XXI inv. - 2002 Salt Lake City (USA)

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2002 Salt Lake City (USA)


I XXI Giochi olimpici invernali (in lingua inglese XXI Olympic Winter Games) si sono svolti a Salt Lake City (Stati Uniti d'America) dall'8 al 24 febbraio 2002. Le 'Olimpiadi della paura', come furono denominati alla vigilia i Giochi tenuti a Salt Lake City nello Utah (USA), furono inaugurate l'8 febbraio 2002, con una cerimonia abbastanza sottotono, durante la quale otto atleti statunitensi portarono la bandiera nazionale recuperata fra le rovine delle Torri Gemelle. La manifestazione, secondo taluni troppo vicina all'11 settembre 2001, fu blindatissima e fu percorsa da brividi extrasportivi di commozione ed emozione. Il presidente Bush aprì i Giochi sotto la sorveglianza di agenti di polizia, soldati della guardia nazionale, cecchini e uomini dell'FBI e della CIA. La città, nonostante il dispiegamento di forze di sicurezza, apparve comunque meno triste del previsto. Si pensava che il lutto nazionale eccezionale unito all'austerità dei mormoni, in maggioranza nella zona e molto rigidi nell'imporre limitazioni a tutto ciò che è divertimento e pesanti divieti concernenti specialmente le pratiche del fumo, dell'alcol e del sesso, portasse a una edizione addirittura tetra dei Giochi: invece riuscì a circolare persino una certa allegria di popolo, e tutto sommato la comunità olimpica dimostrò di saper reagire a qualsiasi tipo di tragedia.
Per l'Italia quell'edizione ebbe anche un valore 'didattico' in vista dei Giochi del 2006, assegnati dal CIO a Torino, 50 anni dopo l'edizione invernale di Cortina e 46 anni dopo quella estiva di Roma. Salt Lake City, città pressappoco grande come Torino, doveva denunciare eventuali problemi organizzativi e soprattutto suggerirne le soluzioni. Ci fu anche un legame esplicito ufficiale fra Salt Lake City e Torino quando il presidente del Comitato organizzatore locale, il potente vescovo mormone Mitt Romney, citò alcuni giovani del mondo che sognavano di disputare i Giochi Olimpici prossimi venturi e scelse per l'Italia Michela Basso, sciatrice quattordicenne di Cuneo.
Tra i grandi protagonisti dell'edizione precedente manca Hermann Maier: lo sciatore austriaco è rimasto vittima di un gravissimo incidente in moto l'anno precedente e la sua carriera sembra finita.
Invece contro ogni pronostico saprà rialzarsi e tornare, ma qui intanto è il suo connazionale e rivale Stephan Eberharter, eternamente battuto da Maier, a presentarsi da numero 1. In discesa però è l'altro austriaco Fritz Strobl, che si adatta meglio alle non troppo dure nevi americane, a prendersi l'oro ed in supergigante torna al successo il grande norvegese Aamodt, a dieci anni di distanza dalla vittoria di Albertville.
Aamodt si aggiudica anche la combinata, dove si scopre un americano che fa numeri d'equilibrismo da circo e conquista l'argento: è Bode Miller. Eberharter deve attendere l'ultima gara, il gigante, dove finalmente riesce a scrollare via l'etichetta di eterno secondo e vincere l'oro. In slalom c'è una sorprendente doppietta francese: su una pista strana, con un fondo rovinato e tante insidie, molti dei favoriti finiscono fuori e la vittoria va a Vidal sul veterano Amiez.
Ritiratosi il leggendario Bjørn Daehlie, il fondo è in cerca di un erede e sembra averlo trovato in Johann “Juanito” Mühlegg, tedesco naturalizzato spagnolo che arriva primo nella nuovissima 20 km (10 km a tecnica libera + 10 km a classica), nella 30 km skating e nella 50 km classica. Ma è fumo negli occhi. La WADA, l’agenzia antidoping mondiale criticata dagli atleti per i suoi metodi invasivi e per i controlli a sorpresa, diventa protagonista delle gare olimpiche a Salt Lake City, smascherando dapprima Mühlegg, positivo alla darbopoietina, poi dimezzando la squadra russa femminile, pescando con valori di emoglobina anomali Larissa Lazutina (vincitrice della 30 km e argento sia nella 10 km che nella 15 km) e Olga Danilova (oro nel 5+5 km e seconda nella 10 km a tecnica classica). Non sarà tolta invece alcuna medaglia alla Russia nella staffetta 4x5 km, semplicemente perché alla formazione viene impedito di partecipare, in quanto la notizia dei valori anomali della Lazutina affiora proprio durante un controllo a sorpresa effettuato pochi minuti prima dell’inizio della prova. Altre fondiste fermate sono l’ucraina Valentina Shevchenko e l’altra russa Natalia Baranova, ma si ha la sensazione che tutti gli atleti pescati siano stati “i pochi” a pagare per “i molti”, visto anche un caso analogo scoppiato ai mondiali di Lahti l’anno prima che aveva visto sei fondisti finlandesi positivi al doping, e considerati i tanti valori di poco sotto il tetto massimo, emersi da altri controlli.
