Savrayuk Anzhelika
IMMAGINI
Anzhelika Savrayuk, nasce a Luc’k, in Ucraina, il 23 Agosto 1989. Pelle chiara, capelli biondissimi e gli occhi verdi. Le gambe sottili e lunghe come quelle di un cigno.
La carriera
A sei anni Savrayuk Anzhelika, al momento di scegliere un’attività sportiva a cui dedicarsi, d’accordo con la madre Oleksandra, decide di provare con la danza classica. Trovandosi in Ucraina, paese dell’Est, ex Unione Sovietica, era impensabile che una bambina, tanto più con le sue caratteristiche fisiche, non praticasse uno sport o comunque una disciplina di movimento. La danza classica le piace, ma è come se il suo futuro fossa già scritto. Infatti, durante il saggio di fine anno della scuola di danza di Leopoli, la città dove ha vissuto con la madre e la nonna fin dall’età di tre anni, erano presenti alcune ragazze che avrebbero partecipato alle selezioni per il teatro di Vienna. Tra le partecipanti al concorso c’era una ragazza molto brava, la quale si vedeva fin dai dettagli che fosse diversa dalle altre. Si muoveva in modo straordinario, agile, con delle aperture di gambe molto ampie. In quell’ occasione qualcuno spiega alla madre che proveniva dalla ginnastica ritmica. Ed è cosi, rapidamente, che finisce la storia di Anzhelika nella danza classica, con una svolta improvvisa verso il mondo dei piccoli attrezzi.A sette anni, si presenta alla Dynamo di Leopoli, una delle società più rinomate della città, sapendo poco o nulla di questo sport, se non che nel suo paese è praticato da tantissime bambine. La reazione delle allenatrici, in particolare di Olga Olegovna, una delle tre responsabili tecniche della squadra ,non è delle migliori vedendola entrare in palestra, per via della sua età. In Ucraina, quasi tutte le attività sportive sono statali, quindi gli allenatori non prendono i bambini giusto per riempire il più possibile le palestre e aumentare il numero di iscritti, ma selezionano solo quelli che possono effettivamente aspirare a qualcosa, chi ha delle doti particolari per un determinato sport. Nonostante pochi pro e tutti questi contro, il 23 Gennaio 1997, inizia la vita di Anzhelika nella ginnastica ritmica. Il primo approccio non è semplice, tocca a lei stare a passo con le altre ginnaste; le più grandi sono l’esempio da seguire e ciascuna prende sotto la propria ala protettrice una delle più piccoline. La guida di Anzhelika si chiama Irina, sette anni più grande di lei, a sua volta scoraggiata a praticare la ritmica ad alto livello, lei ha il “difetto” di avere qualche chilo di troppo. Olga Olegovna, bionda, esile e giovane allenatrice, ha uno charme e un’eleganza che non tutte le donne hanno la fortuna di possedere. Forse perche anche lei a sua volta è stata una ginnasta e ha ottenuto il massimo riconoscimento a livello nazionale, Master Sport. E’ un’allenatrice molto selettiva, severa, che pretende molto e cura le sue ginnaste nel minimo dettaglio. Ripensando a quegli anni, dice Anzhelika -“Avere l’esempio costante delle ginnaste più grandi fa crescere il livello delle più giovani, che vogliono imitarle e diventare come loro. E poi eravamo sempre “in gara”: ognuna voleva essere più brava dell’altra. Anche per questo la nostra crescita era costante e rapida”. Lì , in quella palestra dalle pareti verdi con su scritto “DYNAMO – E’ LA FORZA NEL MOVIMENTO E L’UNIONE!”, su quella pedana grigia, un po’ rovinata, che nasce la sua passione per la ginnastica ritmica. Iniziano fin da subito le prime gare e Anzhelika mostra subito il suo lato da perfezionista, che l’accompagnerà per gran parte del suo percorso ginnico e non solo. La ginnastica è ormai diventata parte della sua vita e lo rimane anche quando la madre, ragazza dell’Unione Sovietica solo dal punto di vista fisico, con mentalità molto più europea, decide di trasferirsi a lavorare in Italia in cerca di un futuro migliore per sé ma ancor di più per sua figlia. L’Italia conquista subito la madre, tanto che decide di portarla subito con sé. Ma avere i documenti è tutt’altro che semplice e cosi inizia un lungo periodo in cui non si vedono. Lei non