Differenze tra le versioni di "Di Bartolomei Agostino"
| Riga 1: | Riga 1: | ||
Era il 30 maggio 1994 e sono passati esattamente dieci anni dalla finale di Coppa dei Campioni che la Roma perse contro il Liverpool. Agostino Di Bartolomei esce sul terrazzo della sua villa a San Marco (frazione di Castellabate), impugna una Smith & Wesson calibro 38 e si spara un colpo dritto al cuore: è la fine di “Diba”, capitano ombroso della grande Roma di Nils Liedholm.<br /> | Era il 30 maggio 1994 e sono passati esattamente dieci anni dalla finale di Coppa dei Campioni che la Roma perse contro il Liverpool. Agostino Di Bartolomei esce sul terrazzo della sua villa a San Marco (frazione di Castellabate), impugna una Smith & Wesson calibro 38 e si spara un colpo dritto al cuore: è la fine di “Diba”, capitano ombroso della grande Roma di Nils Liedholm.<br /> | ||
''' | |||
'''L'anagrafe'''<br /> | |||
---- | |||
'''Agostino Di Bartolomei''' nasce a Roma l’8 aprile 1955, muore a Castellabate, il 30 maggio 1994, è stato un calciatore italiano nel ruolo centrocampista o libero.<br /> | |||
'''La carriera''' | |||
---- | ---- | ||
Agostino cresce calcisticamente nel quartiere periferico di Tor Marancia, nell’oratorio San Filippo Neri, all’OMI, per poi approdare nelle giovanili della Roma. Esordisce a soli diciassette anni in uno scialbo Inter-Roma finito zero a zero: quello sarà l’inizio di una luminosa carriera che lo vedrà protagonista assoluto nel campionato italiano. Viene ricompensato però l’anno successivo con il suo primo goal in serie A contro il Bologna: finalmente Ago calcia in rete un cross teso arrivato dalla destra, un tiro che rivela tutta l’infallibilità della sua tecnica. Seduto in panchina l’allenatore, Manlio Scopigno, vibra di tensione, l’immagine del ragazzetto dalla potenza micidiale gli si imprime nelle retine, anni dopo dirà di aver compreso in quell’istante il talento di Agostino. È ancora tanto giovane Di Bartolomei e il talento non basta, mancano la gavetta, il sudore, la fatica e anche l’ingrediente più raro: la fortuna.<br /> | |||
La Dea Bendata si presenta sotto le spoglie di Nils Liedholm che per primo gli concede la sua fiducia, quando lo chiama in campo a tirare il primo rigore per la Roma contro il Liverpool. Una responsabilità su cui grava l’esito dell’intera partita, ma Nils compie questa scelta con leggerezza perché sa di non rischiare: vuole solo una conferma. E presto la Roma avrà un nuovo capitano. | La Dea Bendata si presenta sotto le spoglie di Nils Liedholm che per primo gli concede la sua fiducia, quando lo chiama in campo a tirare il primo rigore per la Roma contro il Liverpool. Una responsabilità su cui grava l’esito dell’intera partita, ma Nils compie questa scelta con leggerezza perché sa di non rischiare: vuole solo una conferma. E presto la Roma avrà un nuovo capitano. | ||
Nel 1983 stringe trionfante il secondo scudetto per la storia giallorossa e viene acclamato dai tifosi alla stregua di un Dio, la sua popolarità è in continua ascesa, le strade si riempiono di bandiere dei colori della squadra e tutti sorridono ed esultano alla notizia della finale di Coppa dei Campioni disputata in casa. Ogni romano è convinto di avere già la vittoria in tasca. Quando le squadre entrano in campo è ancora giorno: sono le 20.15 di quella che si preannuncia come un’irresistibile serata estiva. Gli spettatori sono più di settantamila, il terreno di gioco in ottime condizioni, il cuore dei tifosi batte a mille pulsazioni di pura emozione. La curva sud, occupata dai romanisti, espone uno striscione dal significato inequivocabile: «Non passa lo straniero». Lo straniero in questione è il Liverpool. Niente va come sperato in quella nottata profetizzata secondo i migliori auspici traditi da una realtà ben diversa: una sconfitta inappellabile.