Sojourner Willard Leon
Willard Leon "Willie" Sojourner (Filadelfia, 10 settembre 1948 – Rieti, 20 ottobre 2005) è stato un cestista statunitense, professionista nella ABA e in Italia.
Dopo una buona carriera al Weber State College (19.3 punti e 14.1 rimbalzi di media) fu scelto nel 1971 dai Chicago Bulls. Malgrado ciò Willie Sojourner non giocò mai nell’NBA e andò, invece, nell’ABA: la lega nata per fare concorrenza all’NBA, famosa per il pallone a spicchi bianco-rosso-blu e per il tiro da tre punti, che cercava di rubare giocatori all’altra lega promettendo milioni di dollari che poi mandarono l’ABA stessa in bancarotta nel 1976.
Sojourner firmò per i Virginia Squires, dove trovò Julius Erving, uno dei giocatori strappati all’NBA a suon di bigliettoni verdi. Erving era diventato famoso per la sua esplosiva elevazione che gli permetteva numeri impensabili e schiacciate favolose rese ancor più spettacolari dalle mani smisurate che gli consentivano di tenere il pallone con una mano come fosse una palla da tennis per un uomo qualsiasi. Erving e Sojourner divisero la stessa camera durante le lunghe trasferte del campionato ABA e divennero molto amici. E’ ufficiale che fu proprio Willie a coniare per Erving il soprannome di Doctor J per il quale il precursore di Michael Jordan è passato alla storia. L’amicizia con Doctor J fu tale che, un paio di anni dopo, quando il 1° Agosto 1973 fu ceduto ai New York Nets (sempre nell’ABA), il buon Julius pretese che nell’operazione fosse incluso anche il trasferimento dell’amico.
Sojourner era un bravo pivot, dotato di buona tecnica ed elevazione, ma era troppo basso (pur essendo 2.05) e lento per giocare da centro in un top team come i Nets (6 punti, 4.8 rimbalzi e 0.5 stoppate di media in 4 stagioni tra Squires e Nets)
Sojourner andò quindi a sbarcare il lunario nella EBA, una piccola lega minore dell’est degli Stati Uniti da cui uscì anche qualche buon giocatore per l’Europa.
Nel 1975/76 giocò a Lancaster dove disputò un’ottima stagione: infatti divenne il miglior rimbalzista della lega e fu eletto MVP dei playoff malgrado i suoi Lancaster Red Roses avessero perso 3-2 la finale con gli Allentown Jets. Inoltre fu votato nel quintetto All Star dell’EBA.
L'arrivo in Italia
Fu Italo Di Fazi, GM della Sebastiani Rieti, a chiamare casa Sojourner su consiglio di Richard Percudani, allenatore e segnalatore di talenti per la compagine laziale, per contattare non Willie, bensì Mike, il fratellino minore che ne aveva seguito le orme e aveva fatto le fortune dell’Università dello Utah. Fu Willie però a rispondere a quella telefonata: disse a Di Fazi che Mike aveva firmato con gli Atlanta Hawks e che sarebbe venuto lui al suo posto. “No problem”.
Nonostante la sorpresa e lo scetticismo attorno al gigante di 2.05, sbarcò in Italia e già nei primi tempi mostrò il valore del gioiello e della leggenda che sarebbe diventato per la AMG: il giorno di arrivo all’aeroporto di Fiumicino aveva la mano sinistra fasciata per un incidente in auto, ma ancora una volta “No problem”, fu lui stesso a dichiarare che avrebbe giocato lo stesso.
Disputò la sua prima amichevole contro una squadra estiva itinerante di giocatori americani, la Pro-Keds: con la mano fasciata, segnò 32 punti dominando l’area su ambo i lati del campo, lasciando gran parte degli addetti a bocca aperta.
Tuttavia il coach Pentassuglia e Di Fazi volevano vederlo all’opera contro una squadra più forte, e fu così che lo convocarono per l’amichevole contro Siena.
Siglò 43 punti aggiungendoci una vagonata di rimbalzi e assist contro il pitturato senese, scrollandosi di dosso tutti i dubbi.
Willie non poté però firmare: non voleva un rialzo negli accordi del contratto, semplicemente la sua mano era fasciata. Willie era mancino. E da lì nacque il mito.
