Atleti e sport ellenici
L’atletismo nel mondo greco
Lo sforzo e il dolore per giungere al trionfo, in greco “Agon”, era la base della cultura antica.
Il motto moderno attribuito al barone De Cubertain “L’importante non è vincere ma partecipare” per un uomo antico sarebbe stato un vero insulto, una bestemmia. L’importante era vincere a qualsiasi costo, perdere era una vergogna.
L’atleta era l’emblema dell’uomo migliore che metteva in gioco tutto se stesso e, dopo infiniti sofferenze e sforzi, era sopravvissuto, e poteva esser coronato con l'alloro, il simbolo della vittoria.
Sulla lapide di un pancrazista morto in una di quelle arene in cui si combatteva finché uno solo restava in piedi, fu scritto: “Aveva pregato Zeus di dargli o la corona o la morte” ed era stato accontentato.
Il concetto di lottare per vincere era ed è impersonificato da l'Aretè (termine intraducibile) che sintetizza i significati di virtù, eccellenza, coraggio, prodezza, audacia.
L'uomo deve dare tutto se stesso per eccellere, primeggiare, distinguersi in gara, in guerra e nella vita. Nell’etica civile, bellica ed olimpica, il tentativo di essere i primi, i migliori era fondamento di un modo di essere e di vivere nell'occidente, che è divenuto il principale motore degli avvenimenti storici del nostro mondo degli ultimi venti secoli.
Parallelismo dell'allenamento
Gli atleti seguivano un ciclo di allenamenti di quattro giorni dove il primo e il quarto erano meno pesanti dei restanti, E senza nessun giorno libero.
L'atleta del passato classico era abituato già da fanciullo a trovare la forza mentale e fisica, per superare gli sforzi, nella congiunzione "spirituale" con Ercole ed Hermes, figure presenti, con dei busti, in ogni palestra dell'antica Grecia e dell'antica Roma.
Il sudore è il simbolo stesso dello sforzo e della fatica corporale atletica. Molte altre categorie di uomini hanno a che fare con lo sforzo e la fatica ma solo per gli atleti l'agonia fisica diventa uno "strumento" per raggiungere la vetta. E non ha caso il termine agonia deriva dal greco Agon, il cui significato è competere con dolore.
Lo sforzo e il sudore sono difatti solo ruote che girano attorno al dolore fisico e mentale.
L'atleta nel mondo antico era già una celebrità proprio perché era uno dei maggiori conoscitori del sacrificio umano con il solo scopo di eccellere.
Solo chi aveva sofferto fisicamente e mentalmente poteva dirsi atleta ovvero eroe. L'eroe è colui che si è cimentato con la sofferenza e ne uscito vincitore. Ecco perché per i greci vedere un atleta che vinceva la sofferenza era qualcosa di eroico che superava qualsiasi mortale.
Nell’antichità la disciplina insegnata dagli istruttori ad un atleta poteva far rabbrividire anche un guerriero come ben sapevano spartani greci e legionari romani.
Nei racconti antichi ci viene detto che molti allenatori portavano allo sfinimento e talvolta alla morte gli atleti pur di non abbassare il livello di sacrificio a cui erano imposti.
L'allenatore e la sua parola erano sacri, nessun atleta poteva contraddirlo.
Dagli Spartani fino ad Alessandro Magno, da Socrate fino a Sant'Agostino, da Tacito fino a Diocleziano, la descrizione della disciplina atletica era quasi sovraumana e vista come qualcosa tra il divino e l'infernale. Il campione era il migliore dei cittadini perché dimostrava di sapersi sacrificare oltre la soglia della normalità.
La dedizione e il sacrificio quotidiano degli atleti era proverbiale, diventando così anche messaggio per i guerrieri, come Platone - il quale era stato un importante lottatore, Platone significa "dalle larghe spalle" - ci ricorda nelle sue Leggi.