Suarez Luis
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Salto è una piccola città al confine tra Uruguay e Argentina che pochi conoscerebbero se non fosse la culla di numerosi fuoriclasse, tra cui Suarez.
Il Sud America è anche il posto dove nascono le storie di football più belle, dove la parola “loco” è usata spesso per definire giocatori dal carattere esuberante, a volte anche a sproposito. Ma sicuramente quello è l’aggettivo adatto a definire uno dei più grandi lottatori degli ultimi tempi, Luis Alberto Suarez Diaz, noto a tutti come Luis Suarez.
La carriera
Suarez Luis figlio di mezzo di sette fratelli e infanzia vissuta in ampissime ristrettezze economiche: non certo un buon prologo per uno destinato a diventare uno dei più grandi calciatori uruguagi degli ultimi anni.
Mentre molti dei suoi colleghi venivano notati dalle scuole calcio di prestigiose squadre, lui fabbricava biscotti nella capitale uruguagia, a soli sette anni, a più di cinquecento chilometri dalla sua città natale, calciando il pallone nel poco tempo libero.
E spostarsi, lasciare le piccole certezze, non avere più a disposizione le ore passate in spensieratezza a giocare con gli amici, perdersi tra due milioni di abitanti non è esattamente l’ideale per un bambino.
Ma quando sei un predestinato non ci sono traslochi e fabbriche che possano ostacolarti.
La cosa più naturale per un ragazzo è giocare a calcio: il campo è l’habitat perfetto dove dimenticare tutti i piccoli problemi quotidiani, che si calci un barattolo di latta che rotola o che si scenda in campo con una squadra professionista, conta ben poco.
Perciò a Montevideo i genitori di Luis si preoccuparono immediatamente di farlo adattare nell’unico modo possibile, trovandogli una squadra di calcio.
E così, tra una mattina sui libri di scuola e un turno di fabbrica, Suarez iniziò a dare spettacolo, ribaltando da solo una partita con una tripletta dopo essere stato seduto per un tempo intero in panchina. Ma proprio quando sembrava avesse trovato il suo ambiente arrivò l’ennesimo colpo di sfortuna: i genitori si separarono e il ragazzo fu costretto ad abbandonare quelle che col tempo aveva iniziato a chiamare “abitudini”.
L’infanzia difficile iniziò a far emergere in lui quel lato che tanto ci ha insegnato ad odiare.
Fu un periodo molto difficile, colmo di rabbia e delusione. Un periodo che, quasi sicuramente, non sarebbe riuscito a superare se non fosse stato per Sofia Balbi, tredicenne di cui Luis si innamorò perdutamente e che lo aiutò a ritrovare fiducia in sé stesso, sia come uomo che come calciatore, arrivando a segnare 63 reti in una stagione, una in meno di un certo Ruben Sosa. Tuttavia, nel 2003 il destino si accanì nuovamente contro di lui: Sofia fu costretta a trasferirsi a Barcellona con la famiglia.
Chiunque, a quel punto, avrebbe desistito, lanciando gli scarpini dalla finestra e mettendosi a piangere guardando la piazza del paese. Ma i sudamericani sono determinati, testoni, e Luis non fa eccezione: sapeva che l’unico modo per ricongiungersi alla ragazza era diventare un calciatore professionista. Così si dedicò anima e corpo al calcio, allenandosi costantemente e coltivando quei lati del suo gioco che non sopportava perfezionare. Arrivava a piangere di rabbia quando non giocava come voleva, perfino quando la squadra vinceva. Ma le carte in regola c’erano, e dopo la breve parentesi al Nazional di Montevideo, dove totalizzò 12 centri in 34 presenze, volò finalmente in Europa. Già, l’Europa, quel grande comune denominatore di ogni calciatore, di quelli che possono dire di avercela fatta.
Approdò nelle fila del Groningen, in Olanda, e poi all’Ajax, la più importante squadra della terra dei tulipani, riconciliandosi con la sua amata Sofia. E nel settembre del 2006 il mondo scopre finalmente “El pistolero”, grazie a una doppietta che manda in delirio i tifosi dell’Euroborg e che consacra il ragazzo uruguagio come idolo locale, regalandogli per la prima volta la reale consapevolezza del suo enorme potenziale: Luis è una prima punta in possesso di una grande tecnica e di un fiuto del goal fuori dal comune, abile nel giocare spalle alla porta, rapido nei movimenti e nei cambi di direzione.