Questo mito perdurò sei anni: a fianco di gente che poi avrebbe scritto grandi pagine della pallacanestro italiana quali Roberto Brunamonti, Domenico Zampolini e Gianfranco Senesi. In campo si vedeva un giocatore fenomenale, un centrone dotato di grandi movimenti e lettura di gioco capace di alzare il tasso tecnico e tattico della squadra per chiunque gli girasse attorno, un punto di riferimento nel pitturato che poteva fare tutto, dal passaggio per il compagno alla realizzazione in stile “Rainbow So”, il suo gancio imprendibile; fuori un personaggio burlone, molto alla mano, amante delle notti brave e delle donne ma soprattutto una persona sorridente e degna di fiducia, come dimostrò quando si diffuse la notizia che sarebbe andato via: uscì come un Papa alla finestra di casa sua e rispose ai manifestanti radunatisi sotto di essa “Willie no parte!”. Insomma, un cuore pulsante per migliaia di tifosi.
La presenza di un grande centro eliminava qualsiasi lacuna sotto canestro e portava all’interno della squadra una saggezza tattica che fino ad allora non aveva mai toccato certi vertici. Tutti ne trassero beneficio: l’allenatore aveva in campo un suo ascoltatissimo alter ego. I giocatori avevano un punto di riferimento ben preciso. Grazie a lui tutti quanti sapevano di poter prendere qualche rischio in più in difesa perché, anche se l’avversario sfuggiva, c’era Zio Wllie a presidiare l’area, pronto a mollare una stoppata che induceva il malcapitato a ripensarci prima di avventurarsi di nuovo sotto canestro. Non per nulla, a ben 26 anni dal suo ritiro, Sojourner è ancora tra i primi 25 rimbalzisti del campionato e, soprattutto, è ancora il 4° stoppatore del campionato italiano (con sole 7 stagioni all’attivo!) dietro a Dean Garrett (6 campionati), Ario Costa (23 campionati) e Dan Gay (23).
Sojourner fu soprannominato Zio Willie perché non lesinava mai consigli o aiuti a nessuno ed era una vera e propria sicurezza. Il suo obiettivo era sempre e solo la vittoria, quindi non soffriva di gelosie verso i compagni. Non inseguì mai la classifica dei cannonieri e negli anni a venire, con due americani in campo, quasi sempre fu il secondo straniero quello a segnare di più.
Solo una volta, in un torneo a Cava dei Tirreni, Sojourner non passò più la palla a nessuno perché Pasquetti gli aveva detto che il miglior realizzatore sarebbe stato premiato con un Rolex d’oro. Gli piaceva quell’orologio e fece di tutto per vincerlo, ma Sojourner non era attaccato al denaro. Infatti, a Rieti non sollevò mai il minimo problema economico e fu l’unico americano a non avere un contratto scritto. Tutto sulla parola. Questo aspetto rende già l’idea dell’unicità del personaggio. Tornando al gioco, un capitolo a parte meritano le schiacciate. Willie fu tra i primissimi a deliziare l’Italia col gesto tra i più spettacolari in assoluto di tutti gli sport e, che nella gara delle schiacciate NBA, è ormai assurto a vera e propria arte. Sojourner fu tra i primi artisti in Italia dell’affondata a canestro, grazie anche alle smisurate mani con cui gestiva il pallone come farebbe un uomo qualsiasi con una palla da tennis.
Quando Willie prendeva la palla con una mano sola mentre i compagni si smarcavano lui decideva, dopo aver sistematicamente mandato a farfalle il difensore, se sparare un assist da favola o concludere col suo magistrale e immarcabile gancio ambidestro che negli Stati Uniti gli valse il soprannome di “Rainbow So”: dove ”rainbow” sta per arcobaleno, sia per la parabola che per la plasticità dell’esecuzione, mentre “So” era l’abbreviazione di Sojourner.
«I primi tempi presi da lui un sacco di pallonate in faccia – disse Roberto Brunamonti - perché faceva dei passaggi incredibili e inaspettati. Col tempo ci abituammo e imparammo a capirlo. Avrebbe fatto segnare anche un somaro».
Nel 1982 a causa degli ultimi deludenti risultati tramontò l’era Sojourner, arrivato a 34 primavere, ritenuto ormai logoro e bolso, venne scaricato come fosse un sacco ormai vuoto. Così, contro il parere di Milardi e Di Fazi, terminò la vicenda tecnica ed umana di Willard Leon Sojourner, personaggio unico in campo e fuori, di professione pivot, padre di tre figli avuti con la signora Jean, bianca, legato a Rieti da un amore ben ricambiato da sembrare imperituro.
Finita l'esperienza reatina, Willie giocò ancora un anno in Italia all'Italcable Perugia, dopo di che fece perdere le sue tracce come faceva sempre alla fine di ogni campionato. In tutto, aveva segnato 4799 punti in Serie A2.
Dopo un breve ritorno nel 1992, quando sembrava che gli venisse affidato il settore giovanile della Sebastiani, Willie sparì di nuovo, fino a quando fu contattato dalla Nuova Sebastiani Basket Rieti (squadra che raccolse l'eredità della AMG Sebastiani Rieti dopo che questa ha cessò l'attività nel 1997).