Accade così che le classifiche dello sci di fondo vengano completamente stravolte e, senza veri dominatori, molti atleti conseguono il risultato più prestigioso. Andrus Veerpalu è il primo estone a raggiungere un oro olimpico, Christian Hoffmann il primo austriaco, Frode Estil e Tore-Arne Hetland, nella nuovissima prova a sprint, gli ennesimi ori norvegesi. Il russo Mikhail Ivanov si aggiudica la maratona dei ghiacci (la 50 km), mentre per la terza edizione consecutiva la prova di staffetta termina con un finale serrato tra Norvegia e Italia. Vince ancora la formazione scandinava grazie a Thomas Alsgaard che, come con Fauner quattro anni prima, regola al fotofinish Christian Zorzi, il bronzo della prova a sprint.
Furono per l'Italia Giochi meno ricchi di quelli facili e splendidi insieme di Lillehammer 1994, ma migliori sotto ogni punto di vista di quelli di Nagano 1998. La prestazione della squadra azzurra fu più che dignitosa, con 13 medaglie e alcuni di quei 'miracoli' che inorgogliscono il pubblico nazionale, il cui interesse per certe discipline si risveglia in realtà solo nell'occasione olimpica. Una medaglia, di bronzo, fu invece conquistata da Cristian Zorzi nella prova di sprint. Zorzi fu battuto dal norvegese Tor Arne Hetland e nell'ultima parte della gara anche dal tedesco Peter Schlikenrieder. Zorzi, detto 'Zorro', aveva gareggiato con una Z tricolore dipinta sulla parte rasata del cranio, per il resto coperto da capelli d'oro luccicante. Trentino di non poche parole, aveva promesso la vittoria a tutti.
Stefania Belmondo non fu la sola a portare oro al medagliere azzurro: Armin Zoeggeler vinse nello slittino sull'austriaco Georg Hackl e il tedesco Markus Prock, dopo quattro manche di perfetto dosaggio del rischio, che gli fecero accumulare alla fine un vantaggio di 329 millesimi sul secondo e 342 sul terzo. Nello skeleton, disciplina reintrodotta in questa edizione, il personaggio fu Jim Shea, vincitore dell'oro: suo nonno aveva vinto i 500 e i 1500 m di pattinaggio a Lake Placid 1932, suo padre era stato fondista (mediocre) a Innsbruck 1964, Jim era arrivato allo skeleton dopo hockey e bob, vendendosi tutto per pagarsi trasferte e materiale.
In calce al racconto dei giochi più corrotti del secolo, vengono però scritte a Salt Lake City due storie che riflettono totalmente quelli che sono i valori e lo spirito delle olimpiadi. Dallo skeleton, nella cui gara femminile trionfa l’americana Trista Gale, arriva la bella favola di Jim Shea, terzo di una dinastia di atleti olimpionici cominciata con nonno Jack, oro a Lake Placid 1932 nel pattinaggio di velocità, e continuata con il padre Jim Shea Sr. che partecipa alle prove di combinata nordica ad Innsbruck 1964. Lui, Jim Shea Jr. dal Connecticut, non voleva essere da meno. Dopo aver provato l’hockey e il lacrosse, scopre che la vecchia disciplina dei “matti a testa in giù” sarebbe rientrata nel programma olimpico e decide che quello può essere il suo sport. Lascia il lavoro da cameriere, vende la Jeep e prova a cimentarsi sul groviglio di ghiaccio. Può partecipare alle prime gare grazie a una slitta regalatagli da un’atleta inglese. Discesa dopo discesa riesce ad affinare la sua tecnica, migliorando a vista d’occhio. “Devi solo stare immobile e vincere la paura” gli avevano detto. Il giovane Jim segue il consiglio diventando miglior debuttante dell’anno nel 1995 e vincendo la sua prima gara di coppa nel 1998. Così il 20 febbraio 2002, prima di partire per la sua discesa più importante, Jim Shea Jr. si sistema nel casco una foto sbiadita del nonno e la cartolina che annunciava la sua morte, avvenuta tragicamente a pochi giorni dall’inizio dei giochi, quando a 91 anni venne investito da un automobilista ubriaco. Al termine delle due discese “Shea III” si toglie la foto dal casco e la sventola al cielo: è primo. Oro come il suo avo settant’anni prima. “Mi ha spinto lo spirito di nonno Jack. Sono uno Shea, sono un olimpionico”. Dirà tra le lacrime e con la medaglia in mano.
Il CIO si ritrovò così con i Giochi 'sporcati' e promosse un altro giro di vite dell'antidoping. La scena internazionale fu quasi tutta dominata dalle proteste della Russia. I dirigenti della delegazione parlarono di persecuzione nei loro confronti, sia per le decisioni prese nel pattinaggio artistico sia per i troppo mirati prelievi del controllo antidoping, affermando che gli atleti sarebbero stati innervositi quando anche non dissanguati prima delle competizioni. Il medagliere vide l'Italia (4 ori, 4 argenti, 5 bronzi) dietro a Norvegia, Germania, Stati Uniti, Canada, Russia e anche Francia (4 ori, 5 argenti, 2 bronzi). Il mondo dello sport invernale, dopo aver faticato per essere pienamente accettato nel consesso olimpico, in fretta aveva assunto ed esasperato problemi e difetti dello sport estivo: denaro, doping, show business, sottomissione alla televisione, proliferazione delle gare, elefantiasi dell'evento, misure di sicurezza eccessive. Intanto la bandiera olimpica di Salt Lake City fu consegnata al sindaco di Torino, sede dei Giochi 2006.

Fonti