Differenze tra le versioni di "De Lillo Domenico"

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una anche per me, ridendo aggiunge l’atleta.  
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Anche se sono andato via presto, ho un grande feeling con Milano. Ricordo che
Anche se sono andato via presto, ho un grande feeling con Milano. Ricordo che
mio padre mi portava fin da piccolissimo a vedere le  gare di ciclismo al Vigorelli  
mio padre mi portava fin da piccolissimo a vedere le  gare di ciclismo al Vigorelli  
ed io ho sempre  sognato di poter, un giorno, emulare le gesta degli atleti che  
ed io ho sempre  sognato di poter, un giorno, emulare le gesta degli atleti che  
vedevo percorrere con tanta agilità chilometri e chilometri lungo il velodromo di  
vedevo percorrere con tanta agilità chilometri e chilometri lungo il velodromo di  

Versione attuale delle 12:51, 17 mag 2021

IMMAGINI

Nella mia famiglia ho sempre avvertito fin da piccolo un interesse quasi maniacale per il ciclismo; mio padre Antonello per quarantatré anni Commissario Internazionale di Ciclismo, come diceva lui, Giudice su moto dell’Unione Ciclistica Internazionale, costantemente fuori casa, quando gli impegni di lavoro lo consentivano, in giro per l’Europa e per l’Italia a dirigere le maggiori manifestazioni ciclistiche nazionali ed internazionali; mia madre e mia sorella più modestamente entrambe Giudici di Gara di ciclismo regionali, sempre, ogni fine settimana, designate a dirigere gare in ogni parte della Calabria. Non vi nascondo che alcune volte a tavola si discuteva anche di problemi tecnici capitati in tante gare ciclistiche e si parlava anche delle amicizie e delle conoscenze di mio padre in questo ambito, da Bartali a Gimondi a Pantani e così via dicendo, per toccare tutti i periodi storici sportivi da lui vissuti intensamente. Qualche anno fa mi restò impresso nella memoria un personaggio, molto amico di mio padre, uno sportivo, un campione del passato che aveva dato lustro all’Italia nel mondo nel campo del ciclismo, più precisamente nella specialità del ciclismo su pista. Mi sono appassionato alla sua storia personale e sportiva, in quanto personaggio schivo e riservato, pur essendo arrivato all’apice della carriera con tanti riconoscimenti sportivi, è rimasto se stesso, persona umile e disponibile, anche quando dopo una mia telefonata in Svizzera, dove lui abita da tanti anni, con una attività economica avviata, si è quasi commosso nel sapere che stavo preparando una tesi sulla sua figura di uomo e di sportivo. Lo ringrazio pubblicamente per il materiale che mi ha inviato, che meglio mi ha consentito di poter analizzare completamente e compiutamente la figura di uomo e di campione sportivo di altri tempi.

L’ETA’ GIOVANILE

Con la macchina del tempo torniamo indietro fino al 30 agosto del 1937 nel quartiere Isola di Milano, dove nasce Domenico De Lillo, detto Nico per gli amici. Papà Pasquale era un grande appassionato di ciclismo, un tifoso come tanti che non potè nemmeno pensare di diventare praticante, viste le difficoltà economiche di quel periodo storico. A quei tempi era un lusso per chiunque persino possedere una bicicletta di proprietà. Nico era indubbiamente il più giovane frequentatore di velodromi del mondo: papà Pasquale lo portava al Vigorelli di Milano che era ancora in fasce, tanta era la passione per questo sport nella sua famiglia. Nico mi confidava nella conversazione telefonica avuta con lui, con un filo di tristezza e di malinconia: “lui oggi, purtroppo, non è qui con me a ricordare tutte le gare viste insieme al Vigorelli di Milano, vissuto in ogni angolo, sia prima che dopo l'avvento della guerra. Ogni volta che vedevo la gara di mezzofondo mi appoggiavo alla balaustra della curva d'arrivo e iniziavo ad urlare a squarciagola. Quello divenne il mio posto fisso per molto tempo: mia madre Emma, povera donna, rimproverava il povero babbo perché tornavo a casa sempre senza voce, io invece ero talmente eccitato che non sentivo nulla e continuavo a sognare ad occhi aperti. Sognavo di essere già adulto e di poterci essere io a pedalare dietro a quelle moto che mi inebriavano. A due anni avevo già una bicicletta con il manubrio da corsa, perché tutto quello che mio padre non aveva potuto avere da ragazzo lo ha voluto dare a me, facendo grossi sacrifici. A quindici anni, iniziai a correre, su strada ma soprattutto su pista anche se il regolamento dell'Unione Velocipedistica Italiana mi impediva di correre dietro motori fino al compimento del diciottesimo anno di età. Erano i 18 anni che non arrivavano mai e facevano sembrare sempre più lontane la realizzazione del mio sogno. La mia realtà è quella di un ragazzo che si allenava su strada: ogni moto, ogni camion era un pretesto per una nuova sfida, li rincorrevo tutti. Nel rione Isola di Milano in cui sono nato e cresciuto, tanti miei amici scorrazzavano su moto di ogni tipo: Rumor, Cucciola, Motor, Vespa e Lambretta. Tra questi c'era anche Alberto Milani, un grande del motociclismo e tante volte è capitato che, lui in moto ed io in bici percorressimo dei tratti insieme dietro motori, naturalmente, capitava talvolta che i miei amici mi deridessero perché pretendevo di star loro dietro, ma quello per me era l'unico modo di continuare a credere nel mio grande sogno. Fu così che, dopo aver raggiunto la maggiore età, negli anni a seguire ottenni grandi soddisfazioni da questo sport, prima come ciclista e poi come allenatore. Ora che questo sport sembra aver perso il fascino e l'attrazione di una volta Mi restano solo i ricordi per rivivere le forti emozioni di un tempo sensazioni che, devo ammetterlo, ancora oggi mi danno qualche brivido”.