L’Olanda lo amava. Come sempre però, nella sua vita c’è un “ma”: il suo carattere irascibile a volte lo porta a gesti di pura follia, come il morso rifilato alla spalla del centrocampista del PSV Otman Bakkal, che gli costarono una multa salata, sette giornate di squalifica e l’appellativo di “Cannibale” affibbiatogli dal “De Telegraf”, il principale quotidiano dei Paesi Bassi.
Ma Suarez era bravo, tanto, troppo. Visse una stagione da protagonista, conquistando il titolo di capocannoniere del campionato olandese e di miglior giocatore dell’anno, e iniziò un altro viaggio, solo che questa volta non c’erano turni in fabbrica e separazioni ad attenderlo, ma la gloria, quella fama che di era costruito da solo, con i suoi piedi.
Faceva gola a tutte le big del calcio europeo, e il Liverpool sbaragliò la concorrenza degli altri club, aggiudicandosi il suo cartellino nel gennaio 2011 con un’offerta da 26,5 milioni di euro, ricambiati da una valanga di goal, l’ennesima, che gli consentì di aggiudicarsi la scarpa d’oro nell’annata 2014/2015, oltre al titolo di capocannoniere della premier league. Ovviamente, anche a Liverpool i momenti di follia non mancano, come le otto giornate di squalifica ricevute per gli insulti razziali a Patrice Evra nell’ottobre 2011 e le dieci per l’incredibile morso al braccio di Ivanovic nel 21 aprile 2013 durante la sfida contro il Chelsea.
Si potrebbero analizzare quei misfatti, parlare di come abbia sempre insistito per andarsene da Anfield, di come il noto morso a Giorgio Chiellini nell’ultimo campionato mondiale abbia fatto sì che saltasse la prima parte della sua nuova avventura spagnola col Barcellona di Messi e Neymar dopo 75 milioni di sterline versate ai reds dai blaugrana, o di come incredibilmente sia ancora insieme a quella ragazza dai capelli biondi che è forse uno dei motivi per cui Luis è salito alla ribalta mondiale.
E forse è per questo che è bello parlare della sua storia. Perché è un ragazzo che al contrario di molti altri non ha mai mollato, ha reagito alle avversità mostrando il suo lato migliore e ha raggiunto la gloria definitiva facendo vedere quello peggiore. Il ritratto di un folle dal morso e dal goal facile ma anche quello di un ragazzo che non hai mai ceduto un centimetro alle sofferenze della vita, odiato e amato ma assolutamente incapace di lasciare indifferenti.
Curiosità
Quella di Suarez è una storia più romantica di molte altre: un ragazzo tormentato dalle difficoltà della vita e dal carattere difficile che ce l’ha fatta, un calciatore dall’enorme talento che è partito da zero e in ogni stagione lascia sempre in maniera più evidente la sua firma nel calcio che conta, nel bene e nel male.
Un ragazzo che non si è fatto corrompere da un mondo circondato da “wags” come quello del pallone, rimanendo insieme a quella che ancora oggi è riconosciuta come una delle artefici del suo successo: Sofia.
Egli è anche il miglior marcatore della storia della nazionale uruguagia, con 44 reti, e
il suo palmarès viene costantemente e inesorabilmente aggiornato anno dopo anno: dal
campionato uruguaiano e dalla coppa d’Olanda conquistati all’inizio della sua carriera fino alla “Capital one cup” vinta durante la sua avventura inglese, dalla coppa America alzata al cielo nel 2011 con la sua nazionale allo storico “triplete” culminato pochi mesi fa nella finale di Champions League a Berlino tra Juventus e Barcellona, fino alla rocambolesca vittoria della supercoppa europea a Tbilisi, ai danni del Siviglia.
Dove voglia arrivare Luis di certo non si può sapere, ma sicuramente “El Pistolero” continuerà ancora a lasciare il segno, si spera, soltanto sul tabellino.
Sitografia
- wikipedia
- ultimouomo.com