A settembre del 2005 così, Sojourner tornò a Rieti accolto come una leggenda vivente dai tifosi, ma purtroppo, appena un mese più tardi perse la vita in un incidente stradale sulla via Terminillese. A lui è intitolato il palazzetto dello sport di Rieti, il PalaSojourner.
Giocatore lealissimo, Sojourner difficilmente reagiva ad un fallo avversario ma sapeva farsi rispettare e ci teneva a mettere in scacco i più rinomati pivot che contro di lui non presero mai palla.
In Italia sono arrivati ovviamente giocatori di maggior talento (ad esempio Spencer Haywood, Joe Barry Carroll, Mike Mitchell, Bob Mc Adoo ed altri), ma se Sojourner è stato di poco inferiore a loro, forse è anche dipeso dal fatto che gli mancò il palcoscenico delle grandi piazze. All’epoca una singolare regola imponeva un anno lontano dall’Italia agli stranieri che volevano passare da un club a un altro. Ma Sojourner rimase a Rieti assai volentieri e a lungo, non solo grazie alla classe smisurata ma anche alla immensa simpatia, integrandosi così bene da impararne anche il dialetto.
Sojourner venne in Italia per lavorare, ma anche alla ricerca di un basket diverso, meno ossessivo di quello dei professionisti statunitensi, dove si affrontano tre partite a settimana con continui, lunghissimi trasferimenti. In confronto, gli allenamenti giornalieri al palasport erano roba da ridere: si guadagnava abbastanza e c’era più tempo per divertirsi di giorno e, soprattutto, di notte.
Willie è stato in Italia sette anni, ma dato il suo stile di vita, è come se ne avesse vissuti quattordici.
Aveva un fisico eccezionale e una tecnica mostruosa. Con un po’ più morigeratezza avrebbe allungato di molto la carriera. Ma non sarebbe stato più quel leggendario personaggio che fu in campo e fuori.
La carriera
Ha giocato per 7 stagioni in Italia, vestendo le maglie di Rieti (per 6 anni) e Perugia (nell’ultimo anno). Dopo aver frequentato la Germantown High School passa poi alla Weber State University (Utah). Nel 1971 viene scelto al secondo giro del Draft NBA dai Chicago Bulls, ma anziché approdare nel massimo campionato americano, decide di accettare l’offerta dei Virgina Squires nel campionato ABA. Milita nei Virgina Squires per 2 stagioni. Nella prima (1971-72) gioca 84 partite segnando 6.8 punti di media con 6.1 rimbalzi... In quella successiva gioca 64 partite segnando 7.5 punti con 5.7 rimbalzi... Nei successivi due anni passa ai New York Nets dove segna rispettivamente 5.6 e 4.6 punti con 4.1 e 3.5 rimbalzi per partita. In totale ha disputato 309 partite nel campionato ABA segnando 6 punti di media e catturando 4.8 rimbalzi. Dopo una stagione disputata nella Eastern Basketball Association con i Lancaster Red Roses (21 partite e titolo di MVP dei playoff nonostante la sconfitta), nel 1976 approda in Italia in serie A2 con Rieti. In Italia viene soprannominato “Zio”. Nella prima stagione italiana gioca 37 partite segnando 27.1 punti di media. In coppia con Roberto Brunamonti nella stagione 1977-78 (23.0 punti di media) conquista la promozione in serie A1.. Sempre con Rieti gioca in serie A1 fino al 1982 superando in tutte le stagioni i 18.0 punti di media... Nel 1978 e nel 1979 arriva con la sua squadra a giocare le semifinali scudetto, perdendo però in entrambe le occasioni: nel 1978 contro Varese e nel 1979 contro la Virtus Bologna. Nel 1979 oltre alla semifinale scudetto perse anche la finale di Coppa Korac (contro il Partizan Belgrado 108-98). Coppa Korac che conquista l’anno successivo battendo in finale a Liegi il Cibona Zagabria 76-71. Dopo 6 anni a Rieti, chiude la sua carriera da giocatore disputando una stagione a Perugia in serie A2 (30 partite e 18.2 punti di media). Nel 1990 è entrato nella Hall of Fame della Weber State University. Nel campionato italiano ha segnato 4.799 punti in serie A. E’ stato uno dei migliori rimbalzisti della storia del campionato italiano. Ha catturato 2711 rimbalzi totali, di cui 820 offensivi e 1891 difensivi. E’ tra i migliori del massimo campionato anche nelle stoppate (541) e nei tiri da due punti realizzati (2.128)...
Fonte
- basketuniverso.it
- gazzetta.it
- wikipedia.org
- basketrieti.com
- legabasket.it