Koulibaly Kalidou

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Kalidou Koulibaly è e un calciatore di origini senegalese, approdato a Napoli nel 2014 dal Genk e, allora, ritenuto un calciatore di medio-basso livello, un calciatore che, secondo qualche testata giornalistica, sarebbe forse stato il peggior acquisto dell anno.
Kalidou, però, non è e non fu mai un ragazzo come gli altri, questo oggi lo contraddistingue, fa la differenza: è frutto di caparbietà e dedizione, di impegno e di rispetto per il proprio lavoro e per la propria gente, che sempre lo ha sostenuto!
Ebbene, kalidou koulibaly è un ragazzo senegalese, una nazione in cui è difficile vivere, dove è difficile lavorare e sopravvivere e, forse, proprio questo ti plasma, ti rende diverso, ti fa scoprire i veri valori della vita e ti fa capire quanta fortuna hai avuto ad intraprendere una carriera che forse tutti i bambini sognano. Ma,quella del calciatore, è anche una carriera che da dei benefici tali che, in una nazione povera come la sua, probabilmente non avrebbe nemmeno sognato.
Il destino, però, accompagna il suo talento dalla nascita, in quanto i genitori sono migrati dal Senegal in Francia, a Saint-Diè-Des-Vosges, città in cui è nato proprio kalidou. Dei genitori si sa poco, della madre si dice fosse una signora delle pulizie, mentre il padre si pensa fosse impiegato di una segheria.
In una intervista rilasciata al “portale www.theplayerstribune.com” (27 Giugno 2019) kalidou koulibaly racconta la sua infanzia, toccando diversi temi fra cui le esperienze vissute nel mondo del calcio, e gli episodi di razzismo da lui, purtroppo, subiti:
(Sono cresciuto in Francia in una città che si chiama Saint-Dié, dove c’erano tanti immigrati: senegalesi, marocchini, turchi. Mio padre è arrivato per primo, faceva il taglialegna. Sì, un vero taglialegna francese. Esistono veramente. Prima di trovare quel lavoro era andato a Parigi senza documenti e aveva lavorato in una fabbrica tessile. Sette giorni su sette, anche il sabato e la domenica. Lo ha fatto per cinque anni in modo da mettere da parte abbastanza soldi per portare mia madre in Francia. Mia madre racconta spesso della prima volta che siamo tornati in Senegal. Avevo sei anni e un po’ di paura. Era la prima volta che vedevo i miei nonni e i miei cugini ed era uno shock vedere come viveva la gente in altre parti del mondo. Tutti i bambini correvano scalzi e ci ero rimasto male. Mia madre dice che le supplicavo di andare al negozio e comprare delle scarpe per tutti, così potevo giocare a calcio con loro, ma mia madre mi disse: “Kalidou, togliti le scarpe. Vai a giocare come loro”. Alla fine mi sono tolto le scarpe di corsa e sono andato a giocare a piedi nudi con i miei cugini, ed è qui che inizia la mia storia con il calcio.
Quando siamo tornati in Francia giocavo tutti i giorni in un piccolo parco vicino a casa. Il campo era metà erba e metà cemento e spesso dovevamo fermare il gioco per lasciare passare le macchine. C’erano tantissimi immigrati nel quartiere quindi giocavamo Senegal contro Marocco, Turchia-Francia, Turchia-Senegal. Era come il mondiale tutti i giorni.

Eravamo neri, bianchi, arabi, africani, musulmani, cristiani, sì ma eravamo tutti francesi. 