<br /> | Nel 1983 stringe trionfante il secondo scudetto per la storia giallorossa e viene acclamato dai tifosi alla stregua di un Dio, la sua popolarità è in continua ascesa, le strade si riempiono di bandiere dei colori della squadra e tutti sorridono ed esultano alla notizia della finale di Coppa dei Campioni disputata in casa. Ogni romano è convinto di avere già la vittoria in tasca. Quando le squadre entrano in campo è ancora giorno: sono le 20.15 di quella che si preannuncia come un’irresistibile serata estiva. Gli spettatori sono più di settantamila, il terreno di gioco in ottime condizioni, il cuore dei tifosi batte a mille pulsazioni di pura emozione. La curva sud, occupata dai romanisti, espone uno striscione dal significato inequivocabile: «Non passa lo straniero». Lo straniero in questione è il Liverpool. Niente va come sperato in quella nottata profetizzata secondo i migliori auspici traditi da una realtà ben diversa: una sconfitta inappellabile.<br /> | ||
Di Bartolomei, non appena vede quella Coppa sollevata dalle mani della squadra avversaria capisce all’stante che, qualsiasi cosa accada dopo, il suo tempo non è illimitato, la sua grande opportunità è trascorsa, la sua stagione come capitano giunta al capolinea. Col trascorrere dei giorni quel 30 maggio si eclissò dalla memoria di molti, salvo poi ritornarci con prepotenza, con l’irruenza terribile degli avvenimenti fatali, esattamente dieci anni dopo. Col senno di poi quella partita apparve come la sagoma oscura di un presagio.<br /> | Di Bartolomei, non appena vede quella Coppa sollevata dalle mani della squadra avversaria capisce all’stante che, qualsiasi cosa accada dopo, il suo tempo non è illimitato, la sua grande opportunità è trascorsa, la sua stagione come capitano giunta al capolinea. Col trascorrere dei giorni quel 30 maggio si eclissò dalla memoria di molti, salvo poi ritornarci con prepotenza, con l’irruenza terribile degli avvenimenti fatali, esattamente dieci anni dopo. Col senno di poi quella partita apparve come la sagoma oscura di un presagio.<br /> | ||
L’anno dopo la misfatta la panchina giallorossa è occupata da Sven Goran Ericksson che adotta tecniche innovative. «È il momento del calcio moderno» dice e le sue tattiche si servono di muscoli, di velocità, forza, lasciano poco spazio ai pensieri. La parola d’ordine è pressing, un ritmo di gioco al quale Di Bartolomei non riesce ad adattarsi. La sentenza dell’allenatore è spietata: è troppo lento. Agostino viene ceduto al Milan e così torna dal suo benefattore di sempre, Nils Liedholm.<br /> | L’anno dopo la misfatta la panchina giallorossa è occupata da Sven Goran Ericksson che adotta tecniche innovative. «È il momento del calcio moderno» dice e le sue tattiche si servono di muscoli, di velocità, forza, lasciano poco spazio ai pensieri. La parola d’ordine è pressing, un ritmo di gioco al quale Di Bartolomei non riesce ad adattarsi. La sentenza dell’allenatore è spietata: è troppo lento. Agostino viene ceduto al Milan e così torna dal suo benefattore di sempre, Nils Liedholm.<br /> | ||
