverse edizioni delle Olimpiadi, cui vanno aggiunte le 6 medaglie d’oro e le 4 d’argento conseguite ai Campionati del Mondo e infine, le 6 medaglie d’oro , 3 d’argento e una di bronzo vinte ai campionati d’Europa.&amp;lt;BR/&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
                     ORO	             ATLANTA 1996	              VOLTEGGIO&lt;br /&gt;
                     ORO	              SIDNEY 2000	              SQUADRE&lt;br /&gt;
                     ORO	              SIDNEY 2000	              INDIVIDUALE&lt;br /&gt;
                   ARGENTO	             ATLANTA 1996	              CORPO LIBERO&lt;br /&gt;
                    BRONZO	             ATLANTA 1996	              INDIVIDUALE&lt;br /&gt;
                    BRONZO	             ATLANTA 1996	              SQUADRE&lt;br /&gt;
                    BRONZO	              SIDNEY 2000	              CORPO LIBERO&amp;lt;BR/&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
                   ORO	          DORTMUND 1994	                        SQUADRE&lt;br /&gt;
                   ORO	               SABAE 1995	                SQUADRE&lt;br /&gt;
                   ORO	               SABAE 1995	                VOLTEGGIO&lt;br /&gt;
                   ORO	           LOSANNA 1997	                        SQUADRE&lt;br /&gt;
                   ORO	           LOSANNA 1997	                        VOLTEGGIO&lt;br /&gt;
                   ORO	             TIANJIN 1999	                SQUADRE &lt;br /&gt;
                 ARGENTO	           SAN JUAN 1996	        VOLTEGGIO&lt;br /&gt;
                 ARGENTO	           LOSANNA 1997	                INDIVIDUALE&lt;br /&gt;
                 ARGENTO	           LOSANNA 1997	                VOLTEGGIO&lt;br /&gt;
                 ARGENTO	           LOSANNA 1997	                CORPO LIBERO&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
                    ORO	         BIRMINGHAM 1996	                SQUDRE &lt;br /&gt;
                    ORO	         BIRMINGHAM 1996	                VOLTEGGIO&lt;br /&gt;
                    ORO	         BIRMINGHAM 1996	                PARALLELE&lt;br /&gt;
                    ORO	    SANPIETROBURGO 1998	                        SQUADRE&lt;br /&gt;
                    ORO	              PARIGI 2000	                VOLTEGGIO&lt;br /&gt;
              ARGENTO	    SANPIETROBURGO 1998	                        INDIVIDUALE&lt;br /&gt;
              ARGENTO 	    SANPIETROBURGO 1998	                        VOLTEGGIO&lt;br /&gt;
              ARGENTO	              PARIGI 2000	                TRAVE&lt;br /&gt;
               BRONZO 	    SANPIETROBURGO 1998	                        TRAVE&lt;br /&gt;
               BRONZO	    SANPIETROBURGO 1998	                        CORPO LIBERO&lt;br /&gt;
               BRONZO	              PARIGI 2000	                SQUADRE&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=KLOSE_MIROSLAV&amp;diff=151</id>
		<title>KLOSE MIROSLAV</title>
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		<updated>2016-05-23T08:54:38Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
Attaccante, nato a Opole in Polonia il 9 giugno 1978, è un calciatore polacco naturalizzato tedesco. Il suo nome originario è Mirosław Marian Kloze. E' alto m 1,82 e pesa kg 74.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il padre Josef Klose è stato calciatore professionista che ha giocato anche in Prima Divisione francese mentre la madre è stata per diversi anni portiere della Nazionale polacca di pallamano. Inizia nelle giovanili tedesche con la maglia dell'Homburg. Trasferitosi al Kaiserslautern, esordisce in Bundesliga dopo un ottimo periodo nella squadra riserve. Titolare nel Kaiserslautern, alla fine della sua prima stagione nella massima serie è convocato in Nazionale, con la quale esordisce nel 2001 contro l'Albania. Dopo altre due stagioni al Kaiserslautern, nel 2004 viene ceduto al Werder Brema. Nel suo primo campionato si classifica quinto nella classifica dei cannonieri. L'anno seguente, ottiene il secondo posto col Werder e il titolo di capocannoniere con 25 reti, nonché la Coppa di Lega tedesca. Con la selezione tedesca partecipa al campionato del mondo 2002, raggiungendo la finale. Nel torneo mette a segno 5 reti, che gli valgono il secondo posto nella classifica cannonieri dopo il brasiliano Ronaldo. Nel 2007 il Werder Brema lo cede al Bayern Monaco per 15 milioni di euro e la firma di un contratto quadriennale. Klose contribuisce, con 10 reti, alla vittoria della Bundesliga e della Coppa di Germania 2007/08. Nella stagione successiva Klose realizza 10 reti, ma la sua squadra resta all'asciutto di titoli. Si laurea campione di Germania per la seconda volta nel 2010. Segna una doppietta contro l'Argentina eguagliando, con 14 reti in una fase finale del campionato del mondo, il connazionale Gerd Müller.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Svincolatosi nel giugno 2011 dal Bayern Monaco, a causa di un litigio avuto con l’allenatore Van Gaal, scaturito dal fatto che quest’ultimo ritenendo che Miroslav non avesse le caratteristiche tecniche richieste, passa alla Lazio con un contratto biennale da 1,5 milioni a stagione. Nel suo primo anno alla Lazio colleziona 27 presenze e 12 reti in serie A, tra cui un gol molto significativo per la squadra e la tifoseria biancoceleste, ovvero quello fatto nel derby d’andata Lazio-Roma al 92esimo. Il 5 maggio 2013 realizza ben 5 reti nella gara contro il Bologna (6-0) ottenendo il record assoluto per un calciatore bianco-azzurro di marcature in una partita. Sempre nella stagione 2012/13 vinse la finale di Coppa Italia con la Roma.&amp;lt;br /&amp;gt; &lt;br /&gt;
Nella stagione 2012/13 gioca 29 partite e segna 15 reti in Campionato nonostante un infortunio che lo ha tenuto fuori squadra per diverso tempo.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nella stessa stagione vinse il premio fair play per la partita Napoli Lazio nella quale ammise di aver segnato un gol di mano.&lt;br /&gt;
Palmares:&lt;br /&gt;
Club	Werder Brema	Bayern Monaco	S.S. Lazio&lt;br /&gt;
Coppa di Lega tedesca	2006	2007	&lt;br /&gt;
Campionato tedesco&lt;br /&gt;
(Bundesliga)		2007/08&lt;br /&gt;
2009/10	&lt;br /&gt;
Coppa di Germania		2007/08&lt;br /&gt;
2009/10	&lt;br /&gt;
Supercoppa di Germania		2010	&lt;br /&gt;
Coppa Italia			2010&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Individuali	2002	2005/06	2006&lt;br /&gt;
Capocannoniere&lt;br /&gt;
(Bundesliga)		25 gol	&lt;br /&gt;
Capocannoniere&lt;br /&gt;
(Mondiali di calcio)			5 gol&lt;br /&gt;
Scarpa d’oro&lt;br /&gt;
(Mondiali di calcio)			1&lt;br /&gt;
All-Star Team&lt;br /&gt;
(Mondiali di calcio)	1		1&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Fragomeni_giacobbe&amp;diff=149</id>
		<title>Fragomeni giacobbe</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.wikisport.eu/index.php?title=Fragomeni_giacobbe&amp;diff=149"/>
		<updated>2016-05-23T08:53:57Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
FRAGOMENI GIACOBBE &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Giacobbe Fragomeni è un pugile professionista, nato il  13 Agosto 1969 a Milano, nel difficile quartiere periferico di Stadera. Sin da bambino la sua vita familiare è stata travagliata a causa dei  continui litigi e dissapori dei suoi genitori.&lt;br /&gt;
“Giaco”, come viene chiamato  da sempre dagli amici storici dello Stadera, da ragazzino giocava a calcio nell’oratorio della Chiesa Rossa. &lt;br /&gt;
Poco  più che adolescente, ha dovuto fronteggiare la dolorosa scomparsa  della sorella Letizia, morta di AIDS nel 1989, e del padre, violento e alcolista, morto l’anno seguente, e inoltre la dipendenza da alcol e droghe (per lui la droga era una compagna, come lui stesso afferma, doveva evadere dalle difficili situazioni familiari.) Alla morte della sorella rimase con la madre, unica vera persona di riferimento che aveva in famiglia. Giacobbe Fragomeni ha saputo rialzarsi grazie a chi gli vuole e gli ha voluto bene (a partire da Ottavio Tazzi che gli faceva da nonno, a Patrizio Oliva, che gli fa da padre). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È stato scoperto da Umberto Tazzi, detto anche “il Maestro dei Maestri”, che lo ha accolto nella palestra di San Babila e grazie al quale ha iniziato a saltare la corda a 20 anni; a 22 anni si era già battuto in una cinquantina di incontri.&lt;br /&gt;
La boxe è stata determinante per aiutarlo ad uscire dal tunnel e sfogare tutta la sua rabbia, le sue ansie, e le sue paure sul ring, e anche a metterlo in pace con il suo corpo, perdendo peso e sviluppando la muscolatura.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Tra le sue vittorie spicciano la medaglia di bronzo ai campionati mondiali di pugilato dilettanti del 1997 a Budapest e quella d’oro ai campionati europei di pugilato dilettantistico del 1998 a Minsk. Nel 2000 ha partecipato ai giochi olimpici della XXVII olimpiade di Sydney; proprio in quell’occasione dovette rientrare a casa per vedere un’ultima volta la madre che stava morendo.&lt;br /&gt;
Nel gennaio del 2003 ha indossato la prima maglia azzurra.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
All’età di 39 anni, il 24 ottobre del 2008 al Palalido di Milano, ha conquistato il titolo di campione del mondo WBC (World Boxing Council) dei pesi massimi leggeri, battendo il pugile ceco Rudolf Kraj ai punti (diventando l’icona vivente del riscatto per un quartiere di periferia; non a caso, il 22 Dicembre 2008 è stato onoreficiato del prestigioso Ambrogino D’Oro da Letizia Moratti che gli ha riconosciuto qualità di grande uomo oltre che di grande atleta).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La prima di difesa del titolo risale al 16 Maggio 2009, quando al Gran Teatro di Roma, ha pareggiato ai punti l’incontro col pugile polacco Wlodarczyk, detto “El Diablo”, e portando il suo record a 26-1-1 con 10 Ko. &lt;br /&gt;
    &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’incontro per la seconda difesa del titolo si è svolto il 22 Novembre 2009 contro il pugile ungherese Zsolt Erdei a Kiel il quale, campione nel 2004 dei mediomassimi WBO, abbandonò la categoria minore proprio per sfidare il campione italiano. Questo incontro finì con la vittoria di Erdei al quale pertanto Fragomeni dovette cedere il titolo. Ha perso lo scettro mondiale ma ne è uscito con onore. &lt;br /&gt;
     &lt;br /&gt;
La conseguenza più pesante di questa sconfitta sta nel fatto che il pugilato professionistico italiano non ha più di nuovo alcun campione del mondo, nel pur variegato e popolarissimo universo pugilistico professionistico. Il tarlo della sconfitta però, non lo ha fatto in alcun modo dubitare di sé, e crede e spera  di meritare la rivincita.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
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		<title>Fragomeni giacobbe</title>
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		<updated>2016-05-23T08:53:41Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
FRAGOMENI GIACOBBE &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Giacobbe Fragomeni è un pugile professionista, nato il  13 Agosto 1969 a Milano, nel difficile quartiere periferico di Stadera. Sin da bambino la sua vita familiare è stata travagliata a causa dei  continui litigi e dissapori dei suoi genitori.&lt;br /&gt;
“Giaco”, come viene chiamato  da sempre dagli amici storici dello Stadera, da ragazzino giocava a calcio nell’oratorio della Chiesa Rossa. &lt;br /&gt;
Poco  più che adolescente, ha dovuto fronteggiare la dolorosa scomparsa  della sorella Letizia, morta di AIDS nel 1989, e del padre, violento e alcolista, morto l’anno seguente, e inoltre la dipendenza da alcol e droghe (per lui la droga era una compagna, come lui stesso afferma, doveva evadere dalle difficili situazioni familiari.) Alla morte della sorella rimase con la madre, unica vera persona di riferimento che aveva in famiglia. Giacobbe Fragomeni ha saputo rialzarsi grazie a chi gli vuole e gli ha voluto bene (a partire da Ottavio Tazzi che gli faceva da nonno, a Patrizio Oliva, che gli fa da padre). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È stato scoperto da Umberto Tazzi, detto anche “il Maestro dei Maestri”, che lo ha accolto nella palestra di San Babila e grazie al quale ha iniziato a saltare la corda a 20 anni; a 22 anni si era già battuto in una cinquantina di incontri.&lt;br /&gt;
La boxe è stata determinante per aiutarlo ad uscire dal tunnel e sfogare tutta la sua rabbia, le sue ansie, e le sue paure sul ring, e anche a metterlo in pace con il suo corpo, perdendo peso e sviluppando la muscolatura.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Tra le sue vittorie spicciano la medaglia di bronzo ai campionati mondiali di pugilato dilettanti del 1997 a Budapest e quella d’oro ai campionati europei di pugilato dilettantistico del 1998 a Minsk. Nel 2000 ha partecipato ai giochi olimpici della XXVII olimpiade di Sydney; proprio in quell’occasione dovette rientrare a casa per vedere un’ultima volta la madre che stava morendo.&lt;br /&gt;
Nel gennaio del 2003 ha indossato la prima maglia azzurra.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
All’età di 39 anni, il 24 ottobre del 2008 al Palalido di Milano, ha conquistato il titolo di campione del mondo WBC (World Boxing Council) dei pesi massimi leggeri, battendo il pugile ceco Rudolf Kraj ai punti (diventando l’icona vivente del riscatto per un quartiere di periferia; non a caso, il 22 Dicembre 2008 è stato onoreficiato del prestigioso Ambrogino D’Oro da Letizia Moratti che gli ha riconosciuto qualità di grande uomo oltre che di grande atleta).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;
(la consegna dell’Ambrogino D’Oro)&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La prima di difesa del titolo risale al 16 Maggio 2009, quando al Gran Teatro di Roma, ha pareggiato ai punti l’incontro col pugile polacco Wlodarczyk, detto “El Diablo”, e portando il suo record a 26-1-1 con 10 Ko. &lt;br /&gt;
    &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’incontro per la seconda difesa del titolo si è svolto il 22 Novembre 2009 contro il pugile ungherese Zsolt Erdei a Kiel il quale, campione nel 2004 dei mediomassimi WBO, abbandonò la categoria minore proprio per sfidare il campione italiano. Questo incontro finì con la vittoria di Erdei al quale pertanto Fragomeni dovette cedere il titolo. Ha perso lo scettro mondiale ma ne è uscito con onore. &lt;br /&gt;
     &lt;br /&gt;
La conseguenza più pesante di questa sconfitta sta nel fatto che il pugilato professionistico italiano non ha più di nuovo alcun campione del mondo, nel pur variegato e popolarissimo universo pugilistico professionistico. Il tarlo della sconfitta però, non lo ha fatto in alcun modo dubitare di sé, e crede e spera  di meritare la rivincita.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
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		<title>Armstrong Lance</title>
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		<updated>2016-05-23T08:53:11Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Lance Armstrong è uno dei personaggi sportivi più in vista della storia del ciclismo.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Oltre ad essere un grandissimo atleta, forse il più grande, la caratteristica che rende “LE ROY AMERICAN” (come viene chiamato in Francia) unico ed inimitabile è la sua enorme forza d’animo ed il suo coraggio, frutto di una tremenda malattia che stava per stroncarlo ancor prima di spiccare il volo.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Lance Armstrong nasce a Plano nello stato del Texas , inizia la sua carriera all’età di 13 anni in uno degli sport più massacranti, il TRIATHLON.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