LA CARRIERA SPORTIVA

Domenico De Lillo dedicatosi da subito alla specialità del mezzofondo, ha dominato nelle gare dietro motori fin da dilettante conquistando tre titoli italiani nel 1959, nel 1960 e nel 1961. Passato professionista ha prolungato il suo dominio conquistando il tricolore nel 1965, nel 1966, nel 1967, nel 1969, nel 1970, nel 1971, aggiudicandosi anche i titoli indoor del 1972 e del 1973. Ha stabilito inoltre i record mondiali dietro motori dei 100 km, coperti in un'ora venti minuti due secondi e novanta centesimi, nonché recordman dell'ora, con chilometri 73,832, nel 1971 sulla pista di Bassano del Grappa, in una indimenticabile serata di agosto. Passato poi a fine carriera a guidare la moto degli stayers ha pilotato in numerosi successi un grande campione del ciclismo Bruno Vicino, attuale Direttore Sportivo di una società professionistica. E’ stato anche direttore sportivo personale di Moreno Argentin. Ciclista professionista con la squadra IGNIS dal 1962 al 1966, con la squadra G.B.C. dal 1968 al 1970 e con la squadra DREHER dal 1971 al 1973. Atleta. Allenatore. Direttore sportivo. Domenico per gli amici detto “Nico” De Lillo, un vincente, nella vita e nello sport. Dopo tre lunghe ore di chiacchierata, in video conferenza su skipe, in quanto, come ho già accennato in precedenza, si trova stabilmente con la propria famiglia in Svizzera, in un paesino sul confine italiano, un colloquio amichevole e serrato, per farsi raccontare la sua vita umana e sportiva, capisci di aver avuto il privilegio di conoscere una di quelle rare persone a cui si illuminano gli occhi nel trasmetterti i ricordi di una carriera passata sulla bici e per la bici. Oggi a 84 anni suonati Nico ti racconta la sua vita con la stessa passione che lo ha portato a primeggiare in tutte le vesti che lo hanno visto protagonista nel ciclismo su pista e su strada. Quando lo senti raccontare dei suoi risultati, la storia del suo sport, come quel tutto sia cambiato negli anni, quando la sua storia sportiva si fonda nella storia dello sport e del paese, non smetteresti mai di ascoltarlo. E’una di quelle volte in cui maledici il tempo, gli impegni e lo studio che incombono, perché come una calamita, incollati alla sedia dietro al computer, per quanto i suoi aneddoti siano pieni di fascino. Come più volte abbiamo detto, classe 1937, Nico vince il suo primo titolo Italiano nel mezzo fondo come dilettante nel 1959. Titolo che vinse l'anno successivo e che si cuce sul petto anche nel 1961, suo ultimo anno tra i dilettanti. Nel 1962 passa tra i professionisti e non per perdere la confidenza con il podio, secondo ai Campionati italiani nei suoi primi tre anni nella nuova categoria. Il 1967 è l'anno della sua prima medaglia a livello internazionale. Il terzo posto ai Mondiali di Amsterdam davanti a 50.000 persone che riempivano l’Olimpia Stadium, guidato dal fedele allenatore il belga Meulemann, lo ripaga dei grandi sacrifici che una disciplina come il mezzofondo porta ad affrontare quotidianamente. Il mezzofondo su pista è la gara conclusiva del programma nelle manifestazioni nazionali ed internazionali. Può considerarsi alla stessa stregua della maratona per l'atletica leggera: la gara più lunga, massacrante ma più ricca di fascino. Girare lungo l'anello del velodromo per 100 km vuol dire mantenere altissima la concentrazione, dove il livello di preparazione fisica deve andare di pari passo con quella mentale. In più si deve, gioco forza, avere una elevata sintonia con il proprio allenatore, che guida la moto e capire con lui quando si deve accelerare, quando invece risparmiarsi lungo tutta la durata della gara, sempre stando attenti a mantenere la corretta distanza di sicurezza agevolata dell'obbligo, dopo che troppi incidenti avevano in passato troncato la carriera di molti sprovveduti atleti, di un rullo attaccato dietro alla ruota posteriore. Dice lui :” Ho avuto la fortuna di avere come allenatore il grande Meulemann fino al 1965, con lui sono riuscito ad arrivare terzo in altri due campionati del mondo. Nel 1969 ad Anversa e nel 1971 nel Mondiale di casa a Varese, racconta Nico con grande commozione. Meulemann era un grande allenatore nel 1972 però io ero ad un bivio. Sapevo di essere ormai a fine carriera e l'idea di smettere e di appendere la bicicletta ad un chiodo l'avevo già in testa. Fu l’U.C.I., l'Unione Ciclistica Internazionale che mi aiutò nella scelta. Cambiò le norme e le regole fin ad allora in vigore. Decisero che dal 1973 atleta ed allenatore dovevano essere della stessa nazionalità e per di più cambiarono le distanze da percorrere rendendo il mezzofondo meno faticoso. Fino al 1972 la batteria consisteva nel percorrere le curve del velodromo per un'ora consecutiva e chi faceva più chilometri passava il turno. In finale invece bisognava fare cento km nel minor tempo possibile partendo tutti insieme. Dal 1973 si passò a dovere percorrere cinquanta km in batteria per poi girare per un'ora in finale”. Continua Nico: “non mi sentivo più nel mio ambiente. Avrei dovuto cambiare allenatore complice la mia non più giovane età decisi di appendere la bicicletta al chiodo. Una scelta dolorosa ma presa con la consapevolezza di aver ottenuto dei grandissimi risultati, battendomi con i più grandi specialisti dell'epoca”. Timoner, Kock, De Paepe, Poost, Maesell, Ouderk, Vershuren, tutti nomi che hanno fatto la storia di questa specialità dagli anni ‘50 ai ‘70 e che ricorderanno a lungo le battaglie in pista con De Lillo.

