Pancrazio
Il "Pancrazio" indubbiamente era uno sport che possiamo definirsi "feroce".
Disciplina antichissima, fu praticata fin dalle epoche più remote dalle popolazioni che si affacciavano sul bacino del Mediterraneo e pare fosse apprezzato addirittura più della lotta.
La differenza essenziale fra la lotta ed il pancrazio si può sintetizzare così: lo scopo del lottatore era cercare di afferrare l'avversario per gettarlo a terra. Il pancraziaste, invece, dopo averlo atterrato cercava di colpirlo, di sfiancarlo, di immobilizzarlo fino alla resa totale.
Il significato del vocabolo deriva dalla parola greca "pankrates" che vuol dire "onnipotente" e, in tal senso, sport favorito da tutti. Oppure da "pan" (tutta) e "kràtos (forza), ovvero "lo sport dove occorre grande forza".
Questa disciplina era un misto fra la lotta e il pugilato, con la differenbza che i pancraziasti dovevano potersi afferrare con le mani o usare le dita tese od offendere con calci.
Secondo Galeno, era consentito anche torcere gli arti, fratturare le ossa, slogare le articolazioni, provocare anche dei principi di soffocamento.
Spettava al giudice di gara non arrivare alle estreme conseguenze, seguendo il regolamento.
A Olimpia e Sparta erano vietati lo sgambetto, i morsi e i graffi. Nelle altre arene invece erano permessi considerandoli come esrcizi al combattimento di guerra.
Per questo motivo Demonatte esclamò: "Non senza ragione gli atleti dei nostri dì sono chiamati leoni".
Era anche vietato accecare l'avversario; per il resto era tutto possibile.
Era prevista anche la lotta a terra.
Curiosa la regola della "Lex Aquila2, formulata nel 150 a.C. dallo Stao Romano, in cui si stabiliva l'obbligo per i lottatori di risarcire i danni arrecati all'avversario in combattimento e stabiliva pene a carico di coloro che avessero procurato gravi lesioni, danni gravi o addirittura la morte agli avversari.