All’età di 16 anni decide di diventare un professionista e, conclusi gli studi, inizia la carriera sulle due ruote.&lt;br /&gt;
Gareggia nelle categorie dilettanti: gli sforzi e i risultati portano Lance a qualificarsi per i campionati mondiali juniores di Mosca 1989. Nel 1991 vince il campionato nazionale dilettanti e subito dopo passa nei professionisti.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1993 vince la medaglia d’oro ai mondiali di Oslo nella corsa in linea.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Non trascorre molto tempo e Lance vince il campionato nazionale professionisti. La sua stella brilla anche a livello internazionale:  vince qualche tappa al Tour de France e diverse vittorie al Tour du Pont. In breve raggiunge la cima delle graduatorie mondiali. Nel 1996 è lui il numero uno: guida la squadra ciclistica ai giochi olimpici di Atlanta.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
La sua carriera, e soprattutto la sua vita, vengono messe a dura prova nel 1996 quando gli viene diagnosticato un tumore ai testicoli e, come ha sempre ricordato nel tempo, gli viene dato il 50% di possibilità di morire. Il cancro lascia in lui una profonda cicatrice fisica, ma anche emotiva: suo malgrado oggi Lance ricorda quel triste periodo della vita come “...la miglior cosa che mi sia capitata”.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Proprio da quella tremenda lotta contro il cancro (fortunatamente per lui e per tutto lo sport vinta) Lance trova nuova forza, non solo muscolare ma soprattutto mentale e psicologica, che lo porterà a vincere tutto il possibile su strada ed a cronometro. Nel 1998 sconfigge il cancro e nello stesso anno ritorna alle corse.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
La completa guarigione di Lance Armstrong, il ritorno alle corse ma i risultati scadenti lo portano a non avere più un team fino a quando la U.S. POSTAL non crede e scommette su di lui.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il suo ritorno alle corse non è dei più semplici, infatti partecipa e si ritira da una Parigi-Nizza. Lance anni dopo dichiara di essere tornato a gareggiare un po’ troppo presto.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Si ritira a Boone, nel North Carolina, dove con il suo allenatore svolge una settimana di durissimi allenamenti. È proprio durante questo ritiro che Lance torna ad amare la bicicletta e prova a ripartire.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
La gara che segna il ritorno alle corse e la svolta della sua carriera è il simbolo della sua vita, infatti vince la “Lance Armstrong Foundation Downtown Criterium”, svoltasi proprio nella sua città in Texas.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
La sua nuova forza, la volontà di essere il migliore ed uno specifico allenamento, unito alla cura maniacale di ogni particolare fa sì che, quando ormai tutti lo vedevano come un’ex promessa del ciclismo mondiale nel 1999 e fino al suo ritiro nel 2005, vince in sequenza 7 tour de France, 1 giro di Georgia, 2 giri di Svizzera, 2 giri del Delfinato ed è medaglia di bronzo nella gara a cronometro alle olimpiadi di Sidney 2000. Nel 2005 dichiara conclusa la sua carriera ma solo per pochi anni, infatti quest’anno è ritornato in pista per vincere il suo ottavo Tour de France e, finalmente, parteciperà all’edizione del centenario del giro d’Italia.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Armstrong resta, fino ad ora, il ciclista che più mi ha appassionato per il suo passo, per l’agilità in salita, per la forza a cronometro e per la sua grandissima forza di volontà.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Ricordo con estremo piacere e con grande carica quando, durante una decisiva tappa pirenaica al tour, nell’ultima salita, Lance rimase agganciato al cappellino di uno spettatore, cadde e perse contatto dagli altri. A quel punto il resto dei migliori rallentò per aspettare la maglia gialla che, dopo una fatica enorme riuscì, a tornare e scattò e staccò tutto il gruppo dei migliori senza nemmeno riprender fiato, dando una prova di forza fuori dal normale.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Lance Armstrong negli anni è stato spesso additato di far uso di sostanze dopanti e, dopo ogni competizione vinta, è stata sempre messa in risalto la sua malattia e come ha potuto effettuare una scalata che lo ha portato ad essere il migliore. Sotto questo punto di vista bisogna dire che Armstrong, in quanto cresciuto come atleta da triathlon, nei primi anni da professionista ha incontrato non pochi problemi in salita perché, a mio avviso, l’eccessivo sviluppo muscolare del tronco lo ha reso pesante e poco agile nelle grandi salite.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
La malattia, e soprattutto le cure chemioterapiche, hanno portato Armstrong a perdere tutto o quasi il suo tono muscolare, questo lo porterà in seguito a poter ricostruire il suo corpo che, aggiunto alla grandissima forza d’animo ed alle indubbie qualità genetiche del campione, lo porteranno negli anni seguenti al 1996 ad essere il campione che tutti oggi conosciamo e stimiamo.&lt;br /&gt;
Dopo aver parlato del grande campione è giusto parlare anche del grande uomo che è Lance Armstrong.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Dopo aver subìto e sconfitto la malattia Lance fonda la “LIVESTRONG Lance Armstrong Foundation” con l’obiettivo di mettere insieme le persone per combattere il cancro sapendo che l’unione è forza, la conoscenza è potere e l’atteggiamento è tutto. Dopo il suo ritiro nel 2005, a distanza di appena 3 anni Lance ritorna in gara ed in una breve conferenza stampa del 2008 afferma di essere tornato non tanto per la voglia di vincere l’ottavo Tour de France (comunque presente in un’atleta competitivo e agonista come lui) ma soprattutto per continuare a promuovere, far conoscere e dare una speranza a tutti coloro che lottano contro qualsiasi forma di tumore.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Da appassionato di ciclismo non posso che augurarmi e augurare a tutto il movimento nuova linfa dal ritorno di Armostrong, sperando che si possa mettere da parte tutto quello che negli ultimi anni ha infangato e rovinato questo fantastico sport per riappropriarsi della passione e del coinvolgimento del pubblico sempre più scettico ma comunque sempre vicino a quello che è lo “SPORT DI TUTTI”, perché come lo stesso Lance Armstrong dice: “sento la passione per quella macchina così semplice e così bella che è la bicicletta. L’ho sempre amata molto e proprio questo amore fa sì che io rispetti il ciclismo”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bibliografia&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-	“Non solo ciclismo. Il mio ritorno alla vita.” Lance Armstrong; Jenkins Sally; 2000.  Libreria dello sport.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
-	Wikipedia&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
-	[https://www.livestrong.org/ LIVE STRONG]&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
-	[https://www.lancearmstrong.com LANCE ARMSTRONG]&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Alboreto_Michele&amp;diff=108</id>
		<title>Alboreto Michele</title>
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		<updated>2016-05-23T08:39:19Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Michele Alboreto è stato un pilota automobilistico italiano. Trascorse buona parte della propria carriera in Formula 1 e fu l'ultimo italiano a vincere una gara alla guida di una Ferrari.  Pilota grintoso e abile nel fornire precise indicazioni ai suoi ingegneri, perse la vita sul circuito di Lausitzring. Alboreto nacque il 23 dicembre del 1956 a Milano. Il padre era un rappresentante, mentre la madre era un'impiegata comunale. Ottenuto il diploma di perito industriale cominciò a lavorare come operaio in una fabbrica. Fin dalla giovane età, però, era interessato al mondo delle corse e fece le sue prime esperienze guidando moto.  Nel 1976 prese parte al campionato di Formula Monza correndo per la Scuderia Salvati, al volante di una vettura costruita dal pilota stesso e da alcuni amici. Successivamente concluse quarto in classifica piloti e ottenne una vittoria che gli permise di esordire, a fine anno, anche in una gara di Formula 3, categoria in cui corse negli anni seguenti e dove vinse un mondiale nel 1980. Già al suo primo anno nella categoria concluse secondo, disputa nel 1981 il campionato europeo di Formula 2 alla guida delle vetture della Minardi. Nel frattempo gareggiò anche nella Endurance nella quale fu assunto dalla Lancia Corse, dal 1980 al 1982 ebbe occasione di disputare  corse alla guida di una Lancia Beta Montecarlo. Grazie ai buoni risultati ottenuti nelle formule minori ebbe l'occasione di debuttare in Formula 1 nel 1981 con il team di Ken Tyrrell, La scarsa competitività e affidabilità del mezzo impedirono, però, ad Alboreto di ottenere risultati utili. Non andò mai oltre il nono posto. Chiuse dunque la sua stagione in Formula 1 senza aver conquistato punti. Per il 1982 Alboreto venne confermato alla Tyrrell,  giunse sesto in Brasile e fu in grado di replicare il medesimo piazzamento anche a Long Beach. La buona serie di risultati lo catapultò all'attenzione di diverse scuderie, ma Ken Tyrrell non era disposto a privarsene, se non per cifre elevate. Enzo Ferrari riservò al pilota parole di stima sia dal lato professionale sia da quello umano, assicurandogli un posto nella sua squadra per il 1984.  Alboreto, rimasto colpito, ringraziò il costruttore, ma affermò di doversi soprattutto concentrare sulla stagione in corso. Due settimane più tardi, al Gran Premio di Las Vegas, colse il primo successo della sua carriera che gli permise di piazzarsi ottavo in classifica piloti con venticinque punti ottenuti. Nel 1983 la Tyrrell poté avvalersi di una buona dote economica, vista l'entrata della Benetton come sponsor della casa inglese. Lo stesso proprietario parecchio ottimista del team si dichiarò, lodando Alboreto e affermando che avrebbe potuto lottare per la vittoria del titolo. Nei fatti, però, la monoposto si dimostrò ben poco competitiva, soffrendo soprattutto il fatto di non avere un motore turbo, ma un aspirato, inferiore alla concorrenza, a fine stagione chiuderà dodicesimo. A fine stagione viene ufficializzato il suo passaggio alla Ferrari. Qui nonostante i buoni risultati ottenuti durante i test invernali e le elevate aspettative del pilota la stagione si rivelò nel complesso deludente, a fine stagione concluse al quarto posto in classifica piloti con 30,5 punti. Le premesse per il 1985 erano comunque buone, la vettura si dimostrava competitiva e veloce.  La stagione visse, nel complesso, di un lungo testa a testa con Prost, nel quale il milanese vinse a San Marino ed in Germania, ma il duello si concluse a favore del francese a causa, soprattutto, di un calo di affidabilità della Ferrari nelle ultime gare, dovuto all’introduzione di un nuovo motore. Quest'ultimo presentava problemi di surriscaldamento dovuti a un inadeguato impianto di recupero dell'olio e cominciarono a sorgere problemi alle turbine.  Alboreto, infatti, nelle ultime cinque gare non riuscì più a raggiungere la zona punti, venendo sempre costretto al ritiro. Nel 1986 venne presentata la nuova F1-86, che avrebbe dovuto affrontare la nuova stagione, ma all'esordio al Gran Premio del Brasile erano stati eseguiti solo pochi collaudi sul circuito di Fiorano e Alboreto stesso affermò di non poter fare una previsione sul comportamento della monoposto in gara. Problemi di affidabilità e di aderenza, rappresentarono infatti un limite sia per Alboreto sia per il suo compagno di squadra Stefan Johansson, In gara fu costretto al ritiro per un guasto all'impianto della benzina. La Ferrari individuò come causa dei continui guasti al motore le turbine prodotte dalla casa tedesca KKK, programmandone la sostituzione con le Garrett. I guasti continuarono e Alboreto era dato per partente a fine stagione, ma un secondo posto ottenuto al Gran Premio D’Austria fu un iniezione di fiducia, concluse al nono posto in classifica. Per la nuova stagione la Ferrari ingaggiò come compagno di squadra di Alboreto l'austriaco Gerhard Berger.  Il rapporto tra i due, inizialmente, non fu buono. Nonostante Alboreto venisse considerato prima guida, John Barnard, progettista della squadra, decise di curare direttamente soltanto la monoposto dell'austriaco. I primi test, però, non parvero dare risultati confortanti visto che Williams e Lotus fecero registrare tempi nettamente inferiori; concluse il mondiale al settimo posto in classifica. Nell’88’ la casa di Maranello era considerata tra le favorite nella lotta per il titolo e gli stessi  test invernali sembrarono dare ottime indicazioni. Nei fatti, però, la stagione venne dominata dalla McLaren, con i piloti Ayrton Senna e Alain Prost in grado di aggiudicarsi quindici gare su sedici, questo fu l’ultimo anno alla Ferrari perché egli fu sostituito da Mansell, a fine stagione così si accordò con la Tyrrell, unica scuderia in grado di assegnargli un posto per la stagione seguente. L’avventura con la casa britannica durò metà stagione a causa di dissidi dovuti al fatto che gli assegnarono la vettura dello scorso anno, egli rescisse il contratto e si accordò con la Larousse per guidare una delle sue vetture fino alla fine della stagione, dopo di che passo alla Arrows con la quale iniziò a correre dalla stagione successiva (1990). La vettura si rivelò già dall’inizio lontana dalle squadre di vertice e Alboreto non andò oltre un nono posto in Portogallo e chiuse la classifica piloti con 0 punti. Il 1991 fu ancora peggiore, l’Arrows adottò il motore Porsche ma quest’ultimo si rivelò di scarsa potenza tanto che il pilota milanese e il suo compagno di scuderia stentavano a qualificarsi. La squadra così tornò ad adottare un motore Ford, dopo ad una ferita ad una gamba che gli costarono 15 punti di sutura, Alboreto riuscì a finire solo due gare. Nel  1992 la Arrows passò ad un motore Mugen, inizialmente la stagione sembrava essere la fotocopia dell’anno seguente invece, dal Gran premio del Brasile Alboreto iniziò ad anellare risultati utili che si susseguirono in maniera consecutiva come sesto posto, quinto, settimo, chiuse decimo nella classifica piloti e fu quello che compì più chilometri durante l’anno (quota 4418). Nel 93’ passa alla Scuderia Italia ma non è una stagione degna di nota, non va oltre due undicesimi posti e chiude la classifica piloti con nessun punto iridato. La stagione 94 l’ultima in formula uno è caratterizzata dalla fusione della Scuderia Italia con la Minardi, ad Imola, in un Gran Premio funestato dalle morti di Senna e Ratzenberger, fu anch'egli protagonista di un grave incidente: mentre usciva dai box, dopo una sosta, perse una gomma a circa 140 km/h, ferendo tre meccanici della Ferrari, uno della Lotus e uno della Benetton, che vennero poi curati in ospedale.  Questo episodio portò Alboreto a rivolgersi alla FIA, al fine di spingerla a imporre un regolamento per limitare la velocità nella pit lane. Durante la stagione non ottenne risultati utili e a dicembre annunciò il ritiro dalla Formula uno  per passare al campionato tedesco DTM.  Oltre al campionato automobilistico tedesco  per il quale corse con l’Alfa Romeo, partecipò anche al campionato IMSA e gli anni seguenti alla 24 ore di Daytona, alle 12 ore di Sebring ma soprattutto alle 24 ore di Le Mans. In questa competizione corse con la Audi R8r e nel 2001 ottenne la sua ultima vittoria. Il 25 aprile 2001 morì in un incidente al Lausitzring, mentre effettuava i collaudi delle nuove Audi R8 Sport in preparazione della 24 Ore di Le Mans del 2001.  Alboreto era alla guida lungo un rettilineo, quando la sua auto uscì dal tracciato, colpì una recinzione e si capovolse oltre, dopo un volo di un centinaio di metri.  Secondo l'inchiesta il pilota italiano morì sul colpo a causa dello schianto, provocato dalla foratura dello pneumatico posteriore sinistro, e dai fatti gli investigatori supposero che né il pilota, né il circuito fossero responsabili per l'incidente. Rimpatriata la salma in Italia, i funerali si svolsero dopo tre giorni a Basiglio alla presenza di circa 1500 persone, dopodiché il corpo venne cremato a Milano.  Alboreto aveva vari interessi. Amante della musica, in particolare del blues, suonava il basso e, quando possibile, si intratteneva nei box a parlare con George Harrison. Seguiva poi diversi altri sport oltre alla Formula 1, tra cui lo sci, che praticava con i colleghi durante l'inverno, e il calcio. Il comune di Rozzano, dove è vissuto da adolescente, gli dedicò una piazza nel 2002.&amp;lt;br/&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sitografia: [https://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Alboreto Michele Alboreto Wikipedia]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Albarello_marco&amp;diff=101</id>