DA ATLETA AD ALLENATORE

Come tutti quelli che amano il proprio sport, anche Nico non riesce a starne lontano. Nel 1976 inizia la nuova carriera ed avventura alla guida dei dilettanti che dei professionisti. I successi arrivano subito. Tutti gli anni passati insieme a Meulemann gli hanno insegnato anche come essere un buon allenatore. Da lui ha imparato i trucchetti del mestiere, come fare un risvolto del maglione mettendolo sopra la giacca, in modo da creare un’ala sotto l'ala. Il vento addosso per il ciclista è un grande problema, più gliene arriva meno è veloce. Fa quindi più fatica a stare in sella. Guidare a gambe larghe crea allo stesso modo più superficie che permette all’atleta di sentire meno vento e quindi avere meno problemi. Nel 1977 arriva terzo ai Mondiali guidando il professionista Pietro Algeri al gradino più basso del podio. Vince nel 1983, sempre tra i professionisti, con Bruno Vicino, con cui arriva ultimo l'anno successivo a Barcellona, ma che riporta in cima al mondo sia nel 1985, dove vince anche tra i dilettanti allenando Roberto Dotti, sia nel 1986. E’ talmente forte, rispettato e temuto che nel 1985 arriva la più classica delle proposte indecenti. Uno dei più grandi sponsor della nazionale Svizzera gli bussa alla porta di casa e, complice il fatto che Nico è sposato dal 1965 con la bellissima moglie Rosalba, cittadina svizzera, gli chiede di correre con la casacca elvetica. Nico a questo punto si schernisce. “Potevo accettare, a quei tempi sarei potuto diventare svizzero sin dal 1970, grazie al mio matrimonio, ma rifiutai. Anche se vivo in Svizzera sono italiano al 100%. Ricordo che arrivarono con una Rolls Royce bianca, mi aprirono sotto il naso una valigia con dentro centomila franchi svizzeri. Fui tentato, ma declinai l'offerta. Non potevo tradire le mie origini. Forse avrei accettato se la legge Andreotti nel 1994, che permetteva di mantenere la cittadinanza italiana ai residenti all'estero che richiedono anche il passaporto di dove risiedono, fosse stata in vigore nel 1985.