Sì, abbiamo le nostre differenze ma siamo tutti uguali.
Ricordo che durante il mondiale del 2002 dovevamo andare a scuola durante Francia-Senegal. Il torneo si svolgeva in Giappone e c’era il fuso orario. Eravamo tutti usciti durante l’intervallo e giocammo come se fosse la finale della Coppa del Mondo e poi dovemmo rientrare a lezione. Eravamo molto tristi, la partita iniziava alle 14; Alle 13:59 il nostro maestro ci disse: “Dai, aprite i vostri libri.” Noi aprimmo i nostri libri ma sognavamo, nessuno riusciva a pensare di leggere. Avevamo in mente Henry, Zizou, Diouf… Passarono due, tre minuti, poi il nostro maestro guardò il suo orologio e disse: “Ok, mettete via i vostri libri.”
Pensammo tra noi: “Che succede? Cosa sta dicendo?”.
Poi disse: “Ora guarderemo un film molto formativo che sono sicuro troverete molto noioso.” Prese il telecomando e sintonizzò la piccola TV dell’aula sulla partita.
Ci disse: “Rimane il nostro segreto, va bene?”.
Fu uno dei momenti più belli della mia vita. Eravamo in 25 in classe: turchi, marocchini, senegalesi, francesi, ma eravamo tutti insieme. Ricordo perfettamente che dopo la vittoria del Senegal camminavo verso casa e vedevo tutti i genitori dei miei amici senegalesi che ballavano per strada. E poi, visto che erano tutti così contenti, anche i genitori dei turchi e francesi iniziarono a ballare con loro.
Questo ricordo mi è rimasto impresso perché è questo il calcio. Il mio quartiere è così; Puoi avere tutto nella vita: puoi avere soldi, belle macchine, ma ci sono tre cose che non si possono comprare: l’amicizia, la famiglia e la serenità.
Queste sono le cose più importanti della vita. Non si comprano da nessuna parte. È questa la lezione più importante che possiamo insegnare ai nostri figli. I miei genitori me lo hanno insegnato. Del calcio non gli importava davvero nulla.
Ho girato il mondo grazie al calcio. Sono andato a Genk in Belgio e poi a Napoli in Italia. Ho imparato tante lingue e ho conosciuto tante persone. C’è un detto che recita: “Quando impari tutte le lingue, puoi aprire tutte le porte”. (…)
Ero un ragazzo quando sono arrivato in Italia. Sono diventato un calciatore migliore perché ho imparato la tattica ad alti livelli. Sono così precisi qui sulla tattica, ma la cosa più importante è che sono diventato un vero uomo di famiglia e un vero napoletano; Anche quando torno a casa in Francia ormai, i miei amici non mi chiamano più “il senegalese” o “il francese”, ma dicono: “Ecco il napoletano”.
Napoli è una città che ama la gente, mi ricorda l’Africa perché c’è tanto affetto; La gente vuole toccarti, vuole parlarti. La gente non ti tollera, ti ama. I miei vicini mi vedono come un figlio; Adesso io non mi definisco più solo senegalese o francese, ma anche napoletano e, prima di tutto, uomo.)
Nel leggere questa intervista sembra quasi di vedere, come in un film, tutto ciò che kalidou ha vissuto: Ormai è un uomo fatto, ha 28 anni ma veramente la vita lo ha forgiato. Ci sono profondi valori umani che sono un monito per tutti noi.
Se pensiamo alla violenza che, talvolta, esplode negli stadi, dovremmo sempre ricordare che dietro ogni giocatore, oltre il campione o l’atleta, c’è soprattutto un uomo da rispettare, con la sua storia, le sue gioie e suoi dolori, le sue fatiche quotidiane.
Questa dovrebbe essere la vera anima del calcio: sana competizione, amichevole confronto, invito alla solidarietà.
Tutto questo ha maturato il giovane kalidou, gli ha permesso di diventare un vero campione e di vincere:
- Coppa Gambardella: 1 (Metz 2010)
- Coppa del Belgio: 1 (Genk: 2012/2013)
- Supercoppa italiana (Napoli 2014)
- Calciatore senegalese dell’anno: 2 (2017/2018)
-miglior difensore lega serie A (2018/2019)
Un cronista radio televisivo ha detto che i duelli in campo di kalidou koulibaly ricordano quelli del passato, raccontato dalla mitologia: Ettore e Achille, Enea e Turno…
I grandi!

Sitografia


  • theplayerstribune