		<title>Albarello marco</title>
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		<updated>2016-05-23T08:36:16Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Marco Albarello, nato ad Aosta nel maggio del 1960, è stato uno dei protagonisti dell’epopea dello sci di fondo italiano degli anni ’80 e ’90, portando gli Azzurri a diventare leader di questa disciplina dopo anni di storico dominio dei Paesi nordici. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nato e cresciuto a Courmayeur, sulle piste della Val Ferret, di lui restano memorabili i successi individuali sia ai mondiali che alle olimpiadi. Ma negli occhi degli sportivi di tutto il mondo rimane di sicuro impressa l’ormai leggendaria medaglia d’oro conquistata a Lillehammer nel 1994 nella staffetta 10 km a tecnica classica quando l'Italia sconfisse allo sprint l’imbattibile Norvegia dell’immenso Bjørn Dæhlie. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
I suoi successi sportivi lo hanno portato a ricevere importanti onorificenze al merito dell’esercito italiano in quanto partecipava, con la Nazionale, alle Olimpiadi Invernali in Francia nel 1992 ed in Norvegia nel 1994.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
II più che lusinghiero successo, frutto di un'intensa preparazione, viene a coronare una lunga serie di importanti affermazioni sportive del Sottufficiale, ottenute in numerose competizioni, dimostrando così spiccate doti d'atleta non separate da una profonda serietà di preparazione raggiunta con quotidiana abnegazione.&amp;lt;br /&amp;gt; &lt;br /&gt;
Esemplare per dedizione allo sport, con tali brillantissimi risultati, contribuiva all'affermazione in ambito internazionale dei colori italiani, elevando al massimo grado l'immagine delle Forze Armate, per la sua tenacia i commilitoni e superiori lo chiamavano “il Sergente di Ferro”. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il Ministero della Difesa, alla luce delle sue prestigiose affermazioni lo insignì delle seguenti massime onorificenze: Ad Albertville (Francia), dal 13 al 18 febbraio 1992, per i successi ottenuti, venne insignito della meritata croce d’oro al merito dell’esercito per la seguente motivazione: “Sottufficiale atleta degli Alpini, dotato di eccezionali capacità tecniche e di elevato spirito di sacrificio, partecipava, con la Nazionale italiana, alle XVI Olimpiadi Invernali svoltesi ad Albertville (Francia), conseguendo nella specialità dello sci nordico ben due prestigiose medaglie d'argento. II più che lusinghiero successo, frutto di un'intensa preparazione, viene a coronare una lunga serie di importanti affermazioni sportive del Sottufficiale, ottenute in pretendenti competizioni, dimostrando così spiccate doti d'atleta non separate da una profonda serietà di preparazione raggiunta con quotidiana abnegazione. Esemplare per dedizione allo sport, con tali brillantissimi risultati, contribuiva all'affermazione in ambito internazionale dei colori italiani, elevando al massimo grado l'immagine delle Forze Armate”.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Per i successi ottenuti in LILLEHAMMER (NORVEGIA),  dal 12 al 27 febbraio 1994, insignito della croce d’oro al merito dell’esercito per la seguente motivazione: “Sottufficiale degli Alpini, atleta della Sezione Sci della Scuola Militare Alpina, componente della rappresentativa nazionale italiana che ha partecipato alle XVII Olimpiadi Invernali, conquistava una medaglia d'oro ed una di bronzo, rispettivamente, nella staffetta 4x10 Km e nella combinata 10 Km di sci di fondo, a riprova di perfetto connubio, di non comuni qualità fisiche e profondo spirito di sacrificio. Contribuiva, pertanto, al consolidamento dell'immagine della Nazione e dell'Esercito Italiano”. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Un altro importante merito gli è stato riconosciuto direttamente dal presidente della repubblica Carlo Azelio Ciampi, il quale conferì a Marco Albarello, il giorno 23 ottobre dell‘anno 2000 il titolo di “Commendatore Ordine al merito della Repubblica Italiana”.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
La tenacia e lo spirito sportivo sono stati i punti cardine della carriera sciistica di Albarello che ha militato nella squadra azzurra per 23 anni, 19 come atleta e gli ultimi 4 come aiuto allenatore della squadra di Coppa del Mondo e responsabile dei tecnici addetti ai materiali. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
In tutto questo tempo ha sempre avuto una vita difficile, gliel'hanno resa tale gli avversari, e questo era scontato, ma anche il primo allenatore nel quale si è imbattuto quando, a furor di risultati, è stato convocato nella nazionale maggiore. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Era il 1980 e Marco aveva vinto il campionato italiano juniores. Era considerato una grande promessa e lo aveva ripetutamente dimostrato, ma Ville Sadehariu, l'allenatore finlandese venuto in Italia dopo il magro bottino di medaglie riportato dagli azzurri alle Olimpiadi di Lake Placid, non crede in questo ragazzone che ha un solo torto, quello di dire in faccia ciò che pensa e senza tanti giri di parole. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Sadehariu, che è un tipo permaloso, non gli dà spazio e gli fa saltare prima i Mondiali di Oslo e poi le Olimpiadi di Sarajevo. Quattro anni amari, che avrebbero fatto andare fuori di testa chiunque ma non il testardo aostano che ingoia il rospo e continua a lavorare, convinto che il tempo avrebbe giocato a suo favore. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
È abituato a lottare, fin dall'infanzia quando, cresciuto come discesista, ha cominciato a darsi al fondo. Qui Albarello riesce ad usare il suo fisico possente (pesava infatti circa 80 kg per 187 cm) a suo favore e non fu più un “ostacolo” come lo era nella discesa libera, nella quale sono più adatti gli atleti longilinei. Ma, anche in questo caso, l’imponente fisico del “gigante di Courmayeur” (così i tifosi lo soprannominavano) fu un ostacolo, questa volta è il materiale tecnico che non regge il fisico di Albarello, troppo pesante per i nuovi sci, all’avanguardia sicuramente, ma non adatti alle doti fisiche del fondista italiano. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
A questo scompenso l’atleta italiano deve ovviare perfezionando al massimo la sua tecnica, seguito dagli allenatori della nazionale italiana. Perfezionata la tecnica e trovati gli sci adatti, confezionati dalla casa produttrice “Rossignol”, casa italiana con cui Alberello era legato e che aveva sempre seguito gli azzurri, con i materiali sempre molto performanti, infatti questi trova il giusto equilibrio ed inizia a far valere il suo talento. Negli anni seguenti infatti, il giovanissimo atleta, ottiene i risultati migliori della sua carriera come le grandi prestazioni alle olimpiadi invernali di Albertville (1992) e Lillehammer (1994) dove ottenne rispettivamente 2 medaglie d’argento nello sci nordico e una medaglia di bronzo nella staffetta 4x10 km ed una d’ oro nella 15 km di sci di fondo. &lt;br /&gt;
Eppure, malgrado le tante difficoltà incontrate, di medaglie ne ha vinte parecchie, militando nella squadra azzurra per 23 anni, di cui quattro come aiuto allenatore della squadra di Coppa del Mondo e responsabile dei tecnici addetti ai materiali. Si va dai 10 titoli italiani assoluti vinti nella 15 e nella 30 km (sempre a tecnica classica), ai 20 podi di Coppa del Mondo, alle 3 medaglie ottenute ai Campionati Mondiali Militari, all'argento nei Mondiali di duathlon. Le medaglie di maggior pregio sono ovviamente quelle olimpiche e mondiali. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Complessivamente, per un resoconto che non può non impressionare e prendere da esempio Marco come atleta, si può annotare che ha partecipato a 4 Olimpiadi e a 12 campionati del Mondo, ottenendo questi risultati: Olimpiadi: 1992, Albertville (Francia): argento nella 10 km Tecnica Classica (prima prova della combinata) e nella staffetta 10 km; 1994, Lillehammer (Norvegia): oro nella staffetta 10 km e bronzo nella individuale 10 km; 1998, Nagano (Giappone): argento nella staffetta 10 km. Mondiali: 1985, Seefeld (Austria): argento nella staffetta 10 km; 1987, Oberstdorf (Germania): oro nella individuale 15 km; 1993, Falun (Svezia): argento nella staffetta 10 km; 1995, Thunder Bay (Canada): bronzo nella staffetta 10 km. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Un &amp;quot;palmares&amp;quot; che pochi al mondo possono vantare, dopo i successi sportivi Marco Albarello diventa il direttore tecnico della nazionale nella specialità dello sci di fondo, avendo accumulato nella sua lunga carriera, esperienza e tecnica che può essere di enorme aiuto per le nuove leve della specialità. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
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		<title>Ailey alvin</title>
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		<updated>2016-05-23T08:34:20Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''AILEY ALVIN'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Alvin Ailey, ballerino e coreografo statunitense,  nacque a Rogers, in Texas, da madre diciassettenne, e sviluppò molto presto un interesse per l'arte. Suo padre abbandonò la famiglia quando Alvin aveva solo sei mesi e non mancarono seri problemi economici. Ailey crebbe in un periodo di segregazione razziale, di violenza e discriminazione contro gli afro-americani. Quando Ailey aveva cinque anni, la madre fu  violentata da un gruppo di uomini bianchi e ciò gli lasciò un traumatico ricordo.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1943 Alvin e la madre si trasferirono a Los Angeles e fu proprio lì che egli scoprì il &amp;quot;mondo&amp;quot; dell'arte contemporanea. Venne a contatto invece con la danza quando, studente delle scuole medie, andò con la scuola in gita ad assistere a uno spettacolo de “Les Ballet Russe de Monte Carlo”.&amp;lt;br /&amp;gt;                                                                                                                                                      Inizialmente prese lezioni di danza dalla coreografa Katherine Dunham e in seguito studiò con l'insegnante di Los Angeles Lester Horton.                                                                                                                                          Mentre studiava con Horton, Ailey seguiva all'università corsi di lingue romanze, frequentando la UCLA, il Los Angeles City College e la Berkeley. Il suo interesse per questo genere di studi era probabilmente il perché della sua attrazione per le coreografie di Horton, basate principalmente su dipinti di Paul Klee, poesie di Garcia Lorca, musiche di Duke Ellington e Stravinskij e anche temi Messicani. Quando però Horton morì nel 1953, il ventiduenne Ailey fu scelto per prendere il posto del suo mentore, diventando il direttore e il coreografo principale del Lester Horton Dance Theatre.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel giro di un anno coreografò tre balletti originali per la compagnia di Horton:  Creation of the World, According to St. Francis e Mourning Morning.  Nel 1954, lui e il suo amico Carmen De Lavallade furono invitati a New York per ballare nello spettacolo di Broadway  “Casa dei Fiori di Truman Capote” , interpretato da Pearl Bailey e Diahann Carroll. La scena di danza moderna di New York negli anni Cinquanta non era gradita a Ailey. Osservò le lezioni dei moderni contemporanei di danza come Martha Graham , Doris Humphrey e José Limón, sentì la danza di Graham &amp;quot;schizzinosa e strana&amp;quot; e detestava le tecniche sia di Humphrey e di Limón. Ailey  espresse disappunto per non essere in grado di trovare una tecnica simile a quella di Horton. Non trovando un mentore,  iniziò a creare opere di suo. Creò la sua compagnia nel 1958, composta principalmente da ballerini Afroamericani, e ne fu anche il direttore.&amp;lt;br /&amp;gt; &lt;br /&gt;
La sua compagnia rese popolare la danza moderna in tutto il mondo con svariati tour internazionali, promossi dal Dipartimento di Stato U.S.A..  Si pensa che proprio grazie a queste tournée il capolavoro coreografico di Ailey, “Revelations”, sia il più famoso e più apprezzato spettacolo di danza moderna.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Creò  79 balletti per se stesso e per ballerini di varie etnie. Si fermò nell’esibirsi  professionalmente nel 1965 per concentrarsi al massimo sulla coreografia.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
È stato commemorato con il cambiamento del nome della West 61st Street (tra la Amsterdam e la Columbus) a New York in &amp;quot;Alvin Ailey Way&amp;quot;; la sede della Alvin Ailey Dance Theater fu proprio al numero 211 della West 61st Street dal 1989 al 2005, quando fu trasferita in una struttura più grande e recente situata all'angolo tra la West 55th Street e la Ninth Avenue. Ad Ailey furono assegnati i Kennedy Center Honors nel 2005.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
