Differenze tra le versioni di "Carter Rubin"
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La carriera di Carter precipitò il 17 giugno 1966. | La carriera di Carter precipitò il 17 giugno 1966. | ||
Fu una giornata carica di tensione: nel pomeriggio Frank Conforti, un bianco, uccise con un colpo di pistola il proprietario di un bar, Leroy Holloway, afro americano. Si respirava nell’aria una forte carica di rabbia razzista, quando alle 2.40 di quella notte due uomini di colore armati di doppietta e revolver entrarono nel “Lafayete Bar and Grill”, locale di Patterson sulla East 18th Street. | Fu una giornata carica di tensione: nel pomeriggio Frank Conforti, un bianco, uccise con un colpo di pistola il proprietario di un bar, Leroy Holloway, afro americano. Si respirava nell’aria una forte carica di rabbia razzista, quando alle 2.40 di quella notte due uomini di colore armati di doppietta e revolver entrarono nel “Lafayete Bar and Grill”, locale di Patterson sulla East 18th Street. | ||
James Oliver, il proprietario del bar, nel tentativo di fuggire venne colpito alla schiena, morendo sul colpo; a seguire Fred Nauyoks, detto “Cedar Grove Bob" si accasciò sul bancone, colpito alla testa. Tra i feriti vi furono Willins Marins, colpito alla tempia e divenuto cieco all’occhio sinistro e la cameriera del locale Hazel Tanis, che pero morì un mese dopo. | |||
I due assassini fuggirono via su una Dodge bianca. Ad assistere fu il noto criminale Alfred Bello che dopo essere entrato nel bar e aver rubato sessantadue dollari dalla cassa, chiamò la polizia. | I due assassini fuggirono via su una Dodge bianca. Ad assistere fu il noto criminale Alfred Bello che dopo essere entrato nel bar e aver rubato sessantadue dollari dalla cassa, chiamò la polizia. | ||
Mezz’ora più tardi i due criminali vennero identificati come Rubin Carter e James Artis, trovati in una macchina che coincideva con quella degli assassini e trovando al suo interno le suddette armi, nonostante testimoni oculari come Martis negarono che si trattassero delle stesse persone del locale. Passato il test del poligrafo con esito negativo i due vennero rilasciati la sera stessa. | Mezz’ora più tardi i due criminali vennero identificati come Rubin Carter e James Artis, trovati in una macchina che coincideva con quella degli assassini e trovando al suo interno le suddette armi, nonostante testimoni oculari come Martis negarono che si trattassero delle stesse persone del locale. Passato il test del poligrafo con esito negativo i due vennero rilasciati la sera stessa. | ||
Tuttavia 7 mesi più tardi, Bello insieme ad Arthur Dexter Bradley, li identificò come gli assassini del 17 giugno e vennero arrestati e processati. | Tuttavia 7 mesi più tardi, Bello insieme ad Arthur Dexter Bradley, li identificò come gli assassini del 17 giugno e vennero arrestati e processati. | ||
Il primo processo fu presieduto da una giuria e da un procuratore bianchi che li condannarono all’ergastolo. La condanna di Carter e Artis suscitò grande motivo di scandalo tra i liberal americani; in prigione Carter scrisse la sua autobiografia "The Sixteenth Round: From Number 1 Contender to #45472”pubblicata il 1974. | Il primo processo fu presieduto da una giuria e da un procuratore bianchi che li condannarono all’ergastolo. La condanna di Carter e Artis suscitò grande motivo di scandalo tra i liberal americani; in prigione Carter scrisse la sua autobiografia "The Sixteenth Round: From Number 1 Contender to #45472”pubblicata il 1974. | ||
Successivamente da un nuovo interrogatorio con Bello nel 1967 i due vennero liberati sotto cauzione fino a nuovo processo nel 1976. | |||
Questa vicenda ispirò cantanti come Bob Dylan che fece visita all’ex-pugile e dedicò per lui una canzone dal titolo “Hurricane”, pubblicata nel 1975. | Questa vicenda ispirò cantanti come Bob Dylan che fece visita all’ex-pugile e dedicò per lui una canzone dal titolo “Hurricane”, pubblicata nel 1975. | ||
Nel secondo processo Bello accantonò la ritrattazione identificando nuovamente i due come i colpevoli del triplice omicidio e condannandoli nuovamente. | Nel secondo processo Bello accantonò la ritrattazione identificando nuovamente i due come i colpevoli del triplice omicidio e condannandoli nuovamente. | ||
