1940 e 1944 - I Giochi Olimpici non ufficiali

Da Wikisport.
Versione del 27 gen 2019 alle 16:11 di D.masala (discussione | contributi) (Creata pagina con "<!--Text box. Latest articles--> <div style="width: 70%; padding: 20px; border: medium solid purple; border-radius: 30px 0 30px 0; background: white;"> ''Il bene si fa ma non...")
(diff) ← Versione meno recente | Versione attuale (diff) | Versione più recente → (diff)
Jump to navigation Jump to search

Il bene si fa ma non si dice. E certe medaglie si appendono all'anima, non alla giacca. (Gino Bartali)
Già nei Giochi Olimpici antichi, quelli greci, era stata ideata quella che veniva definita “la tregua olimpica” (in greco antico: ἐκεχειρία, ekecheiría, "le mani ferme"), era vigente in tutta la Grecia per chiunque partecipasse alle grandi feste e ai giochi nazionali; in questo tempo cessavano tutte le inimicizie pubbliche e private, e nessuno poteva essere importunato, specialmente atleti e spettatori che dovessero attraversare territori nemici per recarsi ad Olimpia. Un’abitudine poi ristabilita anche durante le Olimpiadi moderne, con il benestare dell’Onu. Ma cosa è successo invece ai giochi quando avrebbero dovuto essere disputati in periodo di guerra? Secondo il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) la XII Olimpiade (1940) e la XIII (1943) furono cancellate, o meglio “non disputate”, a causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Ma c’è che è di altro avviso. “No, furono disputate, in maniera precaria e al di fuori dei canoni classici, ma pur sempre tenute”, così sostiene il Museo dello Sport di Varsavia, che di quei Giochi segreti conserva numerosi cimeli (bandiere, medaglie, trofei). Con lo scoppio della seconda guerra sino-giapponese nel 1937, rese evidente l’impossibilità di portare a compimento i giochi di Tokyo del 1940 (come di quelli invernali, previsti sempre in Giappone, a Sapporo), anche perché il governo decise di proseguire la costruzione degli impianti sportivi in legno, lasciando tutto il metallo alla realizzazione di armi. L’Olimpiade venne quindi assegnata a Helsinki, seconda candidata per l’organizzazione, ma da lì a poco la guerra esplose in tutta Europa, e nella città finlandese si riuscì solo a portare a termine una serie di sfide tra atleti locali e svedesi, con la partecipazione di qualche tedesco. Ci fu un evento però a Langwasser, in un campo di prigionia vicino a Norimberga, in cui venne effettivamente issata una bandiera a cinque cerchi. Era un piccolo vessillo, cucito con parti di indumenti dei prigionieri, lungo nemmeno 50 centimetri, e non poteva essere sventolato più di tanto perché tutto era organizzato all’insaputa dei soldati tedeschi che vigilavano lo stalag. Le medaglie erano fatte di cartone, le coppe create dalle gavette utilizzate per il cibo, e i palloni forniti da un parroco norvegese. L’organizzatore era uno scrittore e poeta polacco, Teodor Niewiadomski, che sfruttò la sua fantasia per ideare gli sport: il lancio della pietra, perché ovviamente non erano a disposizione pesi regolari, o la corsa della rana, in cui una punizione subita dalle guardie si trasformava in una vera e propria competizione. Parteciparono prigionieri di sette nazioni (belgi, polacchi, inglesi, francesi, olandesi, norvegesi e jugoslavi), e lo stesso Niewiadomski si occupava di suonare gli inni, con un’armonica a bocca.