Con il Milan gioca ottantotto partite in tre anni, segnando nove gol; ma ambientarsi a Milano non è semplice, gli inverni sono più rigidi ed ogni circostanza è più gravosa perché Di Bartolomei stenta a riconoscersi in una squadra che non è la sua. Non contano gli striscioni dei tifosi più fedeli che allo stadio lo incoraggiano: «Ti hanno tolto la Roma, ma non la tua curva». Nella mente del capitano è ancora impressa a chiare lettere la scritta che recitava: giallo come il sole, rosso come il cuore. Erano quelli i suoi colori, raccontavano tutta la storia dei quartieri dove era cresciuto, della città che aveva amato più di ogni altra. Trascorsa la stagione al Milan, Di Bartolomei viene ceduto al Cesena, poi alla Salernitana. La grandezza del Capitano che era stato lo insegue ormai come un’ombra troppo imponente alla quale non riesce più ad adattarsi, un’ombra che lo sovrasta e in cui non si riconosce: lo precede sempre d’un passo e quel passo, a volte, Agostino crede di non volerlo compiere più. A ferirlo non è stato il fallimento di una partita, ma il tradimento palese di tutto un mondo che credeva il suo e da cui si è trovato ripudiato, abbandonato come uno scarpone usato, sostituito da un paio di piedi nuovi. Gli ex compagni di squadra in occasione del suo primo ritorno a Roma come avversario gli riservarono un’accoglienza spietata: Ciccio Graziani al fischio finale della partita si avventa su Ago, che era stato pure il suo capitano, e lo colpisce con un violento pugno al viso. E Bruno Conti, considerato un amico, il compagno con cui aveva condiviso le partite sulla spiaggia di Lavinio e la gavetta nelle giovanili, a fine partita lo apostrofa con una frase tagliente che trasuda odio: «Nel Milan continua a giocare come giocava nella Roma: tranquillo, pulito, senza mai uscire dal campo sudato. Ed era sempre il migliore di noi. Non è vero, come qualcuno ha scritto, che sono suo amico». Nessuno colse la sua disperazione, tutti lo salutavano con «Vedremo, si può fare. Ci sentiamo». Parole vaghe che non offrivano appigli stabili cui aggrapparsi e poi, come risucchiate dalla lontananza, si perdevano in un silenzio fitto. | Con il Milan gioca ottantotto partite in tre anni, segnando nove gol; ma ambientarsi a Milano non è semplice, gli inverni sono più rigidi ed ogni circostanza è più gravosa perché Di Bartolomei stenta a riconoscersi in una squadra che non è la sua. Non contano gli striscioni dei tifosi più fedeli che allo stadio lo incoraggiano: «Ti hanno tolto la Roma, ma non la tua curva». Nella mente del capitano è ancora impressa a chiare lettere la scritta che recitava: giallo come il sole, rosso come il cuore. Erano quelli i suoi colori, raccontavano tutta la storia dei quartieri dove era cresciuto, della città che aveva amato più di ogni altra. Trascorsa la stagione al Milan, Di Bartolomei viene ceduto al Cesena, poi alla Salernitana. La grandezza del Capitano che era stato lo insegue ormai come un’ombra troppo imponente alla quale non riesce più ad adattarsi, un’ombra che lo sovrasta e in cui non si riconosce: lo precede sempre d’un passo e quel passo, a volte, Agostino crede di non volerlo compiere più. A ferirlo non è stato il fallimento di una partita, ma il tradimento palese di tutto un mondo che credeva il suo e da cui si è trovato ripudiato, abbandonato come uno scarpone usato, sostituito da un paio di piedi nuovi. Gli ex compagni di squadra in occasione del suo primo ritorno a Roma come avversario gli riservarono un’accoglienza spietata: Ciccio Graziani al fischio finale della partita si avventa su Ago, che era stato pure il suo capitano, e lo colpisce con un violento pugno al viso. E Bruno Conti, considerato un amico, il compagno con