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A 76 anni Rubin affermò: “ammetto di essere un uomo con un passato difficile, non sono mai stato un santo ma giuro di non avere mai ucciso nessuno.” | A 76 anni Rubin affermò: “ammetto di essere un uomo con un passato difficile, non sono mai stato un santo ma giuro di non avere mai ucciso nessuno.” | ||
Passò gli ultimi giorni di vita nella sua fattoria, lavorando fino all’ultimo; è il 20 aprile 2014 a Toronto che muore una delle stelle più emblematiche della storia della box, lasciando ai posteri un modello di vita passato tra le sbarre e alla difesa del prossimo. | Passò gli ultimi giorni di vita nella sua fattoria, lavorando fino all’ultimo; è il 20 aprile 2014 a Toronto che muore una delle stelle più emblematiche della storia della box, lasciando ai posteri un modello di vita passato tra le sbarre e alla difesa del prossimo. | ||
===Fonti=== | ===Fonti=== | ||
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*https://it.wikipedia.org/wiki/Rubin_Carter | *https://it.wikipedia.org/wiki/Rubin_Carter | ||
*http://news.boxeringweb.net/rubriche/46-storie/30378-la-triste-storia-di-rubin-carter.html | *http://news.boxeringweb.net/rubriche/46-storie/30378-la-triste-storia-di-rubin-carter.html | ||
Versione delle 21:56, 21 mar 2017
Rubin Carter fu uno dei pugili più famosi della storia della boxe, sia per il tuo talento innato sia per i numerosi problemi che ebbe con la società e con la legge.
La carriera
Carter Rubin nasce a Clifton, il 6 maggio 1937, Carter crebbe nella città di Paterson, New Jersey. A differenza dei suoi sei fratelli, iniziò subito ad avere problemi con la giustizia. All’età di quattordici anni venne mandato dai suoi genitori in riformatorio, ma nel 1954 Carter scappò per arruolarsi con l’esercito americano. Aveva diciassette anni. Sotto le armi, passato l’addestramento a Fort Jackson, nel Sud Carolina, fu spedito in Germania dove iniziò ad interessarsi alla boxe. Nel maggio del 1956 venne congedato dall’ esercito considerato “inadatto al servizio militare” a causa delle sue continue insubordinazioni, tant’è che ben quattro volte si ritrovò di fronte alla corte marziale. Una volta congedato tornò nel New Jersey , dove venne inizialmente arrestato per aver lasciato il riformatorio, scontando 10 mesi; poco più tardi sconto 4 anni per aggressione e furto ad una donna di mezza età. È proprio in prigione che in Carter si riaccese la sua passione per la boxe; cosicché il 21 settembre del 1961, subito dopo il rilascio, entrò nella categoria professionistica dei pesi medi. Il suo stile aggressivo e intimidatorio divenne nei decenni successivi modello per i futuri pugili: la testa rasata e i baffi prorompenti accompagnati alla forza dei suoi pugni suscitò l’interesse del pubblico, guadagnandosi il soprannome di “Hurricane”(Uragano). Iniziò a farsi notare sempre più battendo avversari come Florentino Fernandez, Holley Mims, Gomeo Brennan e George Benton; il 20 dicembre 1963 dopo aver battuto il passato e futuro campione del mondo Emile Griffith, si aggiudicò il terzo posto nella “Top 10” della Ring Magazine dei dieci sfidanti al titolo. Vinse altri due incontri nel 1964 fino al 14 dicembre dove ricevette una delle prime sconfitte da parte di Joey Giardello. Cominciò a perdere posizione nel ranking, perdendo quattro dei cinque incontri contro avversari come Luis Manuel Rodríguez, Harry Scott e Dick Tiger, quella con Tiger in particolare fu, come egli afferma "la peggior sconfitta della mia vita - dentro e fuori dal ring". La carriera di Carter precipitò il 17 giugno 1966. Fu una giornata carica di tensione: nel pomeriggio Frank Conforti, un bianco, uccise con un colpo di pistola il proprietario di un bar, Leroy Holloway, afro americano. Si respirava nell’aria una forte carica di rabbia razzista, quando alle 2.40 di quella notte due uomini di colore armati di doppietta e revolver entrarono nel “Lafayete Bar and Grill”, locale di Patterson sulla East 18th Street. James Oliver, il proprietario del bar, nel tentativo di fuggire venne colpito alla schiena, morendo sul colpo; a seguire Fred Nauyoks, detto “Cedar Grove Bob" si accasciò sul bancone, colpito alla testa. Tra i feriti vi furono Willins Marins, colpito alla tempia e divenuto cieco all’occhio sinistro e la cameriera del locale Hazel Tanis, che pero