L’Alvin Ailey American Dance Theatre è da cinquant’anni ai massimi livelli della danza mondiale. Ma dov’è il segreto di tanta fortuna e di tanta arte? Nella maggior parte dei casi, e in particolare se parliamo di danza, quando muore il genio,  ciò che viene dopo risulta difforme, incancrenito e svuotato dell’originale vitalità, perché una volta persa l’essenza, allievi e seguaci finiscono per aggrapparsi troppo rigidamente a delle regole formali.&amp;lt;br /&amp;gt;                                                                  Non nel caso di Alvin Ailey American Dance Theatre (AAADT), gruppo che ha saputo rinnovarsi anche sotto diverse direzioni artistiche, nell’arco di mezzo secolo, senza perdere la verve che ha caratterizzato il suo fondatore. “Quello che desidero — spiega in conferenza stampa Judith Jamison, attuale direttrice dell’AAADT — è che il pubblico colga, attraverso la nostra danza, la vera intenzione che animava Ailey, il quale ha sempre messo in primo piano il suo interesse per le persone e per la condizione umana in genere. Il suo desiderio di commuovere e di entrare in contatto diretto col pubblico è, ancora oggi, un nostro obiettivo fondamentale”. &amp;lt;br /&amp;gt;                                      È l’uomo stesso ad essere indagato attraverso la danza, attraverso una ricerca in profondità delle radici, per liberare la tecnica da ogni costrizione entro nitidi schemi teorici e a far così emergere il mondo, la vita in tutta la sua complessità. Per capire come Ailey sia riuscito a trasferire nella danza le sue intenzioni programmatiche è necessario guardare alla sua nascita come artista e ai suoi maestri. Ailey si innamora della danza giovanissimo; studia con KaterineDuham e Horton, entrambi esponenti di una danza che parte dallo studio dei riti tribali della tradizione afroamericana. L’incontro con Martha Graham — anche lei oppositrice della “danza d’école” che, contro ogni accademismo, lavora tutta la vita alla ricerca di uno stile proprio e di una spiritualità del gesto — è il naturale proseguo della sua formazione… &amp;lt;br /&amp;gt;                                                                L’attenzione per l’uomo si riflette nello studio di una danza alla ricerca delle radici nella cultura afro-americana e nella volontà di costituire un gruppo che si renda portatore dei valori della cultura black. I membri della compagnia sono tutti di colore. A conferma dell’interesse profondo di portare sul palco la sua cultura, nel 1960, Ailey compone Revelations — un viaggio dentro la musica Gospel, la segregazione, la liberazione, la spiritualità e la gioia — che diventa il capolavoro della compagnia e da allora chiuderà tutti i loro spettacoli.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Ailey ha formato la sua compagnia venendo da una formazione molto varia: dal classico al moderno, dal contemporaneo all’hip hop, jazz. Egli era unico in quanto non ha allenato i suoi ballerini in una tecnica specifica, prima di eseguire la sua coreografia; si avvicinò ai suoi ballerini piuttosto come fa un direttore d'orchestra jazz, portandoli ad arricchire i suoi spettacoli con uno stile che meglio si adattasse ai diversi talenti degli artisti.&amp;lt;br /&amp;gt; &lt;br /&gt;
Ailey morì il 1 dicembre 1989 all'età di 58 anni.  Per risparmiare la madre lo stigma sociale della sua morte per AIDS, chiese al suo medico di  annunciare che era morto di discrasie terminali nel sangue .    &amp;lt;br /&amp;gt;                                                                                                                                                            Nel 1992 Alvin Ailey è stato introdotto nel Museo Nazionale di Danza di Mr. &amp;amp; Mrs. Cornelius Vanderbilt Whitney Hall of Fame a Saratoga Springs, NY ed oggi il suo nome da l’idea di  grande artista che ha lasciato, senza dubbio, un gran segno nella storia della danza. A dimostrazione di come un ragazzo dalle umili origini di una piccola cittadina del Texas riuscisse a raggiungere New York City fondando una scuola di danza multiculturale e famosa in tutto il mondo.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
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		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Agostini_giacomo&amp;diff=76</id>
		<title>Agostini giacomo</title>
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		<updated>2016-05-23T08:30:04Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;ATLETA: Agostini Giacomo&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
NAZIONALITA': Italia&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
NATO A: Brescia il 16 giugno 1942 &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
SPORT: Motociclismo&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Primogenito di quattro fratelli, Giacomo Agostini nacque a Brescia il 16 giugno 1942. Detentore di 15 titoli mondiali, è stato il più grande campione del motociclismo sportivo di tutti i tempi. Sin da bambino fu fortemente attratto dal mondo dei motori ma fu costretto a limitare i suoi primi impegni agonistici in gare organizzate clandestinamente da ragazzini, in sella all’ “Aquilotto” di famiglia, a causa della contrarietà del padre verso l’insicura carriera di pilota. Comunque, dopo tante insistenze, a 19 anni, nel 1961, riuscì a farsi permettere dal padre di acquistare, in 30 rate, la moto dei suoi sogni: una “Morini 175 Settebello” da 500.000 lire.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il 18 luglio 1961 esordì con la “Settebello” alla sua prima gara ufficiale, la Trento-Bondone in salita, nella quale si classificò secondo. Entrò quindi in contatto con la squadra corse della Moto Morini, sotto la protezione del direttore sportivo Dante Lambertini, il 1° maggio 1962 nella gara della Temporada Romagnola a Cesenatico in cui però non fu tra i migliori. Il 27 maggio, invece, vinse a tempo di record con la sua Settebello la Bologna-San Luca, conquistando il primo posto assoluto. Alla corsa era presente anche Alfonso Morini, patròn dell’omonima moto, che lo ingaggiò nella sua Squadra Corse offrendogli una moto ufficiale: una “Settebello Aste Corte”.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Partecipò quindi, nel 1963, sia al Campionato della Montagna che al Campionato Italiano di Velocità Juniores, conquistandoli entrambi e aggiudicandosi tutte le gare di quell’anno. Morini lo schierò come prima guida del reparto corse nel Campionato Juniores. In sella alla “250 Bialbero” Agostini si aggiudicò il Campionato Italiano 250. Il 19 luglio 1964 esordì all’estero sul circuito Solitude di Stoccarda, nel Gran Premio di Germania Ovest, e successivamente partecipò al Gran Premio delle Nazioni sul circuito di Monza conquistando il 4° posto in entrambe le gare. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Ormai molti erano i team che avevano messo gli occhi addosso ad Agostini ma nel 1964 fu la MV Agusta del Conte Domenico Agusta a ingaggiarlo su segnalazione del campione conterraneo Carlo Ubiali. Seconda guida nel motomondiale 1965, potè competere nelle classi 350 e 500 raggiungendo la seconda posizione nel campionato, in entrambe le classi, alle spalle di Jim Redman nella 350 e del compagno di squadra Mike Hailwood nella 500.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1966 Agostini conquistò la vittoria nella classe 500 davanti allo stesso Hailwood, che era passato alla Honda, e si aggiudicò il secondo posto nella classe 350 dietro l'inglese. L'11 settembre dello stesso anno, alla fine del campionato, conclusosi a Monza, Giacomo Agostini vinse il titolo della 350 davanti al doppiato Renzo Pasolini e quello della 500 davanti allo stesso Mike Hailwood aggiudicandosi il titolo iridato.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nella stagione dei titoli iridati dell'anno successivo, Agostini fu primo nella 500 e secondo nella 350 e Hailwood primo nella 350 e secondo nella 500. I due ottennero lo stesso punteggio in 500, con ugual numero di vittorie ma il titolo fu assegnato ad  Agostini per il maggior numero di secondi posti conquistati.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel quinquennio sportivo dal 1968 al 1972, orfani degli avversari più temibili, Agostini e la MV Agusta vinsero 10 titoli mondiali piloti e 10 titoli mondiali costruttori nelle classi 350 e 500. Nella stagione del 1971, intanto, Agostini riuscì a conquistare i mondiali della 350 e della 500 con tre gare di anticipo sulla chiusura dei campionati e, con i 10 titoli iridati, a scavalcare Hailwood raggiungendo la vetta della speciale classifica dei piloti per numero di titoli mondiali vinti.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il 1972 segnò particolarmente il pilota bresciano per la morte dell'amico Gilberto Parlotti durante il Tourist Trophy. Al termine della gara  Agostini si fece portavoce del malumore dei colleghi rilasciando pesanti dichiarazioni circa la responsabilità della Federazione sportiva nell'utilizzare un tracciato tanto pericoloso e affermando che non avrebbe partecipato alle edizioni successive e quindi non si presentò al Gran Premio dell'isola di Man. Anno dopo anno anche altri piloti seguirono la decisione di Agostini fino a che il Tourist Trophy venne cancellato nel 1977 dal calendario del motomondiale.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nella stagione del 1973,  la moto sperimentale di Agostini collezionò una tale serie di guasti e problemi tecnici che riuscì a raggiungere il traguardo solamente in quattro delle undici gare che componevano il campionato della classe 500. Agostini si classificò terzo nella classifica finale della 500 alle spalle del vittorioso compagno di squadra Phil Read e del secondo classificato Kim Newcombe alfiere della Konig.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Per attriti con l'Agusta e per aver previsto il declino del motore a 4T,  Agostini passò alla Yamaha trasferendosi in Giappone per contribuire allo sviluppo della moto facendo apportare numerose migliorie soprattutto alla ciclistica. Nell'esordio del 10 marzo del 1974 alla 200 miglia di Daytona, Agostini, per la prima volta in gara con una moto a 2T, vinse con la sua nuovissima Yamaha TZ 700 e anche due settimane dopo in Italia nella 200 miglia di Imola.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il campionato 1975 fu caratterizzato dalla lotta in classe 500 fra la Yamaha di Giacomo Agostini e la MV Agusta di Phil Read e si concluse con la conquista del quindicesimo e ultimo titolo iridato da parte del pilota italiano.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Per la stagione 1976 il campione del mondo e la Yamaha non riuscirono a raggiungere un accordo e per la casa giapponese fu un vero disastro. Agostini decise di assumere la gestione del vecchio reparto corse della MV Agusta, pure accettando la disponibilità di un esemplare di XR-14 della Suzuky. I risultati però furono deludenti a causa della scarsa qualità delle componenti elettriche ed elettroniche che costrinsero più volte il pilota italiano a ritirarsi anche quando si trovava in testa alla gara. Il 25 settembre 1977 Giacomo Agostini vinse la sua ultima gara Iridata conquistando il GP conclusivo della Formula 750 sul circuito di Hockenheim, in sella alla Yamaha TZ 750.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
A quel punto il campione italiano comunicò il proprio ritiro dal motomondiale annunciando l'intenzione di dedicarsi alle competizioni automobilistiche.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Sponsorizzato quindi dall'industria del tabacco Marlboro che aveva finanziato le due ultime stagioni in moto, Giacomo Agostini partecipò al campionato di Formula 2 del 1978 alla guida di una Chevron B42 motorizzata BMW per passare poi alla Formula 1 Aurora, nelle due stagioni successive, a bordo della Williams FW06. Per Agostini i risultati economici furono soddisfacenti ma non quelli sportivi che si limitarono a qualche podio. Al termine della stagione 1980, nella quale si classificò quinto, Agostini decise di ritirarsi definitivamente dalle competizioni.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1982 il pilota bresciano tornò al motomondiale come direttore sportivo del team Marlboro Yamaha, incarico che si protrasse per quattordici stagioni consecutive. Il suo team riuscì a racimolare il consistente bottino di 6 titoli mondiali in classe 500: tre titoli costruttori (1986, 1987, 1988) e tre titoli piloti (1984, 1986 e 1988), questi ultimi conquistati dal pupillo Eddie Lawson.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
SITOGRAFIA:  [http://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_Agostini Giacomo Agostini, Wikipedia]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
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		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Agostini_giacomo&amp;diff=67</id>
		<title>Agostini giacomo</title>
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		<updated>2016-05-23T08:28:12Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;ATLETA: Agostini Giacomo&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
NAZIONALITA': Italia&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
NATO A: Brescia il 16 giugno 1942 &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
SPORT: Motociclismo&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
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Primogenito di quattro fratelli, Giacomo Agostini nacque a Brescia il 16 giugno 1942. Detentore di 15 titoli mondiali, è stato il più grande campione del motociclismo sportivo di tutti i tempi. Sin da bambino fu fortemente attratto dal mondo dei motori ma fu costretto a limitare i suoi primi impegni agonistici in gare organizzate clandestinamente da ragazzini, in sella all’ “Aquilotto” di famiglia, a causa della contrarietà del padre verso l’insicura carriera di pilota. Comunque, dopo tante insistenze, a 19 anni, nel 1961, riuscì a farsi permettere dal padre di acquistare, in 30 rate, la moto dei suoi sogni: una “Morini 175 Settebello” da 500.000 lire.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
 Il 18 luglio 1961 esordì con la “Settebello” alla sua prima gara ufficiale, la Trento-Bondone in salita, nella quale si classificò secondo. Entrò quindi in contatto con la squadra corse della Moto Morini, sotto la protezione del direttore sportivo Dante Lambertini, il 1° maggio 1962 nella gara della Temporada Romagnola a Cesenatico in cui però non fu tra i migliori. Il 27 maggio, invece, vinse a tempo di record con la sua Settebello la Bologna-San Luca, conquistando il primo posto assoluto. Alla corsa era presente anche Alfonso Morini, patròn dell’omonima moto, che lo ingaggiò nella sua Squadra Corse offrendogli una moto ufficiale: una “Settebello Aste Corte”.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Partecipò quindi, nel 1963, sia al Campionato della Montagna che al Campionato Italiano di Velocità Juniores, conquistandoli entrambi e aggiudicandosi tutte le gare di quell’anno. Morini lo schierò come prima guida del reparto corse nel Campionato Juniores. In sella alla “250 Bialbero” Agostini si aggiudicò il Campionato Italiano 250. Il 19 luglio 1964 esordì all’estero sul circuito Solitude di Stoccarda, nel Gran Premio di Germania Ovest, e successivamente partecipò al Gran Premio delle Nazioni sul circuito di Monza conquistando il 4° posto in entrambe le gare. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Ormai molti erano i team che avevano messo gli occhi addosso ad Agostini ma nel 1964 fu la MV Agusta del Conte Domenico Agusta a ingaggiarlo su segnalazione del campione conterraneo Carlo Ubiali. Seconda guida nel motomondiale 1965, potè competere nelle classi 350 e 500 raggiungendo la seconda posizione nel campionato, in entrambe le classi, alle spalle di Jim Redman nella 350 e del compagno di squadra Mike Hailwood nella 500.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1966 Agostini conquistò la vittoria nella classe 500 davanti allo stesso Hailwood, che era passato alla Honda, e si aggiudicò il secondo posto nella classe 350 dietro l'inglese. L'11 settembre dello stesso anno, alla fine del campionato, conclusosi a Monza, Giacomo Agostini vinse il titolo della 350 davanti al doppiato Renzo Pasolini e quello della 500 davanti allo stesso Mike Hailwood aggiudicandosi il titolo iridato.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nella stagione dei titoli iridati dell'anno successivo, Agostini fu primo nella 500 e secondo nella 350 e Hailwood primo nella 350 e secondo nella 500. I due ottennero lo stesso punteggio in 500, con ugual numero di vittorie ma il titolo fu assegnato ad  Agostini per il maggior numero di secondi posti conquistati.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel quinquennio sportivo dal 1968 al 1972, orfani degli avversari più temibili, Agostini e la MV Agusta vinsero 10 titoli mondiali piloti e 10 titoli mondiali costruttori nelle classi 350 e 500. Nella stagione del 1971, intanto, Agostini riuscì a conquistare i mondiali della 350 e della 500 con tre gare di anticipo sulla chiusura dei campionati e, con i 10 titoli iridati, a scavalcare Hailwood raggiungendo la vetta della speciale classifica dei piloti per numero di titoli mondiali vinti.