cui aveva condiviso le partite sulla spiaggia di Lavinio e la gavetta nelle giovanili, a fine partita lo apostrofa con una frase tagliente che trasuda odio: «Nel Milan continua a giocare come giocava nella Roma: tranquillo, pulito, senza mai uscire dal campo sudato. Ed era sempre il migliore di noi. Non è vero, come qualcuno ha scritto, che sono suo amico». Nessuno colse la sua disperazione, tutti lo salutavano con «Vedremo, si può fare. Ci sentiamo». Parole vaghe che non offrivano appigli stabili cui aggrapparsi e poi, come risucchiate dalla lontananza, si perdevano in un silenzio fitto.<br /> | ||
'''La vita'''<br /> | |||
---- | |||
Agostino Di Bartolomei rimase stretto in una morsa stringente fra passato e futuro. Non gli bastò fondare una scuola di calcio per alleviare il peso delle delusioni più amare, i tradimenti più meschini, i voltafaccia più inaspettati. Lui dei suoi problemi non parlava mai, preferiva discuterne solo quando aveva trovato da sé una soluzione. Non una parola alla moglie Marisa, non un avvertimento. Senza esitazioni, un colpo dritto al cuore con la sua calibro 38, ripulita per l’occasione. Un colpo al suo cuore, poi sgorgare di sangue a fiotti, rosso come uno dei colori della Roma, perché mirare al petto è l’unico modo per uccidere davvero, tutte le altre sono morti rimandate. L’aveva detto al suo amico Antonio una volta, commentando il suicidio di Raul Gardini ''«Ha sbagliato a spararsi in testa; meglio mirare al cuore, perché solo così si è sicuri di morire all’istante»''. <br /> | Agostino Di Bartolomei rimase stretto in una morsa stringente fra passato e futuro. Non gli bastò fondare una scuola di calcio per alleviare il peso delle delusioni più amare, i tradimenti più meschini, i voltafaccia più inaspettati. Lui dei suoi problemi non parlava mai, preferiva discuterne solo quando aveva trovato da sé una soluzione. Non una parola alla moglie Marisa, non un avvertimento. Senza esitazioni, un colpo dritto al cuore con la sua calibro 38, ripulita per l’occasione. Un colpo al suo cuore, poi sgorgare di sangue a fiotti, rosso come uno dei colori della Roma, perché mirare al petto è l’unico modo per uccidere davvero, tutte le altre sono morti rimandate. L’aveva detto al suo amico Antonio una volta, commentando il suicidio di Raul Gardini ''«Ha sbagliato a spararsi in testa; meglio mirare al cuore, perché solo così si è sicuri di morire all’istante»''. <br /> | ||
Agostino Di Bartolomei lasciò il mondo a soli trentanove anni in silenzio, come era sua consuetudine.<br /> | Agostino Di Bartolomei lasciò il mondo a soli trentanove anni in silenzio, come era sua consuetudine.<br /> | ||
Dopo la sua fine tragica iniziano ad arrivare le prime dediche rivolte soprattutto all’uomo e in seconda battuta al calciatore: il cantautore e amico Venditti, per esempio, gli dedica la canzone “Tradimento e perdono” di cui vale la pena ricordare la frase: «Se ci fosse più amore per il campione oggi saresti qui», nel 2010 la sua vita viene raccontata nel libro “L’ultima partita” di Giovanni Bianconi e Andrea Salerno e nel 2011 viene girato un documentario, “Undici metri”, di Francesco Del Grosso. Nel 2012 infine, il campo A del centro sportivo Fulvio Bernardini a Trigoria viene intitolato alla sua memoria.<br /> | Dopo la sua fine tragica iniziano ad arrivare le prime dediche rivolte soprattutto all’uomo e in seconda battuta al calciatore: il cantautore e amico Venditti, per esempio, gli dedica la canzone “Tradimento e perdono” di cui vale la pena ricordare la frase: «Se ci fosse più amore per il campione oggi saresti qui», nel 2010 la sua vita viene raccontata nel libro “L’ultima partita” di Giovanni Bianconi e Andrea Salerno e nel 2011 viene girato un documentario, “Undici metri”, di Francesco Del Grosso. Nel 2012 infine, il campo A del centro sportivo Fulvio Bernardini a Trigoria viene intitolato alla sua memoria.<br /> | ||