DA ALLENATORE A DIRETTORE SPORTIVO

Nico a questo punto della conversazione si fa serio e non trattiene l’emozione: “In realtà seguivo delle squadre dilettantistiche già mentre facevo l'allenatore nel mezzofondo. Incominciai con la Comense, ma la mia carriera da direttore sportivo cambiò radicalmente quando nel 1979 passai alla nuova Baggio San Siro dove stava incominciando a fare vedere le sue straordinarie doti di corridore un certo Moreno Argentin, con cui instaurai un grande rapporto a livello sportivo, ma ancor più forte a livello umano”. Dopo anni di corteggiamento da parte di Moreno Argentin, si fa Convincere a seguirlo tra i professionisti. Dal 1986 al 1989 fu direttore sportivo della Gewiss Bianchi. La più forte squadra di professionisti per quei tempi. Un rullo compressore, vittorie di tappa e grandi giri a iosa. Nico si esalta e dice: “Eravamo uno squadrone. A partire da Felice Gimondi che ne era l'amministratore delegato, fino ai corridori. Con Moreno Argentin c'erano tra gli altri Paolo Rosola, Emanuele Bombini, Davide Cassani, l'attuale commissario tecnico della nazionale italiana. Per non parlare del meccanico, il grande Masi, tutt’oggi una leggenda nel nostro mondo. Chiunque aveva un problema chiamava Alberto”. L'anno dopo la vittoria del campionato del mondo su strada di Moreno Argentin nel 1986, disputa una delle più esaltanti stagioni che si possono ricordare. Vincono come squadra ben ventisette corse tra le quali sei tappe del Giro d'Italia e tre tappe della Vuelta spagnola. Anche da direttore sportivo, il nostro Nico si toglie grandi soddisfazioni, fatte di vittorie, ricordi, amicizie e rapporti con tutte le persone con le quali ha negli anni collaborato. Nico si commuove e dice “la cosa veramente che più mi sta a cuore, dice, nell’avere superato la soglia degli 80 anni è l'amicizia che mi lega con la maggior parte delle persone che il ciclismo su pista e su strada mi ha fatto conoscere, ed anche con tuo padre di cui mi pregio della sua stima nei miei riguardi”.

L’AMBROGINO D’ORO

Ha ricevuto l’Ambrogino D'oro dal Comune, massima onorificenza per i Personaggi che hanno dato lustro alla città di Milano. Milanese del quartiere Isola Domenico De Lillo cresce in via Garigliano 3, nello stesso palazzo che diede i natali a Luciano Beretta, compianto paroliere tra gli altri di Adriano Celentano, Ornella Vanoni, Nilla Pizzi e Mina. La stessa Mina che il 7 dicembre del 2015 ritira l‘Ambrogino d'oro insieme a Nico. I ricordi di Nico sono fervidi: “io abitavo al piano quarto e Luciano al Primo piano. Eravamo grandi amici e sicuramente avrò l'occasione di ricordarlo con Mina, ricorda De Lillo, il quartiere all'epoca era una zona di banditi, quando cercavano un ladro venivamo nel nostro rione. Ma insieme a Luciano abbiamo passato dei gran bei momenti, lui fin da piccolo faceva dei teatrini, aveva già la vena artistica. Ora se andate in via Garigliano 3 potete vedere la targa affissa in memoria di Luciano Beretta. Spero che quando sarà il mio turno possano pensare di farne una anche per me, ridendo aggiunge l’atleta. Anche se sono andato via presto, ho un grande feeling con Milano. Ricordo che mio padre mi portava fin da piccolissimo a vedere le gare di ciclismo al Vigorelli ed io ho sempre sognato di poter, un giorno, emulare le gesta degli atleti che vedevo percorrere con tanta agilità chilometri e chilometri lungo il velodromo di Milano. L’Ambrogino D'oro è un premio che mi ripaga del lavoro e dei sacrifici fatti per il ciclismo. Da atleta Mi ha dato tanto. Allo stesso modo credo di avergli restituito come allenatore, direttore sportivo e dirigente, tramite l'insegnamento e la passione trasmessa ai miei allievi e ragazzi, quello che avevo ricevuto da corridore”. Non si può non pensare di Domenico De Lillo come una lunga avventura che ha cambiato, arricchito e migliorato il mondo del ciclismo e dello sport. La passione con cui Nico si è dedicato al ciclismo è più unica che rara. Come la sua straordinaria lucidità nel dire che forse, ad ottant’anni compiuti, è il caso di lasciare il posto ai più giovani. Perché in tutto questo, Nico, fa ancora parte della commissione tecnica professionisti della Federazione Ciclistica Italiana. Un uomo instancabile. Ad 84 anni è salito per la prima volta su una bici elettrica a pedalata assistita. Ha concluso una tappa del recente Giro D’Italia 2020 di 107 km senza battere ciglio su una Olmo motorizzata. “Noi italiani in pista eravamo i professori “dice spesso, ricordando altri fuori classe come Maspes, Gaiardoni e compagnia, “eravamo così avanti ed i più forti che nessuno ci prendeva”.