Weisz Árpád
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Questa è la storia di un allenatore ebreo che passò dai campi di calcio ad Auschwitz. Árpád Weisz, l’allenatore quasi dimenticato che ha scritto pagine indelebili della storia del calcio italiano a ridosso dello scoppio della Seconda guerra mondiale.
GLI ANNI DA CALCIATORE
Árpád Weisz nasce a Solt, in Ungheria, il 16 aprile 1896 da genitori ebrei. Dopo il diploma liceale si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza a Budapest ma l'insorgere del Primo conflitto Mondiale lo costrinse tuttavia ad abbandonare gli studi poiché impegnato al fronte sotto l'Impero Austro-Ungarico. Si affaccia al panorama calcistico a partire dal 1919 quando inizia a giocare per il Törekvés, una piccola squadra di Budapest, per poi trasferirsi al Maccabi Brno, squadra ebraica nell'allora Cecoslovacchia, condividendo lo spogliatoio con Ferenc Hirzer, detto “La Gazzella”, il primo straniero ingaggiato dalla Juventus della famiglia Agnelli. Il centravanti in quegli anni segna goal a grappoli, anche perché Weisz dalla sinistra sforna per lui tanti assist. Ala sinistra molto veloce e ben dotata tecnicamente, prese parte (senza scendere in campo) al torneo olimpico di Parigi del 1924. Qui i magiari assieme all'Uruguay sono la squadra favorita per l'oro ma accade qualcosa di strano che va oltre al gioco del calcio. Dopo aver superato agevolmente la Polonia (5-0), vengono eliminati agli ottavi di finale dal modesto Egitto con un netto 3-0. All'epoca l'Ungheria era governata da Miklós Horthy, un nazionalista antisemita che decise di far infiltrare suoi uomini nella dirigenza della Nazionale, al contrario la nazionale era incentrata su diversi giocatori di religione ebraica. Diverse furono le proteste da parte dei giocatori; proteste che non furono mai ascoltate. Così diedero vita a quello che passò come “il grande ammutinamento del 1924” dove i magiari decisero di farsi coscientemente sconfiggere dagli africani. In totale con la nazionale danubiana, Weisz disputò, senza andare in rete, solo sei partite tra il 1922 e il 1923. In seguito agli episodi di Parigi, Weisz si trasferì in Italia. In realtà in Italia c’era già stato: era stato fatto prigioniero nel 1915 dall'esercito italiano sul monte Merzli per poi essere internato a Trapani, in Sicilia. In Italia Weisz, dopo una breve esperienza all’Alessandria, viene ingaggiato dall’Internazionale Milano nella stagione 1925/26. Colleziona 11 presenze e 3 reti, tutte in una settimana, prima di farsi male al ginocchio sinistro. Qui Weisz decise di prendersi un anno sabbatico; sceglie così di partire per l’Uruguay probabilmente per completare la sua formazione calcistica. Andare in Uruguay, infatti, significava andare dal “Dream Team” cioè dalla squadra più forte di quell’epoca che si era imposta alle Olimpiadi del 1924 e che avrebbe fatto il bis nel 1928 prima di vincere i primi Campionati Mondiali del 1930. Quando torna dall’Uruguay, Weisz smette di giocare. Tanto era destinato ad allenare..
I SUCCESSI IN PANCHINA
Árpád Weisz, dopo una breve parentesi come vice di Augusto Rangone nell'Alessandria, venne richiamato proprio dall’Inter che crede nelle sue capacità e lo nomina allenatore della Prima squadra. È la stagione 1926/27 e l’Inter aveva un grande centravanti che si chiamava Fulvio Bernardini detto “Fuffo”. Essendo un grande uomo di calcio, gli piaceva fermarsi a vedere gli allenamenti delle giovanili: è qui che rimase colpito da un giovane ragazzo destinato a fare la storia del calcio italiano, Giuseppe Meazza detto “Peppino”. Si narra che Bernardini fu tanto insistente e convincente che alla fine Weisz volle visionarlo personalmente. Qui, si rese conto che Bernardini non aveva esagerato nel parlare di lui e a sedici anni Meazza fu fatto esordire nella Coppa Volta a Como. Al primo anno alla guida dell’Inter, Weisz ottenne il quinto posto in classifica e il settimo l'annata successiva. Gli scarsi risultati ottenuti, però, non gli valsero la riconferma dell’incarico. Così, per un breve periodo ritorna in patria diventando l’allenatore dello Szombathely, squadra della città in cui conoscerà la sua futura moglie, Ilona. Tuttavia, però, nell’estate del 1929, Weisz viene richiamato nuovamente in Italia dalla società nerazzurra che nel frattempo a causa delle pressioni dell’allora governo fascista è obbligata a cambiare denominazione in «Ambrosiana»; similmente anche Weisz e sua moglie furono costretti a italianizzare il loro cognome in «Veisz». È la stagione 1929-1930 e Weisz ha soltanto 34 anni ma riesce