'''Il carattere'''<br /> | |||
---- | |||
‘’Diba”, non era un uomo come tanti. Oppure sì, e proprio questo lo rendeva speciale. Era la lentezza in un calcio che si faceva sempre più frenetico. Era come il barone Liedholm, il suo maestro, uno svedese innamorato dell’Italia e di quel ragazzino diventato uomo sui campi di pallone. Era, dice Gianni Mura, “un calciatore serio, un vero professionista”: sembra poco, non lo è. | ‘’Diba”, non era un uomo come tanti. Oppure sì, e proprio questo lo rendeva speciale. Era la lentezza in un calcio che si faceva sempre più frenetico. Era come il barone Liedholm, il suo maestro, uno svedese innamorato dell’Italia e di quel ragazzino diventato uomo sui campi di pallone. Era, dice Gianni Mura, “un calciatore serio, un vero professionista”: sembra poco, non lo è. | ||
Ago non era bello, non aveva un fisico palestrato. Quando segnava, con quel suo tiro potente e micidiale, non si toglieva la maglia, non si metteva in posa. Era il capitano, ed era consapevole di cosa significasse: quando discuteva con l’arbitro teneva le mani dietro la schiena, non aveva bisogno di nascondere il labiale. Quando parlava alla squadra, si rivolgeva a tutti, dal primo all’ultimo, dal magazziniere alla stella. Era una persona taciturna, al punto che da bambino, raccontava, “io che ero introverso mi allenavo con il pallone contro un muro”, eppure, nel tempo, aveva imparato a rapportarsi con il gruppo, a diventarne un punto di riferimento. Era un uomo sensibile e colto, visitava i musei, amava l’arte e la lettura, sapeva guardare al di là del rettangolo di gioco che per molti suoi colleghi era un recinto, una gabbia.<br /> | Ago non era bello, non aveva un fisico palestrato. Quando segnava, con quel suo tiro potente e micidiale, non si toglieva la maglia, non si metteva in posa. Era il capitano, ed era consapevole di cosa significasse: quando discuteva con l’arbitro teneva le mani dietro la schiena, non aveva bisogno di nascondere il labiale. Quando parlava alla squadra, si rivolgeva a tutti, dal primo all’ultimo, dal magazziniere alla stella. Era una persona taciturna, al punto che da bambino, raccontava, “io che ero introverso mi allenavo con il pallone contro un muro”, eppure, nel tempo, aveva imparato a rapportarsi con il gruppo, a diventarne un punto di riferimento. Era un uomo sensibile e colto, visitava i musei, amava l’arte e la lettura, sapeva guardare al di là del rettangolo di gioco che per molti suoi colleghi era un recinto, una gabbia.<br /> | ||
| Riga 26: | Riga 43: | ||
'''Bibliografia''' | |||
''' | |||
---- | ---- | ||
Versione delle 23:39, 28 dic 2016
Era il 30 maggio 1994 e sono passati esattamente dieci anni dalla finale di Coppa dei Campioni che la Roma perse contro il Liverpool. Agostino Di Bartolomei esce sul terrazzo della sua villa a San Marco (frazione di Castellabate), impugna una Smith & Wesson calibro 38 e si spara un colpo dritto al cuore: è la fine di “Diba”, capitano ombroso della grande Roma di Nils Liedholm.
L'anagrafe
Agostino Di Bartolomei nasce a Roma l’8 aprile 1955, muore a Castellabate, il 30 maggio 1994, è stato un calciatore italiano nel ruolo centrocampista o libero.