può rientrare in patria , per non perdere la possibilità di avere i documenti e Anzhelika continua le sua vita tra palestra e scuola, sotto l’attenta supervisione della nonna Caterina, la quale tenta di colmare l’assenza del lungo periodo senza la madre. Durante questi anni di lontananza, la madre continua a progettare nei minimi dettagli la venuta di Anzhelika in Italia e il coronamento del suo sogno, la Nazionale Italiana. La mamma prende contatti con la direttrice tecnica nazionale Marina Piazza e si accorda con lei per incontrarsi nell’estate del 2002 a Follonica, città sulla costa tirrenica sede degli allenamenti estivi della nazionale azzurra. Non sarebbe potuta andare però senza l’appoggio di una società italiana. Per questo la madre contatta una società di Perugia, la Fontivegge, che si dimostra ben felice di poterla seguire, poiché avere tra le propria file una ginnasta ucraina, proveniente tra l'altro da un’ importante società, sarebbe stato di vanto per chiunque. Si stabilisce definitivamente in Italia nel 2003. E per motivi logistici non abita con la madre ed il compagno Sergio ad Orvieto, ma va a vivere poco fuori Perugia dalla famiglia Alunni che la ospita come una figlia. Il primo anno in Italia prende parte alla Serie B con la Fontivegge, è una tipologia di gara nuova per lei, in Ucraina non si tengono competizioni per club. Nel 2003 partecipa al campionato di categoria e alla finale nazionale junior arriva terza,nonostante qualche errore. Lasciando in disparte vecchi idoli come Tamara Yerofeeva, Elena Vitrichenko e Anna Bessonova, inizia a guardare con interesse ginnaste italiane come Susanna Marchesi o Laura Zacchilli, ma soprattutto quella squadra che stava dando il via a una lunga collezione di medaglie sotto la guida di Emanuela Maccarani, a partire dal bronzo dei Mondiali di Budapest e l’argento dei Giochi di Atene nel 2004. Dopo vari collegiali, sia come individualista che come ipotetica componente della squadra entrata ormai di diritto nell’ Olimpo della ginnastica internazionale con l’oro di specialità ai Mondiali di Baku nel 2005, nell’ottobre 2006, inizia la nuova vita di Anzhelika a Desio, cittadina a nord di Milano. Si trasferisce all’hotel Selide, in centro, assieme alle ragazze che fanno già parte della formazione azzurra. Alcune di loro sono veri e propri monumenti della ritmica italiana, nonostante la giovane età. Elisa Santoni ed Elisa Blanchi, la Sà e la Blanche, entrambe laziali, in nazionale da quando avevano quattordici anni; poi Fabrizia D’Ottavio, di Chieti, più grande di qualche anno, Marinella Falca, un anno più giovane di Fabrizia, pugliese e un carattere tutto pepe. Anzhelika impara subito a riconoscere i ritmi serrati di lavoro, la lezione di danza con Nathalie Van Cauwenberghe e, sotto il controllo di Eva D’Amore, ”il bielorusso”, ovvero un potenziamento che pare derivi dall’allenamento della squadra bielorussa che le ragazze della Maccarani hanno ribattezzato “la tortura”: una serie di esercizi volti ad aumentare la forza dei muscoli e la scioltezza articolare, adattandoli alla loro velocità e moltiplicando le serie. Dopo solo una settimana dal suo arrivo al centro tecnico viene inserita come titolare nel nuovo esercizio alle cinque funi. Affronta le prime gare stagionali con grinta e determinazione, nonostante qualche problemino fisico legato ai valori allarmanti di ferro ed emoglobina del sangue che la “costringe” a dover rivedere la classica alimentazione da ginnasta, immergendosi in carne di cavallo, fegato , primo, secondo,contorno e frutta tutti i giorni , con grande invidia da parte delle compagne. Inizia cosi la vera rincorsa ai giochi olimpici di Pechino. La Maccarani decide di inserire Anzhelika come titolare anche nell’esercizio a cerchi e clavette, complice un periodo particolare attraversato da Daniela Masseroni e la cittadinanza italiana finalmente ottenuta. In vista delle olimpiadi cambiano l’esercizio alle cinque funi, sotto la colonna sonora del film Blood Diamond, mentre per l’altra composizione, cerchi e clavette mantengono la musica de Il Gladiatore, modificando