a portare la formazione milanese sul tetto d’Italia vincendo il primo campionato a girone unico nella storia del calcio italiano. L’ungherese è ancora oggi il più giovane allenatore straniero ad aver vinto il campionato italiano. Nel frattempo Weisz, insieme al dirigente dell’Inter Aldo Molinari e al commissario tecnico italiano Vittorio Pozzo, scrive “Il Giuoco del Calcio” in cui espone principi di gioco e metodi di allenamento non molto distanti dal calcio moderno. Weisz, infatti, introdusse specifici carichi di lavoro, curò la dieta dei calciatori e diffuse la pratica dei primi ritiri oltre ad apportare numerose innovazioni anche dal punto di vista tattico: introdusse in Italia, infatti, il «Sistema», un modulo di gioco detto anche WM in quanto la disposizione in campo dei giocatori ripete idealmente la forma di queste due lettere (tale modulo si trattava più precisamente di un 3-2-2-3). Inoltre, il tecnico ungherese fu tra i primi allenatori a scendere in campo in tuta con i propri calciatori durante gli allenamenti. La stagione successiva allo Scudetto è meno fortunata per Weisz così la società decise di non rinnovargli il contratto. Il tecnico ungherese arriva al Bari che riesce a guidare alla salvezza in serie A in seguito allo spareggio di Bologna. Dopo un nuovo ritorno all’Ambrosiana con cui ottiene per due volte la seconda posizione in campionato e un secondo posto nella finale della Coppa dell'Europa Centrale 1933, Weisz nel gennaio 1935 viene ingaggiato come tecnico del Bologna. Qui prese in mano una squadra in crisi ma riuscì comunque a traghettarla al sesto posto al termine della stagione. La stagione 1935/36 è da incorniciare per Weisz. Utilizza solo 14 giocatori, alcuni dei quali di origine uruguayana, e conduce il Bologna alla vittoria dello Scudetto. È il 10 maggio del 1936 e il Bologna è tornato Campione d’Italia. Weisz e il Bologna, però, non si fermarono qui; l’anno successivo la formazione emiliana vinse nuovamente lo scudetto e soprattutto si aggiudicò il prestigioso Trofeo dell'Expo di Parigi (la Champions League di quell’epoca), battendo in finale il Chelsea per 4-1. Weisz, ormai, è il più grande allenatore d’Europa. Ma da quel momento in poi, nulla fu più come prima.
DAI CAMPI DA CALCIO AI CAMPI DI CONCENTRAMENTO
Nel 1938, Mussolini promulga un’informativa: agli ebrei stranieri arrivati in Italia dopo il 1919 è imposto di abbandonare il Paese. Così Weisz con la moglie Ilona e i suoi due figli, Roberto e Clara, lasciano definitivamente l’Italia per rifugiarsi prima a Parigi e poi a Dordrecht, nei Paesi Bassi. Qui Weisz venne ingaggiato come allenatore della squadra locale fin quando nel 1942, la situazione peggiorò sensibilmente. La Germania nazista aveva ormai conquistato i Paesi Bassi, gli ebrei erano costretti a portare una stella gialla sulle giacche e lo stesso Weisz era stato licenziato dal Dordrechtsche. Seguono mesi molto duri finché una mattina di agosto del 1942 la Gestapo irrompe a casa Weisz, arrestandoli. Vengono deportati nel campo di raccolta di Westerbork; qui c’è anche un campo da calcio, ma non è dato sapere se Weisz ci abbia mai messo piede. Il successivo 2 ottobre, però, in coincidenza con il compleanno della piccola Clara, la famiglia Weisz partì su un altro treno diretto in Polonia, ad Auschwitz. Qui, Ilona, Roberto e Clara vennero subito condotti alle camere a gas mentre Weisz venne dirottato ai lavori forzati nell’Alta Slesia. Dopo avergli portato via il calcio e la famiglia, i nazisti sfrutteranno la sua forza fisica fino all’ultimo istante. Dopo quindici mesi di lavori forzati, Weisz venne ricondotto ad Auschwitz, dove trovò la morte in una camera a gas il 31 gennaio 1944, a 47 anni. Solo qualche anno prima, era il più amato allenatore d’Europa…
UN ALLENATORE QUASI DIMENTICATO
«Fatto sta che di Weisz, a sessant'anni dalla morte, si era perduta ogni traccia. Eppure aveva vinto più di tutti nella sua epoca, un'epoca gloriosa del pallone, aveva conquistato scudetti e coppe. Ben più di tecnici tanto acclamati oggi. [...] Sarebbe immaginabile che qualcuno di loro scomparisse di colpo? A lui è successo.» (Matteo Marani, Dallo scudetto ad Auschwitz.) Queste sono le parole del noto giornalista Matteo Marani che ha ricostruito nel libro “Dallo scudetto ad Auschwitz” le tappe più importanti della vita di Árpád Weisz sessant’anni anni dopo la sua morte. È grazie al suo lavoro e alla sua determinazione che oggi possiamo ricordare uno degli allenatori più vincenti e amati del calcio nel periodo anteguerra. Árpád Weisz, un allenatore quasi dimenticato.