La carriera
Agostino cresce calcisticamente nel quartiere periferico di Tor Marancia, nell’oratorio San Filippo Neri, all’OMI, per poi approdare nelle giovanili della Roma. Esordisce a soli diciassette anni in uno scialbo Inter-Roma finito zero a zero: quello sarà l’inizio di una luminosa carriera che lo vedrà protagonista assoluto nel campionato italiano. Viene ricompensato però l’anno successivo con il suo primo goal in serie A contro il Bologna: finalmente Ago calcia in rete un cross teso arrivato dalla destra, un tiro che rivela tutta l’infallibilità della sua tecnica. Seduto in panchina l’allenatore, Manlio Scopigno, vibra di tensione, l’immagine del ragazzetto dalla potenza micidiale gli si imprime nelle retine, anni dopo dirà di aver compreso in quell’istante il talento di Agostino. È ancora tanto giovane Di Bartolomei e il talento non basta, mancano la gavetta, il sudore, la fatica e anche l’ingrediente più raro: la fortuna.
La Dea Bendata si presenta sotto le spoglie di Nils Liedholm che per primo gli concede la sua fiducia, quando lo chiama in campo a tirare il primo rigore per la Roma contro il Liverpool. Una responsabilità su cui grava l’esito dell’intera partita, ma Nils compie questa scelta con leggerezza perché sa di non rischiare: vuole solo una conferma. E presto la Roma avrà un nuovo capitano.
Nel 1983 stringe trionfante il secondo scudetto per la storia giallorossa e viene acclamato dai tifosi alla stregua di un Dio, la sua popolarità è in continua ascesa, le strade si riempiono di bandiere dei colori della squadra e tutti sorridono ed esultano alla notizia della finale di Coppa dei Campioni disputata in casa. Ogni romano è convinto di avere già la vittoria in tasca. Quando le squadre entrano in campo è ancora giorno: sono le 20.15 di quella che si preannuncia come un’irresistibile serata estiva. Gli spettatori sono più di settantamila, il terreno di gioco in ottime condizioni, il cuore dei tifosi batte a mille pulsazioni di pura emozione. La curva sud, occupata dai romanisti, espone uno striscione dal significato inequivocabile: «Non passa lo straniero». Lo straniero in questione è il Liverpool. Niente va come sperato in quella nottata profetizzata secondo i migliori auspici traditi da una realtà ben diversa: una sconfitta inappellabile.
Di Bartolomei, non appena vede quella Coppa sollevata dalle mani della squadra avversaria capisce all’stante che, qualsiasi cosa accada dopo, il suo tempo non è illimitato, la sua grande opportunità è trascorsa, la sua stagione come capitano giunta al capolinea. Col trascorrere dei giorni quel 30 maggio si eclissò dalla memoria di molti, salvo poi ritornarci con prepotenza, con l’irruenza terribile degli avvenimenti fatali, esattamente dieci anni dopo. Col senno di poi quella partita apparve come la sagoma oscura di un presagio.
L’anno dopo la misfatta la panchina giallorossa è occupata da Sven Goran Ericksson che adotta tecniche innovative. «È il momento del calcio moderno» dice e le sue tattiche si servono di muscoli, di velocità, forza, lasciano poco spazio ai pensieri. La parola d’ordine è pressing, un ritmo di gioco al quale Di Bartolomei non riesce ad adattarsi. La sentenza dell’allenatore è spietata: è troppo lento. Agostino viene ceduto al Milan e così torna dal suo benefattore di sempre, Nils Liedholm.