morì un mese dopo. I due assassini fuggirono via su una Dodge bianca. Ad assistere fu il noto criminale Alfred Bello che dopo essere entrato nel bar e aver rubato sessantadue dollari dalla cassa, chiamò la polizia. Mezz’ora più tardi i due criminali vennero identificati come Rubin Carter e James Artis, trovati in una macchina che coincideva con quella degli assassini e trovando al suo interno le suddette armi, nonostante testimoni oculari come Martis negarono che si trattassero delle stesse persone del locale. Passato il test del poligrafo con esito negativo i due vennero rilasciati la sera stessa. Tuttavia 7 mesi più tardi, Bello insieme ad Arthur Dexter Bradley, li identificò come gli assassini del 17 giugno e vennero arrestati e processati. Il primo processo fu presieduto da una giuria e da un procuratore bianchi che li condannarono all’ergastolo. La condanna di Carter e Artis suscitò grande motivo di scandalo tra i liberal americani; in prigione Carter scrisse la sua autobiografia "The Sixteenth Round: From Number 1 Contender to #45472”pubblicata il 1974. Successivamente da un nuovo interrogatorio con Bello nel 1967 i due vennero liberati sotto cauzione fino a nuovo processo nel 1976. Questa vicenda ispirò cantanti come Bob Dylan che fece visita all’ex-pugile e dedicò per lui una canzone dal titolo “Hurricane”, pubblicata nel 1975. Nel secondo processo Bello accantonò la ritrattazione identificando nuovamente i due come i colpevoli del triplice omicidio e condannandoli nuovamente. Nel momento in cui Carter sembrò aver perso la speranza, Lesra Martin, un ragazzo di colore che abitava in Canada lo andò a trovare ed insieme ad un gruppo di amici si interessò al suo caso, trasferendosi negli Stati Uniti e appoggiando l’ex pugile a muovere una petizione alla Corte Federale. La protesta ebbe successo; il 1985, La US District Court, presieduta dal giudice H. Lee Sarokin, rimise in libertà Artis e Carter affermando che l’accusa era come egli afferma “fondato sul razzismo piuttosto che sulla ragione, sull’accanimento piuttosto che sull’accertamento della verità.” I procuratori della contea di Passaic avrebbero potuto fare un terzo processo, ma si decise di non farlo, sia perchè i testimoni non erano più reperibili o morti, sia per l’alto costo del processo che non era sicuro avrebbe portato ad un verdetto vero e proprio. Cosicché nel 1988 venne archiviata una mozione per allontanare gli atti d’accusa, facendo cadere tutte le accuse a loro nome. Dopo essere stato rilasciato nel 1981, fu incarcerato nuovamente per traffico di cocaina e possesso di arma rubata . Nell’1988 andò a vivere in una fattoria in Ontario, vicino Toronto, divenendo direttore dell’ Associazione per la Difesa dei Condannati per Errore (ADWC) dal 1993 al 2005 ; lavorò inoltre come motivatore. In due rimasero al suo fianco: James Artis e Fred Hogan, investigatore a riposo che riuscì ad ottenere la ritrattazione dai due testimoni riguardo il triplice omicidio. Nel 1999 venne girato un film sulla sua storia dal titolo “Hurricane - Il grido dell'innocenza”. Gran parte dell’opinione pubblica si schierò dalla sua parte, tant’è che il World Boxing Council gli donò la cintura da campione del mondo, e il 14 ottobre 2005 ricevette una laurea Honoris Causa in Legge dall'Università di New York, da quella di Toronto e anche dalla Griffith University di Brisbane, in merito al suo contributo nella ADWC. Nonostante i medici gli diedero pochi mesi di vita nel giugno del 2011 a causa di un tumore alla prostata, continuò a lavorare in favore di tutti gli uomini che venivano condannati ingiustamente. Per molto tempo rimase alle prese del caso di David McCallum, accusato di sequestro di persona e omicidio nonostante le recenti analisi di DNA fatte sul luogo del delitto non appartenessero al condannato. Così Carter si fece risentire scrivendo una lettera al Daily News di New York. A 76 anni Rubin affermò: “ammetto di essere un uomo con un passato difficile, non sono mai stato un santo ma giuro di non avere mai ucciso nessuno.” Passò gli ultimi giorni di vita nella sua fattoria, lavorando fino all’ultimo; è il 20 aprile 2014 a Toronto che muore una delle stelle più emblematiche della storia della box, lasciando ai posteri un modello di vita passato tra le sbarre e alla difesa del prossimo.