solo qualche passaggio all’ interno della routine. Il trio composto da Emanuela, Nathalie ed Eva è veramente geniale. Con la collaborazione reciproca, negli anni, sono riuscite a creare dei capolavori in pedana. Ciascuna ha portato qualcosa di suo alla squadra. Senza le loro personalità l’Italia non sarebbe quel modello che tutti stanno cercando di imitare . Eva con la sua scrupolosità, ha da sempre cercato di curare ogni singolo dettaglio partendo dal riscaldamento fino all’ultima posa dell’esercizio. Un atteggiamento che ha portato le ragazze ad avere quella sincronia e impeccabilità in gara, che non esiste in tutte le squadre. Invece loro, pur cosi diverse, sembravano un corpo solo in pedana. Invece lo stile coinvolgnente che aveva la squadra, da vere gladiatrici, è tutta opera di Nat; la Maccarani, dal canto suo invece, è riuscita a creare una “ginnastica nuova”, con le collaborazioni d’effetto e rischiose, rispetto a quanto propongono le altre squadre. Una caratteristica che ha portato questa squadra a imporsi sulla scena internazionale. Il segreto di tutto ciò è che la struttura e il racconto che vivono nei loro esercizi sono frutto di un team che lavora bene da anni, con molta fantasia e capacità tecnica. Si susseguono varie competizioni e, il clima rilassato e gioioso vissuto alla Coppa del Mondo di Kiev, in un certo qual modo si complica una volta tornate in Italia, dovendo affrontare gli Europei in casa (solo una volta l’Italia aveva ospitato una competizione cosi importante, a Firenze, nel 1986), a Torino, e ovviamente le olimpiadi di Pechino. Con la qualifica già in tasca, la preolimpica non andò come si sperava. La classifica finale aveva dichiarato: Russia, Italia e Cina. Cina medaglia di bronzo? Una squadra completamente sconosciuta, creata dal nulla appositamente per le Olimpiadi, catapultata sul podio internazionale, così tutto d’un tratto. E la Bielorussia in quella occasione fu fuori dal podio, come una premonizione. Finita l’esperienza di Torino, straordinaria per il calore del pubblico, pesante da affrontare per la tensione che ha accompagnato le Farfalle, non c’era tempo da perdere , bisognava perfezionare il tutto per la grande gara, tra le cose di cui occuparsi c ‘erano anche i body nuovi da fare. Grazie all’ aiuto della mamma di Anzhelika, utilizzata come interprete, erano stati commissionati tre body, uno per l’esercizio alle cinque funi, uno per cerchi e clavette e uno di rappresentanza ad una sarta russa. Ad un mese alla partenza però, la nazionale italiana non ha i body per scendere il pedana, infatti la sarta alla quale era stato affidato il lavoro, era sparita nel nulla. Dopo varie ricerche la madre di Anzhelica riuscì a scoprire che grazie ad una soffiata, arrivata molto probabilmente da un’ allenatrice russa che lavorava in Italia, la sarta aveva ricevuti pesanti minacce dai poteri forti in Russia, i quali pesano anche in campo sportivo, per interrompere i rapporti con la squadra italiana. Le lavorazioni durano in genere parecchi mesi. Considerando che sono una squadra, glie ne servivano dodici uguali alla perfezione. Anche una sola minima differenza avrebbe comportato una penalità per la squadra. Si mettono così in contatto, grazie a Manola Rosi (ex allenatrice di Anzhelika alla Petrarca di Arezzo, prematuramente scomparsa, nell’ estate dell’ Olimpiade di Pechino), con Serena e Barbara, sarte di Firenze, che si mettono subito al lavoro e creeranno i tanto attesi body. L’ 8 Agosto 2008 prendono via i Giochi olimpici di Pechino con una suntuosa cerimonia di apertura allo stadio noto come Nido di Uccello. Lo sport di tutto il mondo era radunato della capitale cinese, a sfilare per la propria nazione, e le Farfalle argento ad Atene guardavano le immagini da una camera d’albergo di Follonica, a migliaia di chilometro di distanza. E’ la maledizione della ritmica. Gareggiando solo negli ultimi giorni della manifestazione, le ragazze sono condannate a perdersi l’apertura. Finalmente si parte, ed il villaggio le conquista fin dai primi istanti. “E’ forse l’aspetto più divertente