Con il Milan gioca ottantotto partite in tre anni, segnando nove gol; ma ambientarsi a Milano non è semplice, gli inverni sono più rigidi ed ogni circostanza è più gravosa perché Di Bartolomei stenta a riconoscersi in una squadra che non è la sua. Non contano gli striscioni dei tifosi più fedeli che allo stadio lo incoraggiano: «Ti hanno tolto la Roma, ma non la tua curva». Nella mente del capitano è ancora impressa a chiare lettere la scritta che recitava: giallo come il sole, rosso come il cuore. Erano quelli i suoi colori, raccontavano tutta la storia dei quartieri dove era cresciuto, della città che aveva amato più di ogni altra. Trascorsa la stagione al Milan, Di Bartolomei viene ceduto al Cesena, poi alla Salernitana. La grandezza del Capitano che era stato lo insegue ormai come un’ombra troppo imponente alla quale non riesce più ad adattarsi, un’ombra che lo sovrasta e in cui non si riconosce: lo precede sempre d’un passo e quel passo, a volte, Agostino crede di non volerlo compiere più. A ferirlo non è stato il fallimento di una partita, ma il tradimento palese di tutto un mondo che credeva il suo e da cui si è trovato ripudiato, abbandonato come uno scarpone usato, sostituito da un paio di piedi nuovi. Gli ex compagni di squadra in occasione del suo primo ritorno a Roma come avversario gli riservarono un’accoglienza spietata: Ciccio Graziani al fischio finale della partita si avventa su Ago, che era stato pure il suo capitano, e lo colpisce con un violento pugno al viso. E Bruno Conti, considerato un amico, il compagno con cui aveva condiviso le partite sulla spiaggia di Lavinio e la gavetta nelle giovanili, a fine partita lo apostrofa con una frase tagliente che trasuda odio: «Nel Milan continua a giocare come giocava nella Roma: tranquillo, pulito, senza mai uscire dal campo sudato. Ed era sempre il migliore di noi. Non è vero, come qualcuno ha scritto, che sono suo amico». Nessuno colse la sua disperazione, tutti lo salutavano con «Vedremo, si può fare. Ci sentiamo». Parole vaghe che non offrivano appigli stabili cui aggrapparsi e poi, come risucchiate dalla lontananza, si perdevano in un silenzio fitto.
La vita
Agostino Di Bartolomei rimase stretto in una morsa stringente fra passato e futuro. Non gli bastò fondare una scuola di calcio per alleviare il peso delle delusioni più amare, i tradimenti più meschini, i voltafaccia più inaspettati. Lui dei suoi problemi non parlava mai, preferiva discuterne solo quando aveva trovato da sé una soluzione. Non una parola alla moglie Marisa, non un avvertimento. Senza esitazioni, un colpo dritto al cuore con la sua calibro 38, ripulita per l’occasione. Un colpo al suo cuore, poi sgorgare di sangue a fiotti, rosso come uno dei colori della Roma, perché mirare al petto è l’unico modo per uccidere davvero, tutte le altre sono morti rimandate. L’aveva detto al suo amico Antonio una volta, commentando il suicidio di Raul Gardini «Ha sbagliato a spararsi in testa; meglio mirare al cuore, perché solo così si è sicuri di morire all’istante».
Agostino Di Bartolomei lasciò il mondo a soli trentanove anni in silenzio, come era sua consuetudine.
Dopo la sua fine tragica iniziano ad arrivare le prime dediche rivolte soprattutto all’uomo e in seconda battuta al calciatore: il cantautore e amico Venditti, per esempio, gli dedica la canzone “Tradimento e perdono” di cui vale la pena ricordare la frase: «Se ci fosse più amore per il campione oggi saresti qui», nel 2010 la sua vita viene raccontata nel libro “L’ultima partita” di Giovanni Bianconi e Andrea Salerno e nel 2011 viene girato un documentario, “Undici metri”, di Francesco Del Grosso. Nel 2012 infine, il campo A del centro sportivo Fulvio Bernardini a Trigoria viene intitolato alla sua memoria.
Il carattere
‘’Diba”, non era un uomo come tanti. Oppure sì, e proprio questo lo rendeva speciale. Era la lentezza in un calcio che si faceva sempre più frenetico. Era come il barone Liedholm, il suo maestro, uno svedese innamorato dell’Italia e di quel ragazzino diventato uomo sui campi di pallone. Era, dice Gianni Mura, “un calciatore serio, un vero professionista”: sembra poco, non lo è.