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il 1972 segnò particolarmente il pilota bresciano per la morte dell'amico Gilberto Parlotti durante il Tourist Trophy. Al termine della gara  Agostini si fece portavoce del malumore dei colleghi rilasciando pesanti dichiarazioni circa la responsabilità della Federazione sportiva nell'utilizzare un tracciato tanto pericoloso e affermando che non avrebbe partecipato alle edizioni successive e quindi non si presentò al Gran Premio dell'isola di Man. Anno dopo anno anche altri piloti seguirono la decisione di Agostini fino a che il Tourist Trophy venne cancellato nel 1977 dal calendario del motomondiale.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nella stagione del 1973,  la moto sperimentale di Agostini collezionò una tale serie di guasti e problemi tecnici che riuscì a raggiungere il traguardo solamente in quattro delle undici gare che componevano il campionato della classe 500. Agostini si classificò terzo nella classifica finale della 500 alle spalle del vittorioso compagno di squadra Phil Read e del secondo classificato Kim Newcombe alfiere della Konig.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Per attriti con l'Agusta e per aver previsto il declino del motore a 4T,  Agostini passò alla Yamaha trasferendosi in Giappone per contribuire allo sviluppo della moto facendo apportare numerose migliorie soprattutto alla ciclistica. Nell'esordio del 10 marzo del 1974 alla 200 miglia di Daytona, Agostini, per la prima volta in gara con una moto a 2T, vinse con la sua nuovissima Yamaha TZ 700 e anche due settimane dopo in Italia nella 200 miglia di Imola.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il campionato 1975 fu caratterizzato dalla lotta in classe 500 fra la Yamaha di Giacomo Agostini e la MV Agusta di Phil Read e si concluse con la conquista del quindicesimo e ultimo titolo iridato da parte del pilota italiano.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Per la stagione 1976 il campione del mondo e la Yamaha non riuscirono a raggiungere un accordo e per la casa giapponese fu un vero disastro. Agostini decise di assumere la gestione del vecchio reparto corse della MV Agusta, pure accettando la disponibilità di un esemplare di XR-14 della Suzuky. I risultati però furono deludenti a causa della scarsa qualità delle componenti elettriche ed elettroniche che costrinsero più volte il pilota italiano a ritirarsi anche quando si trovava in testa alla gara. Il 25 settembre 1977 Giacomo Agostini vinse la sua ultima gara Iridata conquistando il GP conclusivo della Formula 750 sul circuito di Hockenheim, in sella alla Yamaha TZ 750.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
A quel punto il campione italiano comunicò il proprio ritiro dal motomondiale annunciando l'intenzione di dedicarsi alle competizioni automobilistiche.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Sponsorizzato quindi dall'industria del tabacco Marlboro che aveva finanziato le due ultime stagioni in moto, Giacomo Agostini partecipò al campionato di Formula 2 del 1978 alla guida di una Chevron B42 motorizzata BMW per passare poi alla Formula 1 Aurora, nelle due stagioni successive, a bordo della Williams FW06. Per Agostini i risultati economici furono soddisfacenti ma non quelli sportivi che si limitarono a qualche podio. Al termine della stagione 1980, nella quale si classificò quinto, Agostini decise di ritirarsi definitivamente dalle competizioni.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1982 il pilota bresciano tornò al motomondiale come direttore sportivo del team Marlboro Yamaha, incarico che si protrasse per quattordici stagioni consecutive. Il suo team riuscì a racimolare il consistente bottino di 6 titoli mondiali in classe 500: tre titoli costruttori (1986, 1987, 1988) e tre titoli piloti (1984, 1986 e 1988), questi ultimi conquistati dal pupillo Eddie Lawson.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
SITOGRAFIA:  [http://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_Agostini Giacomo Agostini, Wikipedia]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
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		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Albarello_marco&amp;diff=59</id>
		<title>Albarello marco</title>
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		<updated>2016-05-23T08:26:49Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;ALBARELLO MARCO, il Sergente di ferro dello sci di fondo.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Marco Albarello, nato ad Aosta nel maggio del 1960, è stato uno dei protagonisti dell’epopea dello sci di fondo italiano degli anni ’80 e ’90, portando gli Azzurri a diventare leader di questa disciplina dopo anni di storico dominio dei Paesi nordici. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nato e cresciuto a Courmayeur, sulle piste della Val Ferret, di lui restano memorabili i successi individuali sia ai mondiali che alle olimpiadi. Ma negli occhi degli sportivi di tutto il mondo rimane di sicuro impressa l’ormai leggendaria medaglia d’oro conquistata a Lillehammer nel 1994 nella staffetta 10 km a tecnica classica quando l'Italia sconfisse allo sprint l’imbattibile Norvegia dell’immenso Bjørn Dæhlie. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
I suoi successi sportivi lo hanno portato a ricevere importanti onorificenze al merito dell’esercito italiano in quanto partecipava, con la Nazionale, alle Olimpiadi Invernali in Francia nel 1992 ed in Norvegia nel 1994.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
II più che lusinghiero successo, frutto di un'intensa preparazione, viene a coronare una lunga serie di importanti affermazioni sportive del Sottufficiale, ottenute in numerose competizioni, dimostrando così spiccate doti d'atleta non separate da una profonda serietà di preparazione raggiunta con quotidiana abnegazione.&amp;lt;br /&amp;gt; &lt;br /&gt;
Esemplare per dedizione allo sport, con tali brillantissimi risultati, contribuiva all'affermazione in ambito internazionale dei colori italiani, elevando al massimo grado l'immagine delle Forze Armate, per la sua tenacia i commilitoni e superiori lo chiamavano “il Sergente di Ferro”. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il Ministero della Difesa, alla luce delle sue prestigiose affermazioni lo insignì delle seguenti massime onorificenze: Ad Albertville (Francia), dal 13 al 18 febbraio 1992, per i successi ottenuti, venne insignito della meritata croce d’oro al merito dell’esercito per la seguente motivazione: “Sottufficiale atleta degli Alpini, dotato di eccezionali capacità tecniche e di elevato spirito di sacrificio, partecipava, con la Nazionale italiana, alle XVI Olimpiadi Invernali svoltesi ad Albertville (Francia), conseguendo nella specialità dello sci nordico ben due prestigiose medaglie d'argento. II più che lusinghiero successo, frutto di un'intensa preparazione, viene a coronare una lunga serie di importanti affermazioni sportive del Sottufficiale, ottenute in pretendenti competizioni, dimostrando così spiccate doti d'atleta non separate da una profonda serietà di preparazione raggiunta con quotidiana abnegazione. Esemplare per dedizione allo sport, con tali brillantissimi risultati, contribuiva all'affermazione in ambito internazionale dei colori italiani, elevando al massimo grado l'immagine delle Forze Armate”.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Per i successi ottenuti in LILLEHAMMER (NORVEGIA),  dal 12 al 27 febbraio 1994, insignito della croce d’oro al merito dell’esercito per la seguente motivazione: “Sottufficiale degli Alpini, atleta della Sezione Sci della Scuola Militare Alpina, componente della rappresentativa nazionale italiana che ha partecipato alle XVII Olimpiadi Invernali, conquistava una medaglia d'oro ed una di bronzo, rispettivamente, nella staffetta 4x10 Km e nella combinata 10 Km di sci di fondo, a riprova di perfetto connubio, di non comuni qualità fisiche e profondo spirito di sacrificio. Contribuiva, pertanto, al consolidamento dell'immagine della Nazione e dell'Esercito Italiano”. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Un altro importante merito gli è stato riconosciuto direttamente dal presidente della repubblica Carlo Azelio Ciampi, il quale conferì a Marco Albarello, il giorno 23 ottobre dell‘anno 2000 il titolo di “Commendatore Ordine al merito della Repubblica Italiana”.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
La tenacia e lo spirito sportivo sono stati i punti cardine della carriera sciistica di Albarello che ha militato nella squadra azzurra per 23 anni, 19 come atleta e gli ultimi 4 come aiuto allenatore della squadra di Coppa del Mondo e responsabile dei tecnici addetti ai materiali. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
In tutto questo tempo ha sempre avuto una vita difficile, gliel'hanno resa tale gli avversari, e questo era scontato, ma anche il primo allenatore nel quale si è imbattuto quando, a furor di risultati, è stato convocato nella nazionale maggiore. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Era il 1980 e Marco aveva vinto il campionato italiano juniores. Era considerato una grande promessa e lo aveva ripetutamente dimostrato, ma Ville Sadehariu, l'allenatore finlandese venuto in Italia dopo il magro bottino di medaglie riportato dagli azzurri alle Olimpiadi di Lake Placid, non crede in questo ragazzone che ha un solo torto, quello di dire in faccia ciò che pensa e senza tanti giri di parole. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Sadehariu, che è un tipo permaloso, non gli dà spazio e gli fa saltare prima i Mondiali di Oslo e poi le Olimpiadi di Sarajevo. Quattro anni amari, che avrebbero fatto andare fuori di testa chiunque ma non il testardo aostano che ingoia il rospo e continua a lavorare, convinto che il tempo avrebbe giocato a suo favore. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
È abituato a lottare, fin dall'infanzia quando, cresciuto come discesista, ha cominciato a darsi al fondo. Qui Albarello riesce ad usare il suo fisico possente (pesava infatti circa 80 kg per 187 cm) a suo favore e non fu più un “ostacolo” come lo era nella discesa libera, nella quale sono più adatti gli atleti longilinei. Ma, anche in questo caso, l’imponente fisico del “gigante di Courmayeur” (così i tifosi lo soprannominavano) fu un ostacolo, questa volta è il materiale tecnico che non regge il fisico di Albarello, troppo pesante per i nuovi sci, all’avanguardia sicuramente, ma non adatti alle doti fisiche del fondista italiano. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
A questo scompenso l’atleta italiano deve ovviare perfezionando al massimo la sua tecnica, seguito dagli allenatori della nazionale italiana. Perfezionata la tecnica e trovati gli sci adatti, confezionati dalla casa produttrice “Rossignol”, casa italiana con cui Alberello era legato e che aveva sempre seguito gli azzurri, con i materiali sempre molto performanti, infatti questi trova il giusto equilibrio ed inizia a far valere il suo talento. Negli anni seguenti infatti, il giovanissimo atleta, ottiene i risultati migliori della sua carriera come le grandi prestazioni alle olimpiadi invernali di Albertville (1992) e Lillehammer (1994) dove ottenne rispettivamente 2 medaglie d’argento nello sci nordico e una medaglia di bronzo nella staffetta 4x10 km ed una d’ oro nella 15 km di sci di fondo. &lt;br /&gt;
Eppure, malgrado le tante difficoltà incontrate, di medaglie ne ha vinte parecchie, militando nella squadra azzurra per 23 anni, di cui quattro come aiuto allenatore della squadra di Coppa del Mondo e responsabile dei tecnici addetti ai materiali. Si va dai 10 titoli italiani assoluti vinti nella 15 e nella 30 km (sempre a tecnica classica), ai 20 podi di Coppa del Mondo, alle 3 medaglie ottenute ai Campionati Mondiali Militari, all'argento nei Mondiali di duathlon. Le medaglie di maggior pregio sono ovviamente quelle olimpiche e mondiali. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Complessivamente, per un resoconto che non può non impressionare e prendere da esempio Marco come atleta, si può annotare che ha partecipato a 4 Olimpiadi e a 12 campionati del Mondo, ottenendo questi risultati: Olimpiadi: 1992, Albertville (Francia): argento nella 10 km Tecnica Classica (prima prova della combinata) e nella staffetta 10 km; 1994, Lillehammer (Norvegia): oro nella staffetta 10 km e bronzo nella individuale 10 km; 1998, Nagano (Giappone): argento nella staffetta 10 km. Mondiali: 1985, Seefeld (Austria): argento nella staffetta 10 km; 1987, Oberstdorf (Germania): oro nella individuale 15 km; 1993, Falun (Svezia): argento nella staffetta 10 km; 1995, Thunder Bay (Canada): bronzo nella staffetta 10 km. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Un &amp;quot;palmares&amp;quot; che pochi al mondo possono vantare, dopo i successi sportivi Marco Albarello diventa il direttore tecnico della nazionale nella specialità dello sci di fondo, avendo accumulato nella sua lunga carriera, esperienza e tecnica che può essere di enorme aiuto per le nuove leve della specialità. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
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		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Agostini_giacomo&amp;diff=46</id>
		<title>Agostini giacomo</title>
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		<updated>2016-05-23T08:23:25Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;ATLETA: Agostini Giacomo&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
NAZIONALITA': Italia&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
NATO A: Brescia il 16 giugno 1942 &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
SPORT: Motociclismo&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Primogenito di quattro fratelli, Giacomo Agostini nacque a Brescia il 16 giugno 1942. Detentore di 15 titoli mondiali, è stato il più grande campione del motociclismo sportivo di tutti i tempi. Sin da bambino fu fortemente attratto dal mondo dei motori ma fu costretto a limitare i suoi primi impegni agonistici in gare organizzate clandestinamente da ragazzini, in sella all’ “Aquilotto” di famiglia, a causa della contrarietà del padre verso l’insicura carriera di pilota. Comunque, dopo tante insistenze, a 19 anni, nel 1961, riuscì a farsi permettere dal padre di acquistare, in 30 rate, la moto dei suoi sogni: una “Morini 175 Settebello” da 500.000 lire.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