dell’ esperienza olimpica per un atleta – dice Anzhelika – ci fa capire come il mondo dello sport sia variegato e ricco dal punto di vista umano. Possiamo interagire con gli atleti di tutto il mondo e con gli azzurri di ogni disciplina. Non siamo più chiuse nel nostro palazzetto a guardarci negli occhi, ma posssiamo confrontarci, sentire esperienze nuove,vivere di riflesso le emozioni e i festeggiamenti di una medaglia conquistata o la delusione di una vittoria sfumata ”. l’Italia è tra le migliori formazioni al mondo, certamente in lizza er una medaglia, eppure nulla è scontato. Infatti la medaglia in questa occasione sarà color del legno. Dalla grinta alle lacrime, passando per un ricorso respinto dalla giuria. Una giornata capace di raccontare il meglio e il peggio dello sport. Da una parte i giochi di giuria, i favoritismi verso le padrone di casa, il mancato rispetto di quanto dimostrato in campo gara. Dall’ altra la forza e l’unione di un gruppo , capace di uscire comunque a testa alta e se possibile più forte di prima. Una squadra dentro e fuori la pedana. Chiuso il capitolo Pechino si affronta il quadriennio successivo, quello che porterà Anzhelika a Londra 2012. Cambio di esercizi più volte durante questi quattro anni, cinque cerchi, nastri e funi, cinque palle e nastri e cerchi, ed inoltre cambio delle componenti della squadra, Marinella, Fabrizia e Daniela lasciano il posto a Giulia Galtarossa, Marta Pagnini e Andreea Stefanescu. Nonostante i tanti cambiamenti anche a livello dello staff tecnico, le Farfalle italiane conquistano tre ori mondiali di segiuto. Durante quest’ ultimo anno prima di Londra, Anzhelica conosce Davide Bozzetto, giocatore di basket professionista, alto 2,08 mt. , di cui si innamora follemente e che l’accompagna durante tutta la preparazione all’Olimpiade. Viene scelta come testimonial per Giorgio Armani insieme a altri nomi noti del mondo sportivo come Giorgio Cammarelle, Luca Dotto, Andrea Cassarà ecc. finalmente arriva l’estate del 2012 e così le olimpiadi di Londra, che vede la squadra conquistare la medaglia di bronzo :”siamo una squadra differente rispetto a quella di Pechino, anche perche abbiamo obiettivi diversi. Il mio è assolutamente quello di vincere la medaglia. – racconta Anzhelika in un intervista – Il mio spirito agonistico mi porta a non fermarmi davant a nulla, volevo quella medaglia e volevo combattere al massimo per l’oro. Il bronzo è un risultato ottimo, ma non per quello per cui sono venuta fin qui, per cui cosi tanto abbiamo lavorato, sudato e sacrificato noi stesse. Ognuna è fatto a suo modo, non posso giudicare gli obiettivi e le ambizioni altrui, ma li nel dopo gara, mi accorgo che forse per qualcuna il solo fatto di esserci poteva bastare, e la cosa non fa che schizzare alle stelle il mio nervosismo”.Con la fine dell’ anno termina l’impegno di Anzhelika con il Team Italia e la Federazione Ginnastica, ed inizia la sua collaborazione con l’Aereonautica Militare, oltre che lo studio alla facoltà di scienze linguistiche, con indirizzo relazioni internazionali alla Cattolica di Milano.
Dopo il ritiro
Gli anni dopo il ritiro agonistico hanno riservato ad Anzhelika la possibilità di far parte di un’importante progetto lanciato dal Coni dal titolo “SPORT E INTEGRAZIONE”. All’ inizio del 2015 viene coinvolta, assieme a diversi sportivi di origine straniera ,ormai naturalizzati italiani, per parlare nelle scuole. Tutto ciò per lei è illuminante: per i ragazzi non esistono barriere e confini, non sono importanti il colore della pelle o la lingua che uno parla. Quello che conta è il linguaggio dello sport. Lo sport diventa un vero veicolo di conoscenza e un aiuto per superare i grandi ostacoli. Anzhelika racconta di non essersi mai sentita diversa , anzi, sempre un punto di riferimento grazie alla ginnastica. Parlava la lingua dello sport e quello le bastava.
Bibliografia e sitografia:
- https://it.wikipedia.org/wiki/Anzhelika_Savrayuk ;
- testo: La farfalla dell’Est;ginnastica oltre i limiti della pedana. A.Sawrayuk con Ilaria Leccardi . Bradipolibri. I edizione 2016.