Ago non era bello, non aveva un fisico palestrato. Quando segnava, con quel suo tiro potente e micidiale, non si toglieva la maglia, non si metteva in posa. Era il capitano, ed era consapevole di cosa significasse: quando discuteva con l’arbitro teneva le mani dietro la schiena, non aveva bisogno di nascondere il labiale. Quando parlava alla squadra, si rivolgeva a tutti, dal primo all’ultimo, dal magazziniere alla stella. Era una persona taciturna, al punto che da bambino, raccontava, “io che ero introverso mi allenavo con il pallone contro un muro”, eppure, nel tempo, aveva imparato a rapportarsi con il gruppo, a diventarne un punto di riferimento. Era un uomo sensibile e colto, visitava i musei, amava l’arte e la lettura, sapeva guardare al di là del rettangolo di gioco che per molti suoi colleghi era un recinto, una gabbia.
Di Bartolomei era uno che alla domanda di un giornalista: “Lei è più ottimista o pessimista?” rispondeva “realista”, e a chi gli chiedeva: “Cosa aggiungeresti a te stesso per essere completo?” rispondeva ‘’niente, perché la perfezione non la raggiunge nessuno’’.
Era un giocatore, Ago, ma soprattutto un uomo. E, come ogni uomo, come ogni persona, viveva con cura, profondità e attenzione la propria esistenza. Rispettava ciò che aveva, ci metteva tutto se stesso.
Dopo undici anni con la maglia della Roma, la squadra della sua città, Ago era andato al Milan, al Cesena e, infine, alla Salernitana. Poi, inesorabilmente, si era allontanato, o era stato allontanato, da quel mondo nel quale era cresciuto. Aveva smesso i panni del calciatore e sotto la maglietta a maniche corte era rimasto solo l’uomo, con la sua fragilità e la sua solitudine.
Non sappiamo cosa pensasse la mattina del 30 maggio 1994, quale demone si fosse impossessato dei suoi pensieri. Quel giorno, esattamente dieci anni dopo la finale di coppa dei Campioni persa contro il Liverpool allo stadio Olimpico di Roma, Agostino si era alzato dal letto, in silenzio, per non svegliare Marisa, la moglie, e aveva recuperato una delle sue due pistole, una calibro 38. Era andato in veranda. Aveva premuto il grilletto. Si era sparato un colpo dritto al cuore. L’unica cosa che ci è rimasta di quel giorno è un bigliettino su cui aveva scritto: “Mi sento chiuso in un buco”.
Di Bartolomei, un ritratto intimo tra passioni e debolezze, difetti e pregi, fatto da chi gli è stato vicino nella vita di tutti i giorni e accanto sui campi di pallone. «Di Bartolomei non era un uomo triste, ma un uomo serio» sottolinea in una delle tante testimonianze il giornalista Curzio Maltese.
In un mondo, il calcio, che della sua serietà non seppe che farsene. E lui, questa politica del pallone non riuscì mai ad accettarla. E forse neanche il mondo del calcio lo volle accettare una volta appesi gli scarpini al chiodo. Il calcio l’ha tradito, come il tempo non è stato galantuomo. Forse in una sola persona si conserva nitido il ricordo dell’uomo e del campione. L’unico che per sempre lo vedrà con gli occhi dell’infanzia, dove l’immagine dell’eroe si è conservata intatta: suo figlio, Luca. Sa bene dove cercare suo padre Luca Di Bartolomei quando la mancanza diventa struggente, in quel campo dove ancora le speranze non sono state tradite, l’innocenza di un sogno si conserva intatta.
Al di là di quell’atto ‘’insensato, imbecille e allucinante’’, come scrive il figlio Luca nell’emozionante introduzione al libro, è rimasta una vita che è stata degna di essere vissuta e che è finita troppo presto.
Ma nonostante il triste epilogo della vita di un campione, nessuno potrà mai rimanere senza parole di fronte alla sua classe, alla sua signorilità e al suo ricordo.
Bibliografia
Bianconi G., Salerno A., L' ultima partita. Vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei, Fandango Libri. 2010.
Filacchione M., La storia della Roma. Uomini, immagini e numeri dal 1927, Edizioni Eraclea, 2009.
Di Bartolomei A., Manuale del calcio, Fandango Libri, 2012.
Www.storiedisport.it