 Il 18 luglio 1961 esordì con la “Settebello” alla sua prima gara ufficiale, la Trento-Bondone in salita, nella quale si classificò secondo. Entrò quindi in contatto con la squadra corse della Moto Morini, sotto la protezione del direttore sportivo Dante Lambertini, il 1° maggio 1962 nella gara della Temporada Romagnola a Cesenatico in cui però non fu tra i migliori. Il 27 maggio, invece, vinse a tempo di record con la sua Settebello la Bologna-San Luca, conquistando il primo posto assoluto. Alla corsa era presente anche Alfonso Morini, patròn dell’omonima moto, che lo ingaggiò nella sua Squadra Corse offrendogli una moto ufficiale: una “Settebello Aste Corte”.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Partecipò quindi, nel 1963, sia al Campionato della Montagna che al Campionato Italiano di Velocità Juniores, conquistandoli entrambi e aggiudicandosi tutte le gare di quell’anno. Morini lo schierò come prima guida del reparto corse nel Campionato Juniores. In sella alla “250 Bialbero” Agostini si aggiudicò il Campionato Italiano 250. Il 19 luglio 1964 esordì all’estero sul circuito Solitude di Stoccarda, nel Gran Premio di Germania Ovest, e successivamente partecipò al Gran Premio delle Nazioni sul circuito di Monza conquistando il 4° posto in entrambe le gare. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Ormai molti erano i team che avevano messo gli occhi addosso ad Agostini ma nel 1964 fu la MV Agusta del Conte Domenico Agusta a ingaggiarlo su segnalazione del campione conterraneo Carlo Ubiali. Seconda guida nel motomondiale 1965, potè competere nelle classi 350 e 500 raggiungendo la seconda posizione nel campionato, in entrambe le classi, alle spalle di Jim Redman nella 350 e del compagno di squadra Mike Hailwood nella 500.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1966 Agostini conquistò la vittoria nella classe 500 davanti allo stesso Hailwood, che era passato alla Honda, e si aggiudicò il secondo posto nella classe 350 dietro l'inglese. L'11 settembre dello stesso anno, alla fine del campionato, conclusosi a Monza, Giacomo Agostini vinse il titolo della 350 davanti al doppiato Renzo Pasolini e quello della 500 davanti allo stesso Mike Hailwood aggiudicandosi il titolo iridato.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nella stagione dei titoli iridati dell'anno successivo, Agostini fu primo nella 500 e secondo nella 350 e Hailwood primo nella 350 e secondo nella 500. I due ottennero lo stesso punteggio in 500, con ugual numero di vittorie ma il titolo fu assegnato ad  Agostini per il maggior numero di secondi posti conquistati.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel quinquennio sportivo dal 1968 al 1972, orfani degli avversari più temibili, Agostini e la MV Agusta vinsero 10 titoli mondiali piloti e 10 titoli mondiali costruttori nelle classi 350 e 500. Nella stagione del 1971, intanto, Agostini riuscì a conquistare i mondiali della 350 e della 500 con tre gare di anticipo sulla chiusura dei campionati e, con i 10 titoli iridati, a scavalcare Hailwood raggiungendo la vetta della speciale classifica dei piloti per numero di titoli mondiali vinti.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il 1972 segnò particolarmente il pilota bresciano per la morte dell'amico Gilberto Parlotti durante il Tourist Trophy. Al termine della gara  Agostini si fece portavoce del malumore dei colleghi rilasciando pesanti dichiarazioni circa la responsabilità della Federazione sportiva nell'utilizzare un tracciato tanto pericoloso e affermando che non avrebbe partecipato alle edizioni successive e quindi non si presentò al Gran Premio dell'isola di Man. Anno dopo anno anche altri piloti seguirono la decisione di Agostini fino a che il Tourist Trophy venne cancellato nel 1977 dal calendario del motomondiale.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nella stagione del 1973,  la moto sperimentale di Agostini collezionò una tale serie di guasti e problemi tecnici che riuscì a raggiungere il traguardo solamente in quattro delle undici gare che componevano il campionato della classe 500. Agostini si classificò terzo nella classifica finale della 500 alle spalle del vittorioso compagno di squadra Phil Read e del secondo classificato Kim Newcombe alfiere della Konig.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Per attriti con l'Agusta e per aver previsto il declino del motore a 4T,  Agostini passò alla Yamaha trasferendosi in Giappone per contribuire allo sviluppo della moto facendo apportare numerose migliorie soprattutto alla ciclistica. Nell'esordio del 10 marzo del 1974 alla 200 miglia di Daytona, Agostini, per la prima volta in gara con una moto a 2T, vinse con la sua nuovissima Yamaha TZ 700 e anche due settimane dopo in Italia nella 200 miglia di Imola.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il campionato 1975 fu caratterizzato dalla lotta in classe 500 fra la Yamaha di Giacomo Agostini e la MV Agusta di Phil Read e si concluse con la conquista del quindicesimo e ultimo titolo iridato da parte del pilota italiano.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Per la stagione 1976 il campione del mondo e la Yamaha non riuscirono a raggiungere un accordo e per la casa giapponese fu un vero disastro. Agostini decise di assumere la gestione del vecchio reparto corse della MV Agusta, pure accettando la disponibilità di un esemplare di XR-14 della Suzuky. I risultati però furono deludenti a causa della scarsa qualità delle componenti elettriche ed elettroniche che costrinsero più volte il pilota italiano a ritirarsi anche quando si trovava in testa alla gara. Il 25 settembre 1977 Giacomo Agostini vinse la sua ultima gara Iridata conquistando il GP conclusivo della Formula 750 sul circuito di Hockenheim, in sella alla Yamaha TZ 750.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
A quel punto il campione italiano comunicò il proprio ritiro dal motomondiale annunciando l'intenzione di dedicarsi alle competizioni automobilistiche.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Sponsorizzato quindi dall'industria del tabacco Marlboro che aveva finanziato le due ultime stagioni in moto, Giacomo Agostini partecipò al campionato di Formula 2 del 1978 alla guida di una Chevron B42 motorizzata BMW per passare poi alla Formula 1 Aurora, nelle due stagioni successive, a bordo della Williams FW06. Per Agostini i risultati economici furono soddisfacenti ma non quelli sportivi che si limitarono a qualche podio. Al termine della stagione 1980, nella quale si classificò quinto, Agostini decise di ritirarsi definitivamente dalle competizioni.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1982 il pilota bresciano tornò al motomondiale come direttore sportivo del team Marlboro Yamaha, incarico che si protrasse per quattordici stagioni consecutive. Il suo team riuscì a racimolare il consistente bottino di 6 titoli mondiali in classe 500: tre titoli costruttori (1986, 1987, 1988) e tre titoli piloti (1984, 1986 e 1988), questi ultimi conquistati dal pupillo Eddie Lawson.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
SITOGRAFIA:  [http://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_Agostini]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
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		<title>Agostini giacomo</title>
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		<updated>2016-05-23T08:22:16Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;ATLETA: Agostini Giacomo&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
NAZIONALITA': Italia&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
NATO A: Brescia il 16 giugno 1942 &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
SPORT: Motociclismo&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Primogenito di quattro fratelli, Giacomo Agostini nacque a Brescia il 16 giugno 1942. Detentore di 15 titoli mondiali, è stato il più grande campione del motociclismo sportivo di tutti i tempi. Sin da bambino fu fortemente attratto dal mondo dei motori ma fu costretto a limitare i suoi primi impegni agonistici in gare organizzate clandestinamente da ragazzini, in sella all’ “Aquilotto” di famiglia, a causa della contrarietà del padre verso l’insicura carriera di pilota. Comunque, dopo tante insistenze, a 19 anni, nel 1961, riuscì a farsi permettere dal padre di acquistare, in 30 rate, la moto dei suoi sogni: una “Morini 175 Settebello” da 500.000 lire.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
 Il 18 luglio 1961 esordì con la “Settebello” alla sua prima gara ufficiale, la Trento-Bondone in salita, nella quale si classificò secondo. Entrò quindi in contatto con la squadra corse della Moto Morini, sotto la protezione del direttore sportivo Dante Lambertini, il 1° maggio 1962 nella gara della Temporada Romagnola a Cesenatico in cui però non fu tra i migliori. Il 27 maggio, invece, vinse a tempo di record con la sua Settebello la Bologna-San Luca, conquistando il primo posto assoluto. Alla corsa era presente anche Alfonso Morini, patròn dell’omonima moto, che lo ingaggiò nella sua Squadra Corse offrendogli una moto ufficiale: una “Settebello Aste Corte”.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Partecipò quindi, nel 1963, sia al Campionato della Montagna che al Campionato Italiano di Velocità Juniores, conquistandoli entrambi e aggiudicandosi tutte le gare di quell’anno. Morini lo schierò come prima guida del reparto corse nel Campionato Juniores. In sella alla “250 Bialbero” Agostini si aggiudicò il Campionato Italiano 250. Il 19 luglio 1964 esordì all’estero sul circuito Solitude di Stoccarda, nel Gran Premio di Germania Ovest, e successivamente partecipò al Gran Premio delle Nazioni sul circuito di Monza conquistando il 4° posto in entrambe le gare. &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Ormai molti erano i team che avevano messo gli occhi addosso ad Agostini ma nel 1964 fu la MV Agusta del Conte Domenico Agusta a ingaggiarlo su segnalazione del campione conterraneo Carlo Ubiali. Seconda guida nel motomondiale 1965, potè competere nelle classi 350 e 500 raggiungendo la seconda posizione nel campionato, in entrambe le classi, alle spalle di Jim Redman nella 350 e del compagno di squadra Mike Hailwood nella 500.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1966 Agostini conquistò la vittoria nella classe 500 davanti allo stesso Hailwood, che era passato alla Honda, e si aggiudicò il secondo posto nella classe 350 dietro l'inglese. L'11 settembre dello stesso anno, alla fine del campionato, conclusosi a Monza, Giacomo Agostini vinse il titolo della 350 davanti al doppiato Renzo Pasolini e quello della 500 davanti allo stesso Mike Hailwood aggiudicandosi il titolo iridato.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nella stagione dei titoli iridati dell'anno successivo, Agostini fu primo nella 500 e secondo nella 350 e Hailwood primo nella 350 e secondo nella 500. I due ottennero lo stesso punteggio in 500, con ugual numero di vittorie ma il titolo fu assegnato ad  Agostini per il maggior numero di secondi posti conquistati.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel quinquennio sportivo dal 1968 al 1972, orfani degli avversari più temibili, Agostini e la MV Agusta vinsero 10 titoli mondiali piloti e 10 titoli mondiali costruttori nelle classi 350 e 500. Nella stagione del 1971, intanto, Agostini riuscì a conquistare i mondiali della 350 e della 500 con tre gare di anticipo sulla chiusura dei campionati e, con i 10 titoli iridati, a scavalcare Hailwood raggiungendo la vetta della speciale classifica dei piloti per numero di titoli mondiali vinti.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il 1972 segnò particolarmente il pilota bresciano per la morte dell'amico Gilberto Parlotti durante il Tourist Trophy. Al termine della gara  Agostini si fece portavoce del malumore dei colleghi rilasciando pesanti dichiarazioni circa la responsabilità della Federazione sportiva nell'utilizzare un tracciato tanto pericoloso e affermando che non avrebbe partecipato alle edizioni successive e quindi non si presentò al Gran Premio dell'isola di Man. Anno dopo anno anche altri piloti seguirono la decisione di Agostini fino a che il Tourist Trophy venne cancellato nel 1977 dal calendario del motomondiale.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nella stagione del 1973,  la moto sperimentale di Agostini collezionò una tale serie di guasti e problemi tecnici che riuscì a raggiungere il traguardo solamente in quattro delle undici gare che componevano il campionato della classe 500. Agostini si classificò terzo nella classifica finale della 500 alle spalle del vittorioso compagno di squadra Phil Read e del secondo classificato Kim Newcombe alfiere della Konig.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Per attriti con l'Agusta e per aver previsto il declino del motore a 4T,  Agostini passò alla Yamaha trasferendosi in Giappone per contribuire allo sviluppo della moto facendo apportare numerose migliorie soprattutto alla ciclistica. Nell'esordio del 10 marzo del 1974 alla 200 miglia di Daytona, Agostini, per la prima volta in gara con una moto a 2T, vinse con la sua nuovissima Yamaha TZ 700 e anche due settimane dopo in Italia nella 200 miglia di Imola.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il campionato 1975 fu caratterizzato dalla lotta in classe 500 fra la Yamaha di Giacomo Agostini e la MV Agusta di Phil Read e si concluse con la conquista del quindicesimo e ultimo titolo iridato da parte del pilota italiano.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Per la stagione 1976 il campione del mondo e la Yamaha non riuscirono a raggiungere un accordo e per la casa giapponese fu un vero disastro. Agostini decise di assumere la gestione del vecchio reparto corse della MV Agusta, pure accettando la disponibilità di un esemplare di XR-14 della Suzuky. I risultati però furono deludenti a causa della scarsa qualità delle componenti elettriche ed elettroniche che costrinsero più volte il pilota italiano a ritirarsi anche quando si trovava in testa alla gara. Il 25 settembre 1977 Giacomo Agostini vinse la sua ultima gara Iridata conquistando il GP conclusivo della Formula 750 sul circuito di Hockenheim, in sella alla Yamaha TZ 750.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
A quel punto il campione italiano comunicò il proprio ritiro dal motomondiale annunciando l'intenzione di dedicarsi alle competizioni automobilistiche.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Sponsorizzato quindi dall'industria del tabacco Marlboro che aveva finanziato le due ultime stagioni in moto, Giacomo Agostini partecipò al campionato di Formula 2 del 1978 alla guida di una Chevron B42 motorizzata BMW per passare poi alla Formula 1 Aurora, nelle due stagioni successive, a bordo della Williams FW06. Per Agostini i risultati economici furono soddisfacenti ma non quelli sportivi che si limitarono a qualche podio. Al termine della stagione 1980, nella quale si classificò quinto, Agostini decise di ritirarsi definitivamente dalle competizioni.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1982 il pilota bresciano tornò al motomondiale come direttore sportivo del team Marlboro Yamaha, incarico che si protrasse per quattordici stagioni consecutive. Il suo team riuscì a racimolare il consistente bottino di 6 titoli mondiali in classe 500: tre titoli costruttori (1986, 1987, 1988) e tre titoli piloti (1984, 1986 e 1988), questi ultimi conquistati dal pupillo Eddie Lawson.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
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		<title>Agassi andre</title>
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		<updated>2016-05-23T08:19:02Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
AGASSI ANDRE &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Andre Kirk Agassian è nato a Las Vegas il 29 aprile 1970. Il padre, Emmanuel ' Mike ' Agassian è di origini armene e si è trasferito a Las Vegas dopo aver partecipato alle Olimpiadi come pugile nel 1948 e nel 1952. Dopo essersi sposato con l' americana Elizabeth Dudley, ottenuta la cittadinanza americana decide di cambiare il suo cognome da Agassian ad Agassi. Mike Agassi era un grande appassionato di tennis e sognava per i suoi figli un futuro da campione di tennis. L'impresa però riuscì soltanto con il più piccolo dei figli, Andre Agassi, che già a due anni si cimentava a giocare a tennis. All' età di 14 anni Andre lascia Las Vegas e si trasferisce in Florida dove frequenta (grazie alle conoscenze del padre con giocatori quali Jimmy Connors) la scuola di tennis di Nick Bollettieri. Andre però non vive con felicità gli anni trascorsi nella scuola di tennis e a causa della rigidità del padre e della scuola stessa cresce sempre piùcon uno spirito ribelle. Per provocare il padre indossava jeans strappati e, conoscendo l'ostilità del padre nei confronti degli omosessuali, spesso si dipingeva le unghie con dello smalto rosa per farlo infuriare.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Dopo aver trascorso un anno nella scuola di tennis mostrando molto disinteresse, alla domanda dell'allenatore che gli chiese cosa volesse fare della sua vita, il giovane Andre rispose: “Voglio andarmene da qui e diventare un tennista professionista”, dopo di che lasciò la scuola di tennis.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1986, a 16 anni, Agassi entra a far parte del tennis che conta partecipando al suo primo torneo professionistico a La Quinta (California) senza riuscire però a vincerlo. Alla fine di dell' anno però occupava la posizione 91 nel ranking mondiale.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1987 Andre vince il suo primo torneo da professionista e il suo primo torneo di alto livello in Brasile perdendo però la finale nel torneo ATP di Seoul. Chiude l'anno al 25esimo posto nel ranking mondiale.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1988 vince sei tornei e a dicembre dello stesso anno raggiunge il traguardo del milione di dollari in premi accumulati partecipando a solo 43 tornei. In questo anno entra nella top 10 del ranking ATP e si costruisce un' immagine di giovane ribelle con un look caraterrizzato da divise di colori sgargianti e portando i capelli lunghi diventa l'idolo di tutti i giovani appassionati di tennis.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1990 Agassi raggiunge la finale del Roland Garros ma viene sconfitto però da Andres Gomez e all'Us Open da Pete Sampras in uno dei primissimi incontri di una sfida che durerà per più di un decennio.&amp;lt;br /&amp;gt; A fine anno vince l' ATP World Champioship di francoforte.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Gli anni migliori della carriera di Andre Agassi sono quelli tra il 1992 e il 1996.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1992 a Wimbledon vince in semifinale contro il 3 volte iridato Mcenroe e in finale sconfigge al quinto set Goran Ivanisevic.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il 1993 a causa di un infortunio al posto non è un anno molto prolifico per Agassi così come il 1994.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il 1995 è l'anno migliore: vince 7 titoli .&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Ad inizio stagione partecipa al primo Australian Open della sua carriera, si presenta con la testa rasata (in aperto contrasto con l'immagine popolare che continuava a vederlo &amp;quot;capellone e ribelle&amp;quot;) e riesce a vincere il suo terzo titolo nel Grande Slam battendo in finale l'eterno rivale Pete Sampras (i due si incontreranno 5 volte in stagione, con 3 vittorie di Andre). Si aggiudica inoltre i Master Series di Cincinnati, Key Biscayne e Toronto, poi arriva in finale all'US Open in cui però viene nuovamente battuto da Sampras. Partecipa con la squadra statunitense alla Coppa Davis, giocando un ruolo decisivo nella conquista della coppa da parte degli americani. A fine anno ha un ruolino di marcia costituito da 72 vittorie e 10 sconfitte, e durante la stagione ha infilato una striscia di 26 vittorie consecutive (suo record personale). Il 10 aprile di quell'anno diventa il 12° giocatore nella storia dell'ATP a diventare numero 1, conserverà lo scettro per 30 settimane prima di cederlo a Sampras, riconquistarlo per altre due settimane e cederlo a Thomas Muster.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1996 nonostante Agassi sia uno dei giocatori più attesi dal pubblico la sua stagione risulterà abbastanza deludente infatti non raggiungerà nessuna finale del Grande Slam.Il 28 giugno dello stesso anno però ai giochi olimpici di Atlanta si aggiudica la medaglia d' oro vincendo il match contro lo spagnolo Sergi Bruguera.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1997 Agassi raggiunge il punto più basso della sua carriera.In questo periodo sposa la modella e attrice Shields Brooke e si dedica particolarmente alla vita mondana tralasciando i suoi impegni tennistici anche a causa dell'infortunio al polso che si fa risetire. Il suo posto nel ranking ATP scende clamorosamente al 141° posto risalendo al termine della stagione al 122° posto.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il 1998 è l'anno della risalita. Agassi in crisi con la moglie decide di concentrarsi solo sul tennis,cambiando completamente il suo atteggiamento ribelle(riconquistando l'amore del pubblico),risalendo in un solo anno al 6° posto del ranking ATP aggiudicandosi ben 5 tornei importanti e arrivando in finale nel Master Series di Key Biscayne e nella Grande Slam cup.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il 1999 vede il ritorno definitvo di Agassi tra i grandi nomi del tennis mondiale. Agli Australian Open viene eliminato al quarto turno, in aprile vince agevolmente il torneo di Hong Kong presentandosi in gran forma all'Open di Francia. Al termine di un'incredibile rimonta in finale contro Andrei Medvedev, vince il Roland Garros, diventando il quinto giocatore della storia a vincere almeno uno di ciascuno dei tornei dello Slam. Sempre nel 1999 arriva in finale anche a Wimbledon, venendo sconfitto in 3 set da Sampras. A luglio ritorna per 3 settimane N.1 del mondo. Meno di due mesi dopo Wimbledon Agassi conquista per la seconda volta in carriera l'US Open battendo Todd Martin in finale e conquistando nuovamente lo scettro di N.1 del mondo, mantenuto nonostante la sconfitta in finale contro Sampras nella Masters Cup; conserverà il titolo di N.1 anche nel 2000 per un totale di 52 settimane.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 2000  Agassi centra la quarta finale consecutiva nel Grande Slam: dopo aver superato Sampras in semifinale sconfigge Yevgeny Kafelnikov nella finale conquistando il suo secondo Australian Open. Durante l'anno viene eliminato al secondo turno al Roland Garros, raggiunge la semifinale a Wimbledon e poi nuovamente viene eliminato al secondo round all'US Open. A fine stagione perde per il secondo anno consecutivo la finale della Masters Cup, cedendo così lo scettro di N.1 del mondo. Complessivamente il 2000  è stato sotto le attese, dopo il grande exploit in Australia Agassi non è riuscito ad aggiudicarsi nessun torneo, pur piazzandosi abbastanza bene in tutte le competizioni importanti.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 2001  vince nuovamente gli Australian Open, infilando poi la doppietta nei Master Series di Indian Wells (in finale su Sampras) e Key Biscayne, impreziosite a luglio da un nuovo successo su Sampras nella finale del torneo di Los Angeles. In questa stagione raggiunge la semifinale a Wimbledon e i quarti di finale negli altri due slam.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il 2002  comincia con una brutta notizia, Andre non può difendere il suo titolo a Melbourne a causa di un infortunio. Durante la stagione vince i master series di Key Biscayne, Roma e Madrid e nella finale dell'US Open incontra per la 34esima e ultima volta il rivale di sempre Sampras, venendo sconfitto in 4 set (bilancio finale 20-14 per Sampras).&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 2003  Agassi vince il suo ottavo ed ultimo titolo del Grande Slam agli Australian Open . In marzo vince per la terza volta consecutiva (e sesta in carriera) il titolo Master series di Key Biscayne, stabilendo il record di 18 successi consecutivi nella competizione (battendo il precedente record di Sampras che tra il 1993 e il 1995 si fermò a 17, l'anno successivo vincerà i primi due incontri portando il record a 20). Il 28 aprile 2003 raggiunge per l'ennesiva volta la posizione di N.1 del mondo, diventando il giocatore più anziano a raggiungere tale traguardo (33 anni e 13 giorni), conserverà il record per due settimane. Riconquisterà il trono nuovamente il 16 giugno 2003 conservandolo per altre 12 settimane (portando il suo totale a 101). A causa di un infortunio è costretto a saltare alcuni importanti tornei e cederà lo scettro di N.1. Nella Masters Cup di fine anno arriva in finale, ma viene sconfitto da Federer, a fine anno è N.4 del mondo.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 2004 il 34enne Agassi dimostra di poter ancora vincere titoli ad alto livello conquistando il Master series di Cincinnati. Con questa vittoria Agassi stabilisce il record (tuttora insuperato) di 17 Master series vinti, inoltre durante la sua carriera Andre ha vinto almeno una volta 7 dei 9 tornei del circuito MS. Durante l'anno Agassi diventa il sesto giocatore dell'era Open ad aver raggiunto le 800 vittorie. Termina l'anno al N.8 del ranking mondiale.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel  viene 2005 eliminato nei quarti di finale all' Australian Open dal nuovo re del tennis mondiale: Roger Federer . Nei tornei successivi Agassi riesce sempre ad essere competitivo ma non riesce ad aggiudicarsi nessun titolo. In seguito ad un infortunio si presenta all'Open di Francia in condizioni precarie e viene eliminato al primo turno. Dopo la delusione parigina vince per la quarta volta in carriera il torneo di Los Angeles e raggiunge la finale al Canada Masters. All' US Open  contro ogni previsione riesce incredibilmente ad arrivare fino in finale, nonostante la sconfitta per Agassi è un grande successo e un trionfo di pubblico. Dopo l'exploit di New York si infortuna seriamente all'anca (al punto da non riuscire a camminare), ma rientra in tempo per la Tennis Masters Cup  in cui però non riesce ad essere competitivo (si ritirerà prima della fine della competizione), finisce l'anno al N.7 del mondo.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel corso del 2006 annuncia il suo ritiro dopo il torneo che aveva sempre più sentito, l' US Open . Nel torneo perde al terzo turno giocando sull' Arthur Ashe Stadium il 3 settembre, contro il giovane tennista tedesco Benjamin Becker in quattro set. Una standing ovation lunga molti minuti saluta l'uomo che forse più di tutti ha dato e ricevuto dal tennis.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Ad Andre Agassi viene attribuita la frase &amp;quot;credere in me stesso mi fa vincere&amp;quot;. Agassi è l'unico giocatore della storia del Tennis maschile ad aver vinto almeno una volta: tutti e 4 i tornei dello Slam, il Tennis Master Cup, la Coppa Davis e la medaglia d'oro in singolare ai Giochi olimpici, inoltre detiene il record per essere stato il più vecchio numero uno al mondo, posizione che ha occupato l' ultima volta nella sua carriera a 33 anni compiuti.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Andre Agassi, sin da giovanissimo, ha dimostrato di avere una forte personalità e di non aver paura ad esibirla: indossava abiti colorati in campo quando a nessuno veniva in mente di vestire un colore che non fosse il bianco, portava capelli lunghi e orecchini, diventò un autentico divo grazie al suo look ribelle.A causa di questo suo gusto particolare nell'abbigliamento diserterà per i primi anni della carriera il torneo di Wimbledon e l'Australian Open (all'epoca era obbligatorio il bianco in entrambe le competizioni, oggi solo a Wimbledon), poichè giudicati troppo retrogradi. Era uno sportivo differente, originale di natura, schivo e riservato ma allo stesso tempo mondano nelle frequentazioni. Forse è proprio per questo che nei primi anni Novanta accettò di girare uno spot per la Canon che recitava &amp;quot;L'immagine è tutto&amp;quot;, slogan che gli venne appiccicato addosso e per cui ancora oggi viene ricordato.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Quella però fu una fase: ne seguì un'altra, caratterizzata da una serie di insuccessi sportivi che lo portarono a essere il numero 141 del mondo; Agassi era fuori forma e veniva ormai considerato da tutti un giocatore finito, nonostante avesse solo 27 anni. L'annullamento del matrimonio è questo il momento in cui Agassi riuscì a tornare in perfetta forma sui campi da tennis e a intraprendere una seconda carriera, caratterizzata da tre finali dello slam nello stesso anno, proprio il 1999. Un Agassi rinnovato, apparentemente più conformista, che recupera le magliette bianche, la concentrazione, la determinazione e la sua consueta rapidità nei cambi di campo. Stupisce, perché nelle conferenze stampa riesce a ricordare con incredibile esattezza ogni punto giocato contro l'avversario. Alcuni credono che questo picco nella carriera di Agassi sia stato propiziato dal matrimonio con Steffi Graf , sua compagna da allora, che gli ha dato due bambini, Jaden Gil e Jaz Elle.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Agassi ha recentemente affermato che non si sente più la stessa persona che anni fa affermava &amp;quot;l'immagine è tutto&amp;quot;: oggi è padre, marito, tennista e uno degli sportivi più rispettati e amati nel mondo. Forse anche perché è riuscito a reinventarsi e a diventare ciò che da lui nessuno si sarebbe mai aspettato.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Sin da piccolissimo, Agassi mostrava l'attitudine a seguire la palla soltanto con gli occhi, senza muovere il capo, segno di eccezionali riflessi e fondamento per quella che si sarebbe rivelata la sua arma più devastante,la risposta d'anticipo,il risultato è un colpo di velocità e imprevedibilità impressionanti che, la maggior parte delle volte lascia fermo il giocatore.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il miglior colpo di Agassi è la risposta, definita la migliore di tutti i tempi e in grado di rimettere in gioco anche uno dei servizi più potenti mai eseguiti: dotato di una grande capacità di anticipo. Ha un servizio potente che però non utilizza per raggiungere l'ace puro, ma per aprirsi il campo ed effettuare il colpo definitivo. Il rovescio è bimane ed estremamente efficace, specie in lungolinea; lo stesso vale per il dritto, con cui predilige anche traiettorie anomale.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Dotato di un eccellente coordinazione e velocità, quando Agassi imprime i suoi ritmi di gioco e mette i piedi dentro al campo crea le condizioni ideali per esprimere il suo tennis. Il suo punto debole è da sempre il gioco di rete:  utilizza la volée solamente come colpo definitivo a punto quasi ottenuto e tradisce sempre la mancanza di senso di posizione. Quando gli fu chiesto come mai non provasse interesse a migliorare quella parte del suo gioco, semplicemente rispose che non ne aveva bisogno perché vinceva comunque.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Dopo aver lasciato il tennis Agassi si è dedicato a missioni umanitarie con la realizzazione di varie fondazioni a scopo benefico come la “ Andre Agassi Charitable Fundation “ e l' “ Andre Agassi College Preparatory Academy ” aiutando i bambini meno fortunati per far sì che anche loro possano sperare in un futuro come tutti gli altri e dando loro l'istruzione adeguata per poter crescere al pari di tutti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bibliografia :&lt;br /&gt;
Alexandre de Chambure, 2007, “ Andre Agassi: attraverso gli occhi di un fan”.&lt;br /&gt;
Robert Philip, 1995, “Agassi: The fall and rise of the Enfant terrible of tennis”. &lt;br /&gt;
Jeff Savage, 1997, “Andre Agassi: raggiungere il top ancora una volta”&lt;br /&gt;
Alcune notizie sono state prese da siti internet dedicati ad Andre Agassi.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
	</entry>
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		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Adelizzi_Beatrice&amp;diff=22</id>
		<title>Adelizzi Beatrice</title>
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		<updated>2016-05-23T08:12:51Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: Creata pagina con &amp;quot;Beatrice è nata l’ 11 novembre del1988, a Monza.&amp;lt;br /&amp;gt; Abbraccia il mondo sportivo molto presto, ma al contrario di quanto si possa pensare non iniziò subito con il sincro...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Beatrice è nata l’ 11 novembre del1988, a Monza.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Abbraccia il mondo sportivo molto presto, ma al contrario di quanto si possa pensare non iniziò subito con il sincronizzato, ma con il nuoto. Poi, all’ età di 8 anni decise di cambiare dopo avere provato, così per curiosità, questa disciplina e non l’ ha più lascita:&lt;br /&gt;
«Del sincronizzato mi è sempre piaciuto il lato artistico», spiega, «molto vicino alla danza, oltre al lavoro di ricerca personale e di perfezionamento dei movimenti. È uno sport che richiede tanta passione, determinazione e abnegazione. E' totalizzante; più dà, più richiede. »&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Attualmente è iscritta alla facoltà di chimica, e per poter terminare gli studi, Beatrice ha deciso di lasciare il nuoto  sincronizzato per dedicarsi maggiormente a quest’ altro obiettivo della sua vita.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Scelta sicuramente sofferta, specialmente dopo la sua medaglia di bronzo; ma nonostante ciò continua verso la sua scelta, consapevole prevalentemente del fatto che come ogni sport, considerato “minore” in Italia, non permette pur con dei successi di potersi mantenere, e quindi non vuole precludersi questa possibilità futura.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
'''Lo sport…'''&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Beatrice dimostra di essere una vera stakanovista.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Ritmi di allenamento impressionanti per un’atleta impegnata per ben 7 ore al giorno di allenamento che possono arrivare anche a 10 nei momenti di maggior impegno. Nuoto, esercizi di tecnica, allenamento, invenzione delle coreografie, ma anche danza classica e palestra, dal pilates ai pesi. Insomma una vita passata ad allenarsi: ma che risultato!!!&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Non le interessa rivendicare la fatica, le ore passate in palestra per reggere le sei gare che ha in programma, &lt;br /&gt;
«Per noi del sincro la sfida vera è reggere le ore di allenamento, una volta arrivate a gareggiare è discesa. Pensate che avevo 38 di febbre fino a qualche giorno fa» si riferisce ai giorni prima della gara di Roma 2009 « e l’ho archiviata. Figuratevi se mi faccio condizionare, non l’ho neanche sentita».&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
E’ proprio per la sua determinazione e forza di volontà, che spesso la portano anche a “lottare” per la scelta del brano da utilizzare nelle sue coreografie acquatiche; infatti Beatrice per la gara del singolo libero dove ha vinto la sua medaglia di bronzo, avrebbe preferito una colonna sonora diversa: «Everybody hurts» dei Rem!, per questo: «ho discusso sulla &amp;quot;Tosca&amp;quot;, proprio non mi andava, » ma accetta di preparare l’esercizio sulla Tosca, «perché siamo in Italia, ci voleva un omaggio e poi è più semplice per i giudici, so che in realtà adesso devo ringraziare chi me l’ha imposta»; ma molto probabilmente anche dall’alto del podio i Rem le sembravano meglio!&lt;br /&gt;
Come ogni atleta o comunque personaggio famosi, si ritrova ad essere sotto gli occhi della gente, ma con un piccolo particolare: &amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Con la divisa dell’Italia, la camminata elegante e le spalle larghe, la prendono sempre per una delle azzurre del nuoto. Adesso che ha un bronzo al collo ha una sola richiesta: «Sarebbe bello se smettessero di scambiarmi un po’ per chiunque, per carità è un onore, ma vorrei avere un nome anche io!».&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
'''...per quanto riguarda il nuoto sincronizzato?'''&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Non si può parlare di questa atleta senza però fare un minimo di accenno al suo medagliere personale, elencando le vittorie che Beatrice ritiene le più significative ed importanti per la sua carriera&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
* il terzo posto ai campionati italiani nel 2000 a Roma;  &lt;br /&gt;
* il mio primo singolo con la Nazionale juniores premiato con l'argento agli Europei di Osweicim nel 2004;&lt;br /&gt;
* il settimo posto nel singolo tecnico ai Mondiali di Melbourne 2007 &lt;br /&gt;
* il settimo posto con Giulia Lapi alle Olimpiadi di Pechino 2008 con un esercizio che valeva un piazzamento migliore&lt;br /&gt;
* e poi gli storici risultati dei Mondiali di Roma 09&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come accennato in precedenza, Beatrice proprio in questi giorni ha deciso di lasciare la sua carriera agonistica per proseguire gli studi.&lt;br /&gt;
Molto probabilmente non sarà un distacco completo da una delle passioni che più ama, infatti ha dichiarato:&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
«Mi piacerebbe contribuire ad accrescere il nuoto sincronizzato e collaborare con la mia società, il Nord Padania, magari costruendo percorsi alternativi, esercizi ancora mai visti».&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nonostante la scelta di Beatrice, che segnerà fortemente il sincro, il vero marchio che dovrà essere da stimolo per le altre atlete, è stata la sua dimostrazione che: pure avendo davanti la Russia, considerata la padrona della disciplina, e la Spagna, una nazione che ha investito nel sincronizzato, si può uscire dalla zona d’ombra.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
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		<id>http://www.wikisport.eu/index.php?title=Addesi_Pierpaolo&amp;diff=11</id>
		<title>Addesi Pierpaolo</title>
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		<updated>2016-05-23T08:05:16Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Utente4: Creata pagina con &amp;quot;'''alle Paraolimpiadi di Pechino 2008'''   Facciamo una piccola introduzione dei giochi paraolimpici: I '''Giochi Paralimpici''', o '''Paralimpiadi''', sono l'equivalente dei...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;'''alle Paraolimpiadi di Pechino 2008'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Facciamo una piccola introduzione dei giochi paraolimpici:&lt;br /&gt;
I '''Giochi Paralimpici''', o '''Paralimpiadi''', sono l'equivalente dei giochi olimpici per atleti con disabilità fisiche. Pensati come Olimpiadi parallele, prendono il nome proprio dalla fusione del prefisso para con la parola Olimpiade e i suoi derivati.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
In italia sono tuttora chiamati anche Giochi Paraolimpici o Paraolimpiadi, che fu il termine usato ufficialmente fino al 2004. La legge n 189 del 15 luglio 2003 &amp;quot;Norme per la promozione della pratica dello sport da parte delle persone disabili&amp;quot; designa la federazione italiana sport disabili come Comitato italiano paraolimpico (CIP) e usa termini quali attività paraolimpica e Paraolimpiadi. Anche il successivo decreto di attuazione[1], pubblicato il 5 maggio 2004 sulla gazzetta ufficiale, mantiene la stessa terminologia. Con il decreto di approvazione dello statuto del CIP[2] del 17 dicembre 2004 anche la normativa italiana recepisce la denominazione comitato italiano paraolimpico Il medico britannico liudwic gudman organizzò una competizione sportiva nel1948, conosciuta come giochi di stoke mandeville, per veterani della seconda guerra mondiale con danni alla colonna vertebrale; nel 1952 anche atleti olandesi parteciparono ai giochi, dandogli un carattere internazionale. La competizione prendeva il nome da stoke mandevil, la cittadina del buckighamshire che ospitava annualmente tali gare.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 1958 il medico italiano antonio maglio, direttore del centro paraplegici dell'istituto nazionale per l assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL), propose a Guttmann di disputare l'edizione del 1960 a roma, che nello stesso anno avrebbe ospitato la XVII olimpiade. I &amp;quot;IX Giochi Internazionali per Paraplegici&amp;quot; di Roma 1960, ovvero la nona edizione internazionale dei Giochi di Stoke Mandeville, vennero posteriormente riconosciuti come i giochi paralimpici estivi nel1984, quando il comitato olimpico internazionale(CIO) approvò la denominazione &amp;quot;Giochi Paralimpici&amp;quot;.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
I contatti tra Guttmann e la delegazione giapponese presente a Roma in rappresentanza del Comitato Organizzatore della XVIII olimpiade di Tokio 1964 fecero sì che Tokyo ospitasse i Giochi Internazionali di Stoke Mandeville del 1964, successivamente riconosciuti come i giochi paralimpici estivi. Idealmente l'abbinamento avrebbe dovuto proseguire nel 1968 a città del messico ma nel 1966 il progetto naufragò a causa del mancato sostegno del governo messicano. Fu allora israele ad offrirsi di ospitare l'edizione del 1968, come parte delle celebrazioni per il ventesimo anniversario della nascita dello stato. I Giochi di Stoke Mandeville furono di nuovo ospitati nello stesso paese dei Giochi Olimpici nel 1972 in germania e nel 1976 in canada&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Le prime paralimpiadi invernali furono tenute aOrnskoldvik, in svezia, nel 1976.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
I giochi sono ormai abbinati sistematicamente ai Giochi Olimpici veri e propri dal 19 giugno 2001 quando fu siglato un accordo tra il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ed il comitato paraolimpico internzionale(IPC), secondo cui la candidatura per le Olimpiadi, vale anche.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Dal 1994 al 2004 il logo dell'IPC era costituito da tre Tae- Geuk, in rosso, blu e verde, i tre colori più utilizzati nelle bandiere dei Paesi del Mondo. I tre Tae-Geuk simboleggiavano i tre aspetti più significativi dell'essere umano: mente, corpo e spirito. &amp;quot;Mind, Body, Spirit&amp;quot; fu adottato dall'IPC come motto ufficiale. Durante il meeting del Comitato Esecutivo tenutosi ad Atene nell'aprile 2003, è stato scelto un nuovo logo paralimpico, in cui si trovano tre agitos (dal latino agito, ovvero io mi muovo) in blu, rosso e verde come nel precedente. È un simbolo in movimento attorno a un punto centrale, il che enfatizza il ruolo dell'IPC come raggruppatore degli atleti da ogni parte del mondo.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
I IX giochi paralimpici inveranali si sono svolti a Torino  dal 10 al 19 marzo 2006, mentre i XII giochi paralimpici invernali si sono svolti a Pechino(Cina)) dal 6 al17 settembre 2008.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Dopo questa brevissima introduzione possiamo incomiciare a parlare dell atleta Pierpaolo Adessi.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nato a Mariano Comense (Co) il 29 giugno del 1976, a 2 anni si trasferisce in Abruzzo. Da dieci anni risiede a Torrevecchia Teatina, in provincia di Chieti. Sin dalla nascita è affetto da focomelia, grave malformazione congenita per cui gli arti non sono sviluppati in parte o in toto: nel caso di Pierpaolo è il braccio sinistro ad esserne interessato, per tutta la parte dell'avambraccio.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
È una disabilità che compromette i &amp;quot;normali&amp;quot; movimenti dell'arto: è infatti molto piccolo quando indossa la sua prima protesi fatta su misura per lui nel più grande centro protesi di Budrio (Bo).&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Inizia da qui la storia di un uomo, prima bambino poi ragazzo, che passava le domeniche a guardare correre in bici i fratelli tesserati con una squadra amatoriale del posto.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Appassionato e tifoso, poteva solo stare a guardare fino a quando il suo coraggio quasi impavido lo fa salire in sella alla sua prima bicicletta. Fu dal quel giorno che, un po' per orgoglio un po' per riscatto, Pierpaolo decide che può pedalare se non di più almeno come gli altri, e inizia a prendere parte alle prime pedalate in gruppo.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Solo nel 2003 un medico di Ciriè (To), dopo regolare visita medica e prova sforzo, rilascia il permesso di gareggiare a tutti gli effetti ed è così che in punta di piedi prende parte alle gare amatoriali. Dopo anni di ciclismo puro, comincia a farsi notare semplicemente dando filo da torcere ai normododati in gare di un certo livello. Nel 2005, in una prova mondiale amatoriale a Roseto degli Abruzzi (Te), fu notato da uno dei funzionari del Cip (Comitato Italiano Paralimpico): pochi giorni dopo fu chiamato direttamente dal Ct della Nazionale Italiana Ciclismo Disabili, Mario Valentini, e invitato ai Campionati Italiani che quell'anno si svolsero a Marconia.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tanto impegno, tanta emozione, un risultato: terzo posto che fece pensare e ben sperare. Un impegno ancora più importante fu quando ebbe tra le mani la prima convocazione agli Europei in Olanda dove grandi e prestigiosi furono i risultati.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Nel 2006 gli appuntamenti si fecero più fitti e importanti e iniziano ad arrivare i primi risultati come il secondo posto sul podio di Correzè in Francia che gli regala la sua prima medaglia d'argento.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo tante e diverse prove di coppa in giro per l'Europa, chiude la stagione portando a casa la maglia iridata di Campione Mondiale Medio Fondo conquistata ad Alassio e festeggia insieme al suo paese questo prestigioso risultato che lo catapulta a vele spiegate verso una stagione ricca di sorprese e nuovi traguardi.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Ma è nel 2007 che Pierpaolo si rende conto che ogni pedalata ha il dolce sapore della vittoria: dopo un inverno passato a letto tra infortuni e malanni vari, a dicembre del 2006 a Ghisallo (Co) viene invitato e premiato come Campione Mondiale Medio Fondo. È il mese di marzo che segna la nuova stagione di gare, ed è un terzo posto nella prova a cronometro a far capire a Pierpaolo che non solo qualcosa ma un po' tutto stava cambiando: buoni piazzamenti sempre dentro i primi tre nelle altre prove e a giugno sulle pianure di Bondeno (Fe) vince e agguanta la sua medaglia d'oro e diventa Campione Italiano su strada, all'arrivo braccia al cielo e lacrime di gioia.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Volendo fare delle considerazioni: potremmo affermare che gli atleti paraolimpici sono persone straordinarie che forse per alcuni problemi non possono utilizzare al meglio il proprio corpo ma che con una grandissima forza di volontà riescono a fare cose fuori dal comune.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Io penso che le para olimpiadi vadano curate ogni volta sempre meglio per garantire a queste persone un qualcosa in cui credere e non che si diano solo importanza a gente e sport dove c’è un giro di soldi esorbitante come ad es. il calcio cosi abbandonando o comunque mettendo da parte queste persone che fanno sacrifici sia a livello economico che a livello fisico.&amp;lt;br /&amp;gt;&lt;br /&gt;
Io spero solo che un giorno o l'altro la gente capirà verso quale strada ci stiamo indirizzando perché penso che quella intrapresa non sia la quella giusta.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Utente4</name></author>
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