Graziano Macinelli
Graziano Macinelli nasce a Milano il 18 Febbraio 1937. Di lui si è detto tanto, forse troppo. Amato, odiato, esaltato, invidiato, ma soprattutto messo a confronto con i grandi dell'equitazione italiana: Piero e, soprattutto, Raimondo D'Inzeo.
Carriera
L'impressione su di lui è sempre stata una e sola: Graziano Mancinelli era simile a un cavallo, pensava, come un cavallo, era sensibile e diffidente come un cavallo, annusava l'aria, il campo di gara, come fa il cavallo, e tutt'uno con quell'essere che rappresentava una parte di sé sapeva cosa poteva chiedere fino a spingersi oltre, al limite del possibile, ma senza sforzo perché anche il cavallo voleva raggiungere lo stesso obiettivo: la vittoria! Questa sua profonda conoscenza dei cavalli e soprattutto questa sua capacità di penetrarli doveva derivargli dai suoi esordi, quando giunto a Roma, presso la Farnesina, pensava al governo e alla distribuzione della biada. Il battesimo della sella avviene una domenica d'Ottobre. Un vecchio animale della scuola dal nome spettrale, "Avvoltoio", si libera subito dell'intruso con una sgroppata secca e Graziano finisce a terra. È il momento in cui il giovane comprende quanta determinazione occorre per rimanere in sella, non solo nell'equitazione, ma anche nella vita e nel rapporto con la gente. Sono stati anni di sofferenze in sella a cavalli mediocri, bolsi, riottosi. Il ragazzo tutt'ossa però, con una gran testa coperta da un mucchio di capelli tagliati a spazzola, ambizioso, instancabile, sa farsi notare e fa parlare di sé quando cominciano ad arrivare le vittorie. Graziano ha talento, e più vince e più sorge il disappunto, l'incomprensione, l'invidia. Sente che l'atmosfera gli è ostile e di sicuro sarà questo a incidere nell'animo del giovane atleta lasciando un segno indelebile, rendendolo sempre più duro, affabile ma staccato, capace di porre sempre un diaframma tra sé e la gente ma sempre più vicino al silenzio e alla fiducia dei suoi compagni cavalli. L'atleta non ha tempo per le chiacchiere, parla poco con tutti, ogni parola gli costa fatiche inenarrabili, si esprime con scarni monosillabi pronunciati quasi senza voce. È tutto concentrato verso l'agonismo e l'affermazione: lui va, rischia e vince sui campi di tutto il mondo. Il suo stile non è spesso da manuale ma è entusiasmante, trascinante, indiavolato e nel suo genere perfetto. Le sue mani "tumultuose" sono sempre coerenti, mai contrastano il cavallo, perché la loro azione è del tutto indipendente dalle spalle, dal corpo che conserva l'esatta inclinazione intesa a non alterare mai l'equilibrio dell'animale e a non compromettere l'impulso. A volte sull'ostacolo la gamba "vola" indietro e così a metà della parabola pare quasi sfiorare la sella. Eppure non è mai staccato, non è mai indietro né avanti, è sempre insieme e questo non soltanto fisicamente ma anche mentalmente. Sostiene Mancinelli: "quando lavoro la mia gamba è a posto ma in gara è un'altra cosa, bisogna passare a tutti i costi e non si può fare dello stile. Lo stile, sovente, sui percorsi d'oggi provoca delle piantate". Mancinelli è un agonista straordinario, in apparenza freddo, ma in sostanza nervoso per ricchezza di temperamento, severo con sé ma capace anche di animare un grande ardore e di imporre una serietà profonda nei suoi collaboratori, nei suoi allievi. C'è in lui qualcosa di amaro e di ingenuo insieme, qualcosa di drammatico che rende i suoi percorsi persino allucinanti all'estrema tensione. In campo è sicuro, spavaldo, fiero, come dominato da un demone che lo anima e lo infiamma, poi finito quel breve momento nel quale non si accorge della gente che lo intimidisce. Fu Elke a lanciarlo nelle grandi gare, a passare i 2 metri e 18 in potenza. Debuttò con lei a Lucerna nella Coppa delle Nazioni. Alla prima manche solo tre netti: Winkler con Halla, Thiedemann con Meteor, lui con Elke. Nel frattempo il suo stile si faceva sempre più anti stile, nelle sue diverse "interpretazioni". Quasi un equilibrista: decisioni prese istante per istante, nella frazione di secondo e attuate come se fossero state meditate da sempre. Una posizione in sella mutevole, variabile consente la libertà assoluta e le sue mani scendono al compromesso, come quelle di un direttore d'orchestra nell'interpretazione di brani difficili. Poi fu la volta di essere Turvey, il suo capolavoro, un purosangue che gli morì in campo, terribile di carattere, ma che Mancinelli aveva compreso con estrema sottigliezza psicologica, con altissima bravura meccanica. La sua miglior interpretazione fu Ambassador, il cavallo del cuore con il quale raggiunse la "sua grande occasione", che lo portava a eguagliare i maestri. Oro Olimpico nel 1972 a Monaco. Ambassador aveva otto anni, un grande cavallo grigio pomellato di origine irlandese, con una fluttuante coda bianca. Il suo precedente cavaliere, Tommy Brennan, lo aveva dichiarato "incedibile" ma Graziano lo volle a tutti i costi, un vero e proprio colpo "di fulmine", e lo ottenne grazie anche all'aiuto, a questo punto fondamentale, del suocero, senza il quale la sua storia sarebbe stata diversa. Nell'equitazione il binomio cavallo/cavaliere non è mai marginale, nel caso di questi due campioni, la gara del 1972 fu la sintesi di una grande intesa e forse, da parte del cavallo, di una opportuna riconoscenza. "Non dimenticherò mai quella medaglia d'oro, la porto nel mio cuore" ripeteva spesso.
Dopo il ritiro
Graziano, in vita, era una persona generosa, aprì un negozio al fratello, dette un impiego a suo padre e lustro al tricolore italiano nel mondo, infine, permise ai suoi cavalli di entrare nella leggenda. Graziano Mancinelli si spegne a Concesio (BS), l'otto Ottobre del 1992 ma le sue gesta rimarranno per sempre nella